Xylella, Scrimieri: “La narrazione tossica è parte del problema”

Intervista a Chiara Idrusa Scrimieri, portavoce del Comitato “Salviamo gli ulivi del Salento”: “La narrazione dei media legittima l’abbandono dell’olivicoltura salentina tradizionale pianificato dal governo locale e nazionale

di Thomas Pistoia

L’11 luglio scorso, il Comitato “Salviamo gli ulivi del Salento”, un gruppo di cittadini che, dal 2012, si occupa di temi ambientali e crisi rurale, in un comunicato ha preso posizione contro le narrazioni “melodrammatiche” (è loro la definizione) che, in occasione del decimo anniversario della “scoperta” del batterio Xylella Fastidiosa, stanno proliferando su tutti i media.

Secondo il Comitato l’informazione mainstream porta avanti un modo di raccontare semplicistico, evitando così la responsabilità di un’analisi seria della complessità del problema.
Sottrarsi alla responsabilità sociale di un racconto equilibrato e approfondito ha delle conseguenze molto gravi sull’opinione pubblica, sulle scelte politiche e sulle condotte individuali e sociali.

Con Chiara Idrusa Scrimieri, autrice e regista di documentari, fiction e docufilm, portavoce del Comitato “Salviamo gli ulivi del Salento”, abbiamo cercato di capire che tipo di racconto collettivo i media locali stiano portando avanti.

Facciamo un sunto delle attività del Comitato “Salviamo gli ulivi del Salento” dalla sua fondazione a oggi.

““Salviamo gli ulivi del Salento” nasce guardando alle emergenze ambientali del nostro territorio e dall’esigenza di crearne una consapevolezza civile diffusa. Siamo partiti nel 2012, aprendo anche l’omonimo gruppo su Facebook, quando nel Salento si inaugurava il cantiere dell’ampliamento della statale 16 Maglie-Otranto, un’infrastruttura viaria dal progetto preliminare spropositato che avrebbe portato all’abbattimento di migliaia di ulivi secolari sani. All’epoca non esisteva ancora il disseccamento ed avevamo già chiara la sensazione che gli ulivi avessero perso valore collettivo – economico, affettivo e simbolico – e che la tutela del nostro paesaggio fosse non solo preoccupazione di pochi, ma questione men che secondaria nelle agende politiche. Abbiamo continuato ad occuparci dei temi ambientali e della crisi rurale del Salento fino all’esplosione della fitopatia che ha colpito gli ulivi e degli incendi rurali a uliveti e campi abbandonati, che tengono la nostra terra nella morsa dell’emergenza (non riconosciuta dalle Istituzioni in quanto tale) da quattro anni consecutivi. Nel 2021 abbiamo lanciato l’allarme dell’emergenza ambientale lanciando una petizione su change.org, per destare l’attenzione collettiva su un tema forte quanto sfuggente, con la raccolta di 40mila firme e l’adesione a un documento programmatico di rigenerazione agro-ambientale del territorio da presentare al governo regionale, inerme e incredibilmente silente. Ancora, nel 2022, a situazione immutata, abbiamo lanciato la campagna di comunicazione delle “10 domande di fuoco” rivolte alle Istituzioni, alle forze dell’ordine, ai sindaci salentini, alla Prefettura di Lecce, agli Enti preposti alla salvaguardia del territorio chiedendo attenzione sull’emergenza incendi ormai cronicizzata e lasciata a se stessa senza piani di prevenzione e contenimento. Nel 2023 il documento programmatico di rigenerazione agro-ambientale da noi stilato e promosso e sostenuto da 61 associazioni attive nella rigenerazione rurale e nella tutela e salvaguardia del territorio, è approdato in Regione e ha trovato una prima forma di relazione istituzionale come negli auspici iniziali. Oggi proseguiamo il lungo cammino del dialogo sul territorio, verso l’obiettivo di una sensibilizzazione diffusa delle coscienze pubbliche e private sui temi e le necessità improrogabili della cura dell’ambiente in cui viviamo e dell’ecologia.”

Alla luce dell’attività che avete svolto in questi anni, potreste analizzare il contesto di chi ci ha perso e chi ci sta guadagnando dalla presenza del batterio?

“Tecnicamente ci guadagna chiunque possa instaurare un business all’interno di questo grande cambiamento e ci ha perso la salute dei nostri alberi, quindi la nostra e della nostra terra. Tuttavia, le attività economiche che nascono a ridosso di un passaggio rurale epocale come quello che ci apprestiamo a vivere non sono necessariamente speculative, anzi. Dipende sempre dagli obiettivi, dall’impronta morale di chi immagina le tipologie dei bisogni da intercettare, dove agire e con quali strumenti. Se la crisi ambientale stimola la ricerca di metodi agricoli innovativi e salutari, è un bene. Come sono i benvenuti i coadiuvanti naturali messi a punto dalla ricerca, il recupero e la rigenerazione dell’ambiente inquinato, gli strumenti sostenibili che supportino un agire nella terra rispettoso della sua salute, le pratiche rigenerative, il rinverdimento su larga scala per il recupero di paesaggio ed ecosistemi integrati perduti, le piantumazioni intelligenti, la messa a punto di sistemi rurali ecologici e complessi.
Il più grande rischio è quello che in un territorio fragile come il nostro, complice la brutta politica e come già troppe volte accaduto in passato, si installi quel tipo di speculazione che consuma suolo e sottrae la terra alle sue antiche vocazioni, la prima delle quali è quella dell’autodeterminazione alimentare dei popoli. È, cioè, il rischio del landgrabbing nostrano: perdere la terra con le sue funzioni primarie e magari senza neanche accorgersene.”

Chiara Idrusa Scrimieri

A chi o a che cosa è funzionale la narrazione “melodrammatica”, dopo 10 anni?

“A piangerci addosso, sicuramente. A rigenerare il paesaggio no. Vi abbiamo rintracciato un’attitudine all’orazione funebre che affonda le sue radici lontano e che ritroviamo nel carattere salentino incline al vittimismo, all’ineluttabilità del fato avverso e alla rassegnazione. La forzatura che spinge sulla narrazione della sfiga del batterio è una stortura pericolosissima, perché appiattisce la lettura e l’approccio scientifico di un fenomeno complesso e lo slega dal contesto in cui attecchisce. Col risultato nefasto di portare la comunità politica, scientifica e cittadina a deresponsabilizzarsi dal proprio coinvolgimento. Il Salento soffre di inquinamento ambientale (le fonti sono varie e stratificate nel tempo) e di impoverimento della sostanza organica del suolo a causa dell’abuso prolungato di pesticidi e diserbanti per la gestione dei fondi agricoli (e fino a poco tempo fa anche del verde pubblico). La terra è stata poi progressivamente abbandonata, gli ulivi non sono più stati potati, tenuti in forma produttiva, concimati, curati (ricordiamo che l’ulivo nasce come cespuglio ed è stato addomesticato dall’uomo al portamento ad albero, per ragioni produttive). Tutto questo è terreno sufficientemente fertile, alla lunga, per la rottura di qualsiasi tipo di equilibrio ecosistemico in grado di reggere l’attacco di fitopatie. A dieci anni dall’insorgere dell’emergenza il piagnisteo celebra il funerale per sbarazzarsi di un cadavere culturalmente ingombrante; aiuta a legittimare il volta pagina dall’olivicoltura salentina tradizionale, liberando terra abbandonata e interessante ma ingombra. A volte i grandi cambiamenti hanno bisogno di sostegno per essere accettati, per aprire l’immaginario collettivo al nuovo, quale esso sia. E in questo mass-media e narrazioni sono maestri.”

Quali sono le azioni da compiere, secondo voi, per un recupero della verità storica della vicenda?

“Forse bisogna mettersi l’anima in pace: la verità potrebbe non esistere, perché custodita nella coscienza di chi si trovava a vivere l’emergenza, a trattarla e a gestirla. Ma se quella chiarezza non è riuscita a farla la magistratura (e il giornalismo che ci ha appena provato è stato messo in cattiva luce), chi e per quale motivo dovrebbe assumersi adesso la responsabilità di raccontare com’è andata, anche ammettendo errori di metodo o l’esistenza di eventuali interessi speculativi? Oggi, a dieci anni dall’ufficiale comparsa del batterio Xylella, siamo convinti che “la verità” emergerà dal dato di realtà di breve e medio termine: sarà sufficiente guardarsi intorno, poggiando lo sguardo sul paesaggio e sull’orizzonte. A seconda di ciò che intercetteranno i nostri occhi sarà evidente, in percentuali più o meno precise, il ripensamento produttivo del territorio salentino che è stato pianificato dagli ultimi decenni di governo locale e nazionale, grazie anche all’inesorabile abbandono della terra per mancato ricambio generazionale. Possiamo solo sperare in un equilibrio accettabile di proporzioni tra debiti alla transizione energetica (che è frutto di una pianificazione nazionale), sviluppo turistico ed edilizio se possibile ulteriori, agricoltura intensiva, riforestazione più o meno greenwashing e magari anche un poco di ritorno alla terra secondo protocolli agroecologici, con ripristino reale degli ecosistemi naturali perduti.”

Sei una regista. Se decidessi di raccontare questa storia in un film quale sarebbe la scena iniziale? E quella finale?

“Io sono una regista, sì e anche di film documentari. Non ho desiderato fare un film su questa storia perché in questo momento storico, data la gravità della crisi rurale in corso, la nostra terra aveva e ha più che mai bisogno di pratiche generative sul campo, prima che di discorsi e narrazioni. Quelle che poi, anche per difficoltà produttive, rischiano di arrivare sempre troppo in ritardo ad occuparsi di fenomeni sfuggenti perché estremamente mutevoli, quando non torbidi e controversi. D’altronde, non c’è storia più bella di quella che prende forma nella realtà, magari partendo da un’immagine di degrado e devastazione (rifiuti, incendi, campi abbandonati) per approdare a un finale paradisiaco, con la campagna che torna ad essere abitata e curata da nuove generazioni di custodi rurali, ripulita e rigenerata, felicemente produttiva, ricoperta di alberi e rigogliosa, un giardino di delizie: l’Eden. In questa visione del mondo le narrazioni hanno senso solo se sono capaci di nutrire l’immaginazione, di fornire motivazione alle scelte di vita, di parlare anche loro la lingua nuova della creazione e della rigenerazione.”

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