Casarano. Città di pace?

La riflessione di Francesco Barone

Non basta il vessillo della pace per essere pacifisti. Nè basta marciare in piazza in nome di alti ideali. Bisogna impegnarsi concretamente per gli altri. Casarano lo fa? Se lo chiede Francesco Barone, docente presso l'istituto tecnico commerciale della città

Quella iscrizione sul cartello stradale posto sulle vie di accesso al nostro paese e quel del vessillo iridato che campeggia dal balcone del Palazzo di città, così come quello che si vede all’ingresso della ex scuola media (oggi 2° Polo) di via Messina, mi suscitano degli interrogativi ed un certo disagio che va ben al di là di stucchevoli formalismi burocratici sul diritto ad esporre o meno bandiere di un certo tipo. Che cos’è il senso della pace? E’ forse una condizione del nostro spirito, una serenità interiore che ci consente di rivolgerci agli altri senza animosità e senza pregiudizi, ma che non cambia di un millesimo i problemi che possono affliggere il prossimo? O, peggio, un modo di vivere il proprio personale interesse: non voglio essere disturbato, né voglio occuparmi di faccende che possono provocare danno e pericolo alla mia esistenza e, per avere la certezza di non essere obbligato a rischiare, arrivo a concepire delle pubbliche assemblee o passeggiate, con la coreografia di bandiere e fiaccole… (quando fa buio)? O piuttosto un modo di guardare alle relazioni sociali vicine e remote, presenti e future, con interesse e preoccupazione: rappresento l’Umanità come un unico grande organismo, che vive della salute e della sicurezza di tutte le sue parti anche le più piccole e lontane, sto male quando ciascuna di esse soffre e non posso esimermi dall’intervenire? Proviamo allora ad immaginare una situazione concreta, semplice, vicina alla nostra quotidiana esperienza: due persone discutono, si contendono le rispettive ragioni, poi una delle due prova ad imporre la sua con atti di violenza e di sopraffazione all’altra e qui nasce un conflitto; noi assistiamo alla scena e: – decidiamo di non intervenire? – cerchiamo di dirimere la questione da lontano, al sicuro e senza rischi, con un appello, un proclama, una tavola rotonda, magari una bella marcia della pace, mentre i due continuano a darsele di santa ragione? – interveniamo tra i due contendenti, cercando di separarli e di ricondurli al buon senso, mentre un ceffone ci colpisce e noi dobbiamo tenercelo oppure difenderci? – ci rendiamo conto di non riuscire a farcela da soli e cerchiamo aiuto? Come esercizio mentale, ancora più efficace, per sollecitare la fantasia dei cosiddetti pacifisti, aggiungo un altro elemento all’esempio: e se uno dei contendenti fosse un famigliare, un parente, un amico e se il conflitto scoppiasse proprio vicino alla nostra casa, continueremmo imperterriti a dichiararci “pacifisti e non interventisti”? Le ipotesi potrebbero continuare, queste sono solo un piccolo campione di quello che può accadere ogni giorno ed ognuno può riconoscersi in qualcuna di esse, ma soprattutto può, con realismo, rendersi conto che molto spesso parlare e marciare non basta, mentre qualcuno si fa male o muore. Quelle “marce della pace” curiosamente si svolgono sempre in Paesi dove viene assicurata libertà di manifestare, il tenore di vita è tutto sommato accettabile, i mezzi di trasporto, l’alloggio, il vitto per i manifestanti, garantiti; non vi sono pericoli, a meno che non siano essi stessi a provocarli. Molto spesso il costo della “trasferta” è a carico di enti, istituzioni, associazioni, così che alcuni dei partecipanti non devono sostenere nemmeno sacrifici economici per soddisfare questa smaniosa voglia di pace; a parte le suole delle scarpe. Naturalmente chi non partecipa a questo genere di manifestazioni e non le approva è un guerrafondaio, vorrebbe vivere in un mondo in continuo subbuglio, gode nel vedere la gente ammazzarsi ed alimenta quando può risse e zuffe di ogni tipo. Voi credete che sia proprio così? Ci sono poi istituzioni pubbliche come Comuni, Province o scuole che si autoattribuiscono il “vessillo” della pace, non si sa bene per quali meriti, né con quali programmi operativi . Questo ovviamente li assolve da ogni altro impegno o iniziativa concreta e li vaccina da eventuali dubbi ed insinuazioni. Chi è all’opposizione, magari per altri motivi (amministrativi, organizzativi, politici, ecc..), automaticamente diventa anche un nemico della pace; visto che il marchio di garanzia se lo sono accaparrato in esclusiva e per primi gli altri. Ma, dove e perché dovrebbe nascere un conflitto? Nei luoghi dove la vita è davvero una lotta disperata, dove la terra è matrigna o, al contrario, dove il benessere (solo quello materiale) è così diffuso che la bramosia di accaparrarsene sempre di più ottunde le menti delle persone e le induce a prevaricare i diritti altrui. In questo marasma, la sola risposta che riescono a dare certi chiacchieroni facinorosi è quella di scegliersi una ridente ed amena località, magari nei dintorni di qualche base militare e ad inscenare la solita parata goliardica super colorata, che verrà poi puntualmente ripresa da giornalisti, fotoreporter, cineoperatori e pubblicizzata con il massimo della risonanza: con ciò la pace è salva!? Ma la lista dei conflitti e delle condizioni che possono determinarli è assai lunga. Potremmo cominciare da qualche periferia degradata di qualche grande città europea, dove la violenza si manifesta contro gli altri e contro se stessi ogni giorno, oppure in luoghi ed aree dove la malavita organizzata detiene il potere ed il controllo del territorio, o ancora sotto i ponti, nelle metropolitane, nelle stazioni ferroviarie dove esseri umani sono ridotti allo stato di cani randagi, sporchi, malati e denutriti. Volendo poi passare il confine dei cosiddetti Paesi sviluppati come il nostro, potremmo recarci in luoghi dove la carestia, la siccità, le malattie spingono tante persone a rivoltarsi e/o ad aspettare la morte, per non parlare di altri luoghi dove la guerra, quella combattuta con le armi, è più una regola che un’eccezione. Beh, a questi attivissimi organizzatori di marce suggerirei di farsi una salutare passeggiata in tutti questi posti e a scaricare lì, dove si soffre e si muore, la loro irrefrenabile voglia di pace, grande quanto la loro ipocrisia e la loro inerzia! Io avrei qualche esempio di pacifisti veri, a denominazione d’origine controllata e garantita, da segnalare a questi piccoli o grandi “pacifisti di carta”. Hanno mai sentito costoro parlare di un certo Gesù Cristo o di un tale Mahatma Gandhi o anche del signor Martin Luter King o di una suora, dal nome impronunciabile di Gonxha Agnes Bojaxhiu, meglio nota come Madre Teresa, o di un tal altro Francesco, figlio di Bernardone, o di quel gruppo di volontari denominati “Medici senza Frontiere”, o ancora di monaci, sacerdoti, suore e laici missionari che hanno speso la loro esistenza in Paesi lontani per portare il loro messaggio di pace e di fede? Molti di questi hanno pagato con la vita il loro pacifismo (fatto di carne, ossa e spirito) e molti altri continuano a rischiarla quotidianamente lasciando sul campo tutte le loro energie, la loro salute ed un grande senso dell’amore. E allora la mia esortazione a quei sedicenti pacifisti è di dare un piccolo esempio tangibile del loro “senso della pace”, accompagnando il loro messaggio con opere concrete e, dopo averlo fatto, potranno a ragione esporre bandiere, piantare cartelli stradali, organizzare marce, meeting o sit-in: io allora sarò lì ad applaudirli e, rispettosamente con umiltà ed ammirazione, resterò in silenzio. Francesco Barone, docente istituto tecnico commerciale Casarano

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