Taranto, “Ambiente svenduto”: il dossier

Come anticipato, vogliamo ripercorrere le pagine delle motivazioni della sentenza del processo ‘Ambiente Svenduto’, a partire dalle condanne e dai reati commessi

Di Daniela Spera

Imputati e condanne

Salta subito all’occhio il numero dei condannati. Decimato rispetto alle richieste iniziali dei pubblici ministeri. Si è passati da 44 imputati a 26 condannati più le 3 società coinvolte. Questo a causa della prescrizione intervenuta nel frattempo, e che, per molti imputati, ha portato all’estinzione dei reati ascritti, ma anche grazie alle assoluzioni per non aver commesso il fatto. Assolto, l’allora sindaco Ippazio Stefàno, per l’unica accusa rivoltagli di omissione di adozione di un provvedimento contingibile e urgente ‘al fine di prevenire e di eliminare i gravi pericoli derivanti’ dall’attività produttiva dell’Ilva. L’accusa derivava dal fatto che Stefàno, pur cosciente della grave situazione, tanto da presentare denuncia il 24 maggio 2010 presso la procura di Taranto, non era intervenuto in qualità di Ufficiale del Governo e di Autorità focale su emergenze sanitarie e di igiene pubblica. Ma il fatto non costituisce reato secondo la legge.

In particolare, la Corte ha dichiarato di non dover procedere, per intervenuta prescrizione, nei confronti di Sergio Palmisano, Vincenzo Dimastromatteo, Angelo Veste, Cataldo De Michele, Donato Pentassuglia, Antonello Antonicelli, Nicola Fratoianni, Davide Filippo Pellegrino e Massimo Blonda.

La prescrizione del reato è regolata dall’art. 157 del Codice penale e prevede che, decorso un determinato lasso di tempo, il reato si estingua. L’estinzione del reato, in questo caso, non equivale però ad una pronuncia di innocenza dell’imputato. Stesso destino sarebbe dovuto toccare a Giorgio Assennato, che ha però rinunciato alla prescrizione, convinto di poter dimostrare la propria innocenza. È stato condannato a due anni di reclusione insieme a Cosimo Giovinazzi, Giovanni Raffaelli, Vincenzo Specchia.

Secondo l’accusa Assennato, in qualità di Direttore di Arpa Puglia, aiutò il Presidente della Regione Vendola a eludere le indagini delle autorità con dichiarazioni false e ‘reticenti’ in merito alle pressioni subite ad opera del Presidente, affermando di ‘non aver mai avuto nessuna pressione e nessuna intimidazione’. E di ‘non ricordare assolutamente nulla’ delle parole che Antonicelli, dirigente del settore ecologia e ambiente della Regione, gli rivolse, in occasione di una riunione nel corso della quale Assennato fu fatto attendere fuori. Antonicelli, su incarico di Vendola, ammonì il direttore di Arpa Puglia a non utilizzare i dati tecnici ‘come bombe carta che poi si trasformano in bombe a mano’.

Più pesanti le condanne per proprietari, dirigenti e responsabili di reparto, fatta eccezione per Emilio Riva, nel frattempo deceduto:

Fabio Arturo Riva, ventidue anni di reclusione; Luigi Capogrosso ventuno anni di reclusione; Nicola Riva vent’anni di reclusione; Girolamo Archina’ ventun’anni e sei mesi di reclusione; Lanfranco Legnani, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli e Agostino Pastorino a diciott’ anni e sei mesi di reclusione ciascuno; Enrico Bessone a diciassette anni e sei mesi di reclusione; lvan Dimaggio, Salvatore De Felice e Salvatore D’Alo’ a diciassette anni di reclusione ciascuno; Marco Andelmi e Angelo Cavallo a undici anni e sei mesi di reclusione ciascuno: Adolfo Buffo e Antonio Colucci a quattro anni di reclusione ciascuno; Giuseppe Dinoi, a due anni e sei mesi di reclusione; Francesco Perli a cinque anni e sei mesi reclusione.

Tra i politici e funzionari pubblici:

Nicola Vendola, a tre anni e sei mesi di reclusione; Giovanni Florido e Michele Conserva, a tre anni di reclusione ciascuno; Lorenzo Liberti a quindici anni e sei mesi di reclusione.

Inoltre, la Corte ha condannato:

ILVA. S.p.a. in Amministrazione Straordinaria, in persona dei Commissari Straordinari pro tempore, alla sanzione di 4.647.000 euro complessivi; RIVA FIRE, ora PARTECIPAZIONI INDUSTRIALI S.p.a. in Amministrazione Straordinaria, in persona del Curatore Speciale pro tempore, alla sanzione di 1.239.200 euro complessivi; RIVA FORNI ELETTRICI S.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore, alla sanzione di 1.239.200 euro complessivi.

Le colpe (prima parte)

Riva Nicola. Riva Fabio Arturo. Capogrosso Luigi, Archinà Girolamo, Perli Francesco, Legnani Lanfranco, Ceriani Alfredo, Rebaioli Giovanni, Pastorino Agostino, Bessone Enrico (per il delitto di cui all’art. 416, c.1, 2 e 5 c.p.).

Avevano preso parte ad una associazione per delinquere allo scopo di commettere più reati ai danni della salute pubblica. I Riva, insieme a Luigi Capogrosso, intrattennero costanti contatti tra loro e Girolamo Archinà per individuare ostacoli al rilascio delle autorizzazioni necessarie al proseguimento dell’attività produttiva, concordando possibili soluzioni, come ad esempio il ridimensionamento di problemi ambientali anche molto gravi. Legnani, Ceriani, Pastorino, Rebaioli, Bessone, fiduciari della famiglia Riva e responsabili di diversi reparti dell’area a caldo, attuarono il programma concordato con i vertici di ottenere il massimo profitto a scapito delle criticità ambientali e di sicurezza degli impianti. Archinà provvedeva a intrattenere costanti contatti con vari esponenti ‘chiave’, premendo per l’ottenimento delle autorizzazioni necessarie all’esercizio dell’attività produttiva, provvedendo anche a consegnare a Lorenzo Liberti la somma di 10.000 euro allo scopo di falsificare il contenuto di una consulenza tecnica disposta dal P.M. e a tentare di costringere un dirigente della Provincia di Taranto ad assumere un atteggiamento di favore nei confronti dell’Ilva. Perli intrattenne rapporti diretti, di certo non istituzionali, con funzionari della Regione Puglia e del Ministero dell’Ambiente, in particolare con i membri della Commissione IPPC-AIA, per l’ottenimento del rilascio dell’AIA, nonostante le insormontabili criticità degli impianti.

Riva Nicola, Riva Fabio Arturo. Capogrosso Luigi, Legnani Lanfranco, Ceriani Alfredo, Rebaioli Giovanni, Pastorino Agostino, Bessone Enrico, Andelmi Marco, Cavallo Angelo, Dimaggio lvan, De Felice Salvatore, D’Alò Salvatore, Archinà Girolamo (per il delitto di cui agli artt. 110, 112 n. 1, 434- comma primo e secondo, c.p. e per il delitto di cui agli artt.110, 112 n.1, 437, comma 1, 2, c.p.).

Perché in concorso tra loro hanno operato o non hanno impedito imponenti sversamenti in aria di ‘sostanze nocive per la salute umana, animale e vegetale, diffondendo tali sostanze nelle aree interne allo stabilimento, nonché rurali ed urbane circostanti’ determinando ‘gravissimo pericolo per la salute pubblica e cagionando eventi di malattia e morte nella popolazione residente nei quartieri vicino al siderurgico’. Non solo. Consentivano lo sversamento di ingenti quantità di emissioni ‘diffuse e fuggitive’ in aria, nocive tanto per la salute dei lavoratori quanto per quella dei residenti, derivanti dall’area parchi, cokeria, agglomerato, acciaieria e GRF.

Riva Nicola, Riva Fabio Arturo, Capogrosso Luigi, Legnani Lanfranco, Ceriani Alfredo, Rebaioli Giovanni. Pastorino Agostino, Bessone Enrico, Andelmi Marco, Cavallo Angelo, Dimaggio lvan, De Felice Salvatore, D’Alò Salvatore, Archinà Girolamo (per il delitto di cui agli artt. 110,112 n. 1, 439 c.p.).

Perché, in concorso tra loro attraverso l’attività di sversamento di sostanze nocive hanno provocato, e comunque non hanno impedito, la contaminazione dei terreni dove insistevano diverse aziende agricole locali, causando, così, l’avvelenamento da diossine e Pcb di circa 2.271 capi di bestiame ‘destinati all’alimentazione diretta e indiretta con i loro derivati, a seguito dell’attività di pascolo esercitata’ con ‘conseguente abbattimento dei predetti capi di bestiame perché contaminati da diossina e PCB e quindi pericolosi per la salute umana’. E perché, con la medesima attività ‘provocavano e comunque non impedivano la contaminazione dello specchio acqueo del l° Seno del Mar Piccolo di Taranto ove insistevano numerosi impianti di coltivazione di mitili’ provocando così ‘l’avvelenamento da diossina, PCB e metalli pesanti di diverse tonnellate di mitili che venivano distrutti per ragioni sanitarie, in quanto pericolosi per la salute umana’.

1/continua

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