Ambiente svenduto, il dossier/2

Continuiamo a percorrere le pagine delle motivazioni della sentenza del processo ‘Ambiente Svenduto’. Nella prima puntata abbiamo descritto le condanne e parte delle colpe.

Di Daniela Spera

Le colpe (seconda parte)

Va specificato che, sebbene molti reati siano andati in prescrizione, altri, per i quali si è stabilita una pena, sono strettamente legati alle condotte tenute per i reati rimasti impuniti.

1.Negligenza, imperizia, imprudenza: lavoratori allo sbando.

Buffo Adolfo, Colucci Antonio e Giovinazzi Cosimo (per i reati di cui agli artt. 113, 589 co.2 c.p. 15,184 lett. f), 19 c.1 lett. A), 64, 71 c.1 D.Lgs. n.81/08 e 2087 c.c.).

Perché Buffo, quale direttore dello stabilimento siderurgico, Colucci, quale dirigente con poteri decisionali e di spesa con funzioni di Capo Area Logistica Operativa-responsabile IMA/I-IV sporgente, responsabile sbarco materie prime e reparto Movimento Ferroviario attinente la movimentazione e spedizione dei prodotti via mare, via strada e via ferrovia, e Giovinazzi quale capo del reparto Movimento Ferroviario, causarono la morte di Claudio Marsella, lavoratore dipendente dell’Ilva, avente mansioni di locomotorista del reparto Movimento Ferroviario. Omettevano di vigilare sull’effettiva osservanza da parte dei lavoratori delle disposizioni in materia di sicurezza, sull’uso corretto delle attrezzature e dei mezzi, e non avevano dotato i lavoratori di attrezzature appropriate e idonee allo svolgimento delle loro mansioni.

La dinamica dell’incidente mortale

Nel corso di un’operazione di aggancio di due mezzi – il locomotore guidato da Marsella e un convoglio di sette vagoni carichi di bramme – il lavoratore rimaneva schiacciato nello spazio tra locomotore e carri a causa del mancato allineamento e aggancio tra i due. I mezzi non erano dotati di sistemi di bloccaggio delle ruote e l’organizzazione del lavoro prevedeva il posizionamento del comando del locomotore in folle per farlo procedere per inerzia fino all’aggancio dei carri. Claudio Marsella moriva, il 30 0ttobre 2012, all’età di 29 anni, una morte terribile, dovuta a “shock da grande traumatismo”.

Buffo Adolfo, Colucci Antonio, Dinoi Giuseppe (per il delitto di cui agli artt. 110,437, c.1 e 2, c.p.); Buffo Adolfo, Colucci Antonio, Dinoi Giuseppe e Raffaelli Giovanni (per i reati di cui agli artt. 113, 589, c. 2, c.p.; 61 n.3 c.p.; 15, 17 c.1 lett. a), 18 c.1 lett. f, 19 c.1 lett.a), 28,36,37,43 c.1 lett. d, e, 55 c.2,64 c.1 lett. a),70 c.1,71c.4, lett.a, c.7 lett. a) e b), c.8 lett.a) e b), c.11,73, AII.VII D.Lgs. n.81/08; D.M.11.4.2011 Allegato ll; art.2087 c.c. ).

Consentivano l’uso di apparecchiature di sollevamento (gru di banchina del tipo scaricatore a benna) non idonee e senza procedere al ripristino della loro efficienza. Queste erano in esercizio da oltre trent’anni in pessimo stato di conservazione “e, peraltro, del tutto prive di idonea valutazione di vita residua sull’effettivo stato di integrità” come imposto dal D.M. 11.4.2011. Provocavano, così, la morte di Francesco Zaccaria, lavoratore dell’Ilva con mansione di gruista.

La dinamica dell’incidente mortale

Tutto accadeva nei pressi dei moli del Porto di Taranto in concessione all’llva, il IV sporgente. Zaccaria si era posizionato alla guida di una gru ed era in quota, all’interno della cabina, quando la sua postazione veniva travolta da un tornado.

A causa dell’omessa valutazione dei rischi, della dotazione di apparecchiature di sollevamento inefficienti e inidonee, e al pessimo stato di conservazione della gru in dotazione, “nonché in ragione del mancato utilizzo del ‘fermo antiuragano’ previsto sulla cabina della gru”, per omissione di un’attività di formazione dei lavoratori, “la cabina veniva trascinata sino all’impatto contro il fine-corsa «lato mare» “.

L’impatto violento provocava la torsione del fine-corsa della cabina e la conseguente apertura con successiva caduta della cabina in mare” cosicché il povero Francesco Zaccaria il 28 novembre 2012 “precipitava da un’altezza di circa mt.60, in tal modo decedendo; con I’aggravante per tutti di aver agito nonostante la previsione dell’evento. ” Aveva 29 anni.

2. Il consulente della Procura, i funzionari della pubblica amministrazione, i politici.

Liberti Lorenzo (per il delitto di cui agli artt. 40 cpv, 110, 434, c, 1 e 2, e 439 c.p.)

Perché non consentì al P.M. di “richiedere e/o adottare i provvedimenti cautelari utili ad impedire la prosecuzione dell’attività criminosa”.

Cosa aveva fatto Liberti? Insieme a Roberto Primerano (posizione poi stralciata), il 22 luglio 2008, era stato nominato dalla Procura di Taranto. In qualità di consulenti, nell’ambito del procedimento penale a carico di ignoti, avevano il compito di stabilire la fonte delle diossine e pcb rinvenuti nelle matrici alimentari che avevano portato all’abbattimento di circa 2.170 capi di bestiame. La relazione asseriva “falsamente” che le diossine analizzate non erano compatibili con l’attività siderurgica. Questo perché Liberti aveva ricevuto la promessa di un compenso di 10.000 euro, poi concretizzato ad opera di Archinà, addetto alle relazioni esterne di Ilva, il 26 marzo 2010, nei pressi dell’impianto di distribuzione di carburanti in agro di Acquaviva delle Fonti. La cifra era stata prelevata dalla cassa interna di Ilva S.p.a. che, in questo modo, si sarebbe garantita l’impunità.

(Si legga anche: Ex Ilva. Processo Ambiente Svenduto. Il ruolo chiave di Liberti)

Specchia Vincenzo (per il delitto di cui agli artt. 81 – 110 – 117 – 56 – 317 c.p.)

In qualità di Direttore Generale della Provincia di Taranto, Specchia cercava di costringere il dirigente del IX° Settore Ecologia della Provincia di Taranto, Luigi Romandini (dirigente dal 2006 fino al 30 settembre 2009) ad assecondare le richieste dell’Ilva in merito al rilascio di autorizzazioni in materia ambientale. Questo avveniva “attraverso pressioni reiterate nel tempo, accompagnate da minacce di licenziamento, dall’invito a presentare le dimissioni, da minacce di trasferimento ad altro incarico oltre che da pretestuose riorganizzazioni dell’ufficio finalizzate ad influire sui poteri del dirigente ed infine attraverso il trasferimento dello stesso ad altro settore”.

In particolare, Romandini doveva sottoscrivere la determina di autorizzazione all’esercizio della discarica per rifiuti speciali in area «Cava Mater Gratiae», nonostante questa non avesse i requisiti di legge, per consentire lo smaltimento in loco di rifiuti prodotti dallo stabilimento. In questo modo l’Ilva avrebbe goduto del risparmio derivante da tale pratica. L’intento intimidatorio però non andò a buon fine. Romandini non rilasciò l’autorizzazione.

Florido Giovanni (Presidente della Provincia di Taranto), Conserva Michele (Assessore all’ecologia e ambiente), Archinà Girolamo (per il delitto di cui agli artt. 81 – 110 – 111 – 317 (nella formulazione previgente alla L. 6 novembre 2012 n,190) – 319 quater c.p.)

Dopo Romandini, il medesimo trattamento toccò a Ignazio Morrone, dirigente del IX° Settore Ecologia della Provincia di Taranto, dal primo ottobre 2009 al primo ottobre 2011.

Florido, Conserva e Archinà, in concorso tra di loro, premevano affinchè venisse autorizzata all’esercizio la discarica per rifiuti speciali in area «Cava Mater Gratiae» attraverso “una costante opera di interferenza nell’attività amministrativa del dirigente, di invasiva sollecitazione e persuasione ed, infine, manifestando ostilità nei suoi confronti per non avere assecondato le indicazioni che provenivano soprattutto dal Florido”. Morrone, sotto forte pressione, infine manifestò l’intenzione di volersi adeguare alle indicazioni del Presidente e dell’Assessore e, per loro tramite, di Archinà, promettendo il rilascio dell’autorizzazione richiesta.

Vendola Nicola, Archinà Girolamo, Riva Fabio Arturo, Capogrosso Luigi, Perli Francesco (per il delitto di cui agli artt. 6l nr. 2, ll0, ll2 nr. 1 e 317 c.p.)

Vendola, in accordo con altri soggetti, in qualità di Presidente della Regione Puglia, minacciò in maniera “implicita” Assennato di non essere riconfermato nell’incarico ricoperto, qualora il direttore generale di Arpa Puglia non avesse ‘’ammorbidito’’ la sua posizione. Questo in seguito alla campagna di campionamenti sulla qualità dell’aria eseguita da Arpa nel 2009. I risultati avevano evidenziato valori molto elevati di benzo(a)pirene.

Da qui nasceva l’esigenza “di procedere ad una riduzione e rimodulazione del ciclo produttivo dello stabilimento siderurgico di Taranto” proposta che aveva suscitato il malcontento dei dirigenti di Ilva.

In un incontro del 22 giugno 2010 con Manna, Fratoianni, Losappio, Pellegrini ed Archinà, il presidente Vendola, “dopo avere fortemente criticato l’operato dell’Arpa, esprimendo al contempo disapprovazione, risentimento ed insofferenza verso il predetto ufficio ed i funzionari che vi prestavano servizio” Blonda, Giua e Assennato, autori della relazione, sostenne che “così com’è Arpa Puglia può andare a casa perché hanno rotto… ” e ribadiva che l’attività produttiva dell’Ilva doveva andare avanti senza intoppi.

Per questo motivo il 23 giugno 2010 Vendola convocò Blonda (Direttore Scientifico di ARPA Puglia), presso la Presidenza della Regione, riportandogli i concetti espressi nell’incontro del 22 giugno.

Il 15 luglio 2010 il Presidente convocava un’altra riunione informale, alla quale presenziavano, tra gli altri, anche Emilio Riva, Arturo Fabio Riva, Girolamo Archinà e Luigi Capogrosso mentre Assennato, anch’egli convocato, veniva fatto attendere fuori dalla stanza (per ulteriori dettagli si legga la prima puntata).

La Corte ha infine disposto la confisca dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico, nonché la confisca nei confronti di Ilva S.p.a. in A.S. (Amministrazione Straordinaria), di Riva Fire, ora Partecipazioni Industriali S.p.a. in A.S., e Riva Forni Elettrici S.p.a., del profitto derivante dalla condotta di illeciti amministrativi nella misura di 2.100.000.000 di euro.

Continua..

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