Vorrei ma non posso

Va tutto bene, finché non ti fermano i carabinieri per una stupida trasgressione in auto e, senza dover fingere minimamente, ti ritrovi a piangere, singhiozzando, letteralmente fuori controllo, come una disperata. Perché, benché tu sia determinata nel rifiutare di ammettere l’evidenza e concentrata da mesi solo sulle cose positive e sulla gratitudine per le tue innumerevoli fortune, in effetti, disperata oramai lo sei veramente.

Che i pochi risparmi sono finiti da un pezzo, sei stata ferma mesi, hai lavorato tutta l’estate per riprenderti dalle perdite subite, ma hai dovuto devolvere l’intero guadagno in tasse, c’è chi non ha ancora nemmeno accennato a pagarti il dovuto per i lavori svolti nel 2019, non ti aspetti certo che ti vengano pagati quelli del mese scorso.

Il futuro è una finestra con affaccio su un muro.

Nessuna vista, né bella né brutta. Solo un unico e desolante muro.

Forse abbiamo tutti imparato ad apprezzare le fortune e le piccole gioie del presente, ma intanto siamo stati derubati dell’orizzonte.

Le nostre vite hanno perso profondità, non esistono più i grandi traguardi da raggiungere, gli obbiettivi a lungo termine sono diventati un lusso per pochissimi.

E’ come se anche la nostra vita avesse indossato una mascherina. Costretta a respirarsi addosso.

Per fortuna siamo esseri umani, nati per adattarci ai cambiamenti, inoltre pure italiani, quindi estremamente creativi nel sopravvivere e capaci di infondere gioia in tutto, se vogliamo.

Ma se ti fermano i carabinieri e scoppi a piangere pensando alla tua vita, beh, allora si è toccato il fondo. Perché vuol dire che, oltre al lavoro e all’indipendenza economica, inizi a perdere la dignità.

E vorrei cambiare argomento, parlare d’altro, dirvi quanto sono felice per l’astronoma Andrea Ghez, la poetessa Louise Gluck e le chimiche Jennifer Doudna ed Emmanuelle Charpetier, per aver vinto il Nobel. Quanto mi entusiasma sapere della nascita di Amlet_a, collettivo di attrici (e amiche) nato per contrastare il divario e le discriminazioni di genere nel mondo dello spettacolo. Rendervi partecipi di belle notizie come la raccolta fondi guidata da Francesca Rubulotta, medica in terapia intensiva che ha scalato in bicicletta i sei versanti del vulcano: 190 km in tutto e 7000 m di dislivello da percorrere entro 24 ore, guadagnandosi il brevetto di Regina dell’Etna e, soprattutto, dando un importante contributo alla raccolta fondi per iWIN, piattaforma internazionale che opera per garantire pari opportunità nel campo della medicina.

Raccontarvi di La Ribot e Caludia Castellucci, coreografe a cui verranno assegnati rispettivamente il Leone d’Oro e il Leone d’argento alla carriera al Festival Int. di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia, quest’anno diretto da una donna, la coreografa Marie Chouinard.

Ma c’è un nuovo decreto. Nuove restrizioni. Più pericolo.

La gente ha paura. Di nuovo.

E torno a sentirmi in imbarazzo quando mi chiama una cara amica da fuori per chiedermi l’ospitalità (sarà sana? sarà pericoloso?).

Prendere delle decisioni diventa difficile.

Promuovere il mio lavoro, oggi, ha un po’ lo stesso sapore di quando passavo in rassegna annunci di case in vendita pur sapendo benissimo che non avrei mai potuto comprarne una.

Intanto le chat dei vari gruppi dei lavorator* dello spettacolo di cui faccio parte si riempiono di comunicati urgenti.

Le proteste contro la falsa riapertura dei teatri continuano a invadere le piazze. A Milano 500 bauli vuoti, posizionati nello spazio in modo distanziato, hanno riempito Piazza Duomo per una delle manifestazioni più scenografiche, ordinate ed efficaci mai viste.

Eppure in tv non se ne parla, se ne parla molto sui social, salvo poi dover leggere nei commenti sotto alla notiza:

trovatevi un lavoro vero’

Ecco. E’ questo il pensiero comune in Italia.

Avremmo dovuto sospettarlo, avremmo dovuto difenderci prima, ai primi segnali, per esempio appena completato i nostri studi (non ricordo di aver ricevuto regali per la mia Laurea in coreografia, non è un vero lavoro, quindi non è nemmeno un vero titolo di Studio) o tutte le infinite volte che abbiamo dovuto rispondere alla domanda: si, ma di lavoro cosa fai?, forse avremmo dovuto essere meno educati di fronte a chi si sentiva in diritto di intavolare un discorso con incipit più o meno simili a: ‘ io da piccola ballavo, avrei potuto fare carriera ma i miei non volevano…’ .

Avremmo dovuto evitare che finisse così, avremmo dovuto prevedere l’epilogo di questa lunga storia: se fai un lavoro che non è un lavoro, allora non hai diritti, forse non hai nemmeno una dignità.

Ora è troppo tardi. Siamo a un punto di non ritorno.

L’amara verità è sotto gli occhi di tutti: quando hanno chiuso le discoteche si è scatenato il finimondo, della chiusura dei teatri si sono lamentati solo i diretti interessati.

E’ semplice: nella nostra società il teatro, la danza, l’arte non hanno valore e non interessano a nessuno.

Trovo conferma di questa triste realtà guardando la TV. Nauseata dalla visione di una parte di documentario su Chiara Ferragni ( tristemente prodotto e mandato in onda da RAI 1), cambio canale e mi imbatto in un Talk Show in cui un giornalista, senza essere contraddetto, dichiara allegramente ‘che se chiudessero tutti i teatri in Italia non cambierebbe nulla.

Vien voglia di gettare la spugna per sempre.

Eppure, in poche ore, ho già un overbooking di prenotazioni per la mia prossima lezione.

Forse il mio lavoro non è inutile, io non sono inutile! C’è chi non vede l’ora di tornare a sudare in sala e riprendere in mano i propri sogni.

L’ignoranza e l’emergenza sanitaria saranno anche riusciti ad oscurarmi l’orizzonte. Ma la mia dignità di lavoratrice della danza, quella no, mai.

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Info sull'autore

Barbara Toma

Agitatrice, Animale da palco, Coreografa, drammaturga e mamma single salentina-olandese. In equilibrio precario, sul filo della vita, con due figlie e una sola vocazione: la danza. Non per forza sincera, ma dannatamente vera. Fuori luogo ovunque, tranne sul palco, l’unico posto dove il suo modo di agire non è controproducente.

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