San Giuseppe: riti e tradizioni nel Salento

Zeppole come simbolo di carità ed ospitalità

La Quaresima non è solo il periodo di preparazione alla Pasqua. A ridosso dell'inverno che va via, la festa di S. Giuseppe, Santo protettore dei derelitti che riuscirono ad avere un pasto caldo in tempi di fame e miseria

Circa sessanta anni fa il 19 marzo, nel tempo in cui i bisognosi costituivano la maggior parte della popolazione, i mendicanti, spesso vestiti di cenci, giravano per le vie dei paesi e, fermandosi sull'uscio delle case, col viso coperto, elemosinavano un po' di cibo a tutti coloro che, in questa occasione, preparavano qualcosa da mangiare per offrirla a chiunque bussava alle loro porte. La devozione nei confronti di S. Giuseppe si concretizza, infatti, nella tradizione delle “tavole”. Al di là dell'aspetto religioso, una volta, esse rappresentavano, la mensa dei poveri; oggi, sono simbolo di ospitalità verso tutti, turisti compresi. L'origine di questi “banchetti” non è certa, ma si pensa che richiamino la mensa pasquale imbandita dagli Ebrei, o che vogliano riscattare il santo dall'inospitalità ricevuta quando, a Betlemme, cercava un riparo per lui e per sua moglie, senza trovarlo. Le “tavole” vengono preparate in case private, e offerte a S. Giuseppe per ricevere la sua protezione, per chiedere una particolare grazia, o per adempiere a un voto. Per rappresentare il rito viene scelta la stanza più spaziosa della casa, spesso la camera da letto, dove si sistemano le tavole, che vengono coperte con bianche tovaglie. La famiglia devota sceglie, poi, alcune persone, fra parenti ed amici, secondo il detto “S. Giuseppe invita i soi soi” (S. Giuseppe invita i suoi suoi). La mattina del 19 il sacerdote fa visita alle “tavole” e le benedice. Tra i cibi preparati per l'occasione: grossi pani a forma di tarallo con in mezzo un'arancia, finocchi, cipolle, pesce fritto, pasta col miele e con la mollica, “pittule”, cavolfiore fritto, rape lesse, ceci, stoccafisso, purcidduzzi, vino. Pietanze molto semplici, con la completa assenza di carne e di latticini, in memoria della povertà del santo. Non bisogna, però, dimenticare le “zeppole”, dolci fritti o cotti al forno che, simboleggiano carità ed ospitalità. Delle semplici pietanze in più sulla nostra tavola per devozione a quella che comunemente viene definita “la festa del papà”, ma fonti di sostentamento per i poveri di un tempo.

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