De Lorenzis, slot machine e sacra corona: confiscato patrimonio per tre milioni e mezzo

Bloccato il patrimonio riconducibile a due dei tre fratelli De Lorenzis di Racale, nel Leccese: “Contigui ai clan della Sacra corona unita, si mascheravano dietro prestanome”. L’inchiesta chiamata Hydra sulla società Oxo Games che per i giudici doveva nascondere la M.Slot, colpita da interdittiva: “Contaminazione commerciale, con assunzioni e regali: anche un anello di valore in occasione delle nozze di una donna di una famiglia di spicco della Scu di Gallipoli”. La difesa: “Stile di vita lontano da logiche mafiose”

Di Stefania De Cristofaro

GALLIPOLI-RACALE (LECCE) – Confisca in chiave antimafia per il patrimonio del valore di tre milioni e mezzo di euro, riconducibile ai fratelli Saverio e Pasquale Gennaro De Lorenzis, 45 e 48 anni, di Racale, considerati i re delle slot machine nel Leccese, “vicini a clan di stampo mafioso” per effetto di accordi: quote societarie della Oxo Games srl di Melissano, oltre 1.500 slot machine trovate nei locali da gioco fra il Centro e il Sud Italia, tre conti correnti, 22 automezzi e denaro contante per 384mila euro.

LE INDAGINI DELLA FINANZA E L’INCHIESTA HYDRA: CONTIGUITA’ CON LA SCU

Il provvedimento di confisca di prevenzione è stato eseguito questa mattina, 6 ottobre 2020, sotto il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Lecce, e colpisce il patrimonio “riconducibile ai tre fratelli ritenuti socialmente pericolosi, in quanto contigui ai clan della Sacra corona unita”, come si legge nella nota stampa del comando provinciale della Finanza.

La confisca “rappresenta l’epilogo delle indagini condotte dal Gico del Nucleo di Polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Lecce” e “mette la parola fine ad un lungo iter giudiziario iniziato con un provvedimento di sequestro poi impugnato con la conseguente temporanea restituzione dei beni”.

Lo scorso mese di gennaio, infatti, la Corte d’Appello di Lecce, in accoglimento del ricorso discusso dai difensori, dissequestrò i beni della Oxo Games srl. Situazione ribaltata di recente, con sentenza di altri giudici, quelli della II Sezione penale del Tribunale di Lecce (presidente Fabrizio Malagnino, giudice Annalisa De Benedictis, giudice relatore Bianca Maria Todaro) alla luce delle ultime indagini secondo nulla di fatto è cambiato: gli accertamenti hanno dimostrato la riconducibilità alla compagine salentina di una società a responsabilità limitata di Melissano, leader nel settore del gaming e delle scommesse che, al fine di “schermare” i proventi derivanti dal loro lucroso business del gioco d’azzardo, aveva appositamente costituito una nuova impresa solo formalmente intestata ai dipendenti di un’altra azienda “di famiglia”. Questa società risulta già colpita da una misura interdittiva antimafia della Prefettura di Lecce”, spiegano dalla sede del comando della Finanza di Lecce. Si tratta della M.Slot.

IL TENTATIVO DI SVIARE LE INDAGINI: IL RICORSO A PRESTANOMI

L’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Lecce e dei finanzieri ha “dimostrato la totale gestione delle attività imprenditoriali da parte del gruppo criminale “racalino”. Gruppo che, stando all’accusa, “ha provato a sviare le indagini, mascherandosi dietro compiacenti prestanome, per continuare ad imporre la propria leadership nella gestione del gioco d’azzardo, massimizzando i profitti anche grazie al ricorso alla manipolazione fraudolenta e successiva distribuzione di apparecchi elettronici in grado di frodare non solo i giocatori ma anche il fisco”. Allo Stato, secondo i conteggi dei finanzieri, “sono stati sottratti centinaia di migliaia di euro di introiti fiscali, il cosiddetto Preu, ossia prelievo erariale unico e tassazione sulle vincite.

L’ACCORDO TRA IMPRENDITORI E MAFIOSI IN CAMBIO DI ASSUNZIONI E REGALI, ANCHE UN ANELLO DI NOZZE

I giudici leccesi, nel provvedimento, hanno precisato che “le prove raccolte dagli investigatori siano state sufficienti a dimostrare il reimpiego nella società salentina, oggi confiscata, dei proventi illeciti ottenuti da precedenti gestioni, anch’esse finite nel mirino degli investigatori, in quanto sospettate di essere il frutto di un accordo mafioso tra imprenditori e appartenenti alla Sacra Corona Unita”.

Per effetto di questa intesa era possibile “garantire protezione e penetrazione commerciale in tutti territori gestiti dai clan”, ottenendo in cambio la “spartizione di guadagni, assunzioni e regalie ai mafiosi”. Tra i cadeaux, le indagini hanno documentato l’omaggio di “un prezioso anello in occasione delle nozze di una donna appartenente ad una delle famiglie di spicco della Scu gallipolina”. E poi “auto e cure mediche agli altri componenti, o denaro nel momento della scarcerazione, quando maggiormente questi ne avevano bisogno, pagamento di avvocati”.

DENARO PER ACQUISTARE STRUTTURE RICETTIVE NELLA ZONA DI GALLIPOLI

Non sono mancate, secondo i finanzieri, “elargizioni a fondo perduto” per finanziare iniziative imprenditoriali delle famiglie mafiose salentine, tra cui anche l’acquisto di strutture ricettive nella zona di Gallipoli, in cui la Sacra Corona Unita ha deciso di riciclare i proventi delle proprie attività delittuose”. Il settore turistico ricettivo, come peraltro evidenziato nella relazione Dia sul secondo semestre 2019, costituisce uno di quelli in cui maggiore è il reimpiego di capitali illeciti. Settore in questo senso, diventato lavatrice, in alcuni casi.

LA NUOVA SOCIETA’ E LA CESSIONE DI QUOTE A UN PREZZO INCOGRUO: OPERAZIONE STUDIATA A TAVOLINO

Quanto alla nuova società, oggi confiscata, per i giudici leccesi è “avvenuta attraverso una macchinosa cessione di quote, fraudolentemente studiata a tavolino, tra i reali proprietari ed il loro prestanome, ad un prezzo talmente “vantaggioso” da essere “palesemente incongruo”.

Prezzo diluito in un lunghissimo “pagamento rateale, senza alcuna liquidità iniziale, secondo modalità “fuori mercato”, che non potevano avere altro fine, se non quello di mascherare una cessione strumentale a nascondere i patrimoni agli eventuali accertamenti patrimoniali da parte degli organi investigativi, invece puntualmente arrivati”.

Più esattamente, guardando alla Oxo Games, per i giudici, la srl è riconducibile a Pasquale Gennaro e Saverio Lorenzis, mentre  “nessun serio indizio è emerso nel pur corposo materiale istruttorio acquisito con riguardo al suo coinvolgimento nella vita aziendale” per quanto riguarda il maggiore dei fratelli, Pietro Antonio De Lorenzis, 55 anni. Quest’ultimo, quindi, è estraneo ai fatti contestati.

LA DIFESA DEI DUE FRATELLI DE LORENZIS: “STILE DI VITA ESTRANEO A LOGICHE MAFIOSE”

Pasquale e Saverio De Lorenzis hanno già confermato incarico al penalista Francesco Fasano per presentare appello:Pur rispettosi del provvedimento emesso, non lo si condivide e l’appello lo si proporrà, fiduciosi di ottenere giustizia, dichiarando che Pasquale e Saverio De Lorenzis, nulla avevano ed hanno a che fare con la società confiscata”, scrive il penalista.

Sulla pericolosità sociale di Pasquale e Saverio De Lorenzis, s’era già espresso il Tribunale di Lecce nell’ambito della misura di prevenzione numero 20/17, dell’8 ottobre 2019 e mai, in nessun caso, s’era potuta affermare la loro contiguità o vicinanza con la Sacra corona unita o, genericamente, con qualsiasi associazione mafiosa”, sostiene il legale. “Mai – si aggiunge, in riferimento alle deduzioni del Gico della guardia di finanza – s’è sostenuto, detto o scritto nei provvedimenti di giudici, che vi fosse un accordo tra gli imprenditori Saverio e Pasquale ed appartenenti alla Scu per garantire protezione o penetrazione commerciale nei territori gestiti dai clan”.

“Mai s’è detto o scritto nei provvedimenti di giudici – si dice ancora -, che Saverio e Pasquale abbiano spartito guadagni, effettuato assunzioni e regalie ad esponenti mafiosi, come un anello in occasione di un matrimonio o auto, o cure, o danaro al momento delle scarcerazioni. Tantomeno è risultato che Pasquale e Saverio abbiano mai pagato avvocati per “altri” o acquistato strutture ricettive in cui la Scu avrebbe riciclato alcunché”.

“Per quanto riguarda la odierna confisca, nessuno ha mai sostenuto l’esistenza di atti fraudolenti per frodare giocatori e fisco per centinaia di migliaia euro di introiti fiscali da parte di Oxo Games. È emerso pacificamente, viceversa, che Saverio e Pasquale De Lorenzis, abbiano osservato uno stile di vita lontanissimo da logiche mafiose ed abbiano denunciato puntualmente all’autorità giudiziaria le estorsioni, i ricatti e le minacce subite a cagione delle loro attività imprenditoriali. Queste circostanze sono state sempre riconosciute da Tribunali, Corti di Appello fino alla Suprema Corte di Cassazione a Roma”.

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Stefania De Cristofaro

Giornalista per passione e professione. Nata a Napoli, brindisina d'adozione, laurea in Scienze politiche e relazione internazionali all'Università del Salento

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