PETRUZZELLI: Il gioco beffardo de “La Dama di Picche”.

di Fernando Greco

(foto di Clarissa Lapolla)

Fernando Greco

Dopo il pregevole allestimento de “Le Joueur” (Il Giocatore) di Prokof’ev che ha inaugurato nel luglio scorso il Festival della Valle d’Itria, il tema del gioco d’azzardo è tornato ad affascinare i melomani pugliesi con “La Dama di Picche”, capolavoro di Pëtr Il’ič Čajkovskij (1840 – 1893) mai rappresentato prima d’ora nella nostra regione, giunto al Petruzzelli nel recente allestimento a cura dell’Hessisches Staatstheater di Wiesbaden, ente con cui la Fondazione Petruzzelli ha intrapreso un percorso di collaborazione che vedrà nel mese di maggio la rappresentazione in Germania della sontuosa “Aida” (per la regia di Bauduin) che ha debuttato con successo a Bari nel marzo scorso.

RISCATTO SOCIALE O LUDOPATIA?

Nell’universo delle passioni illustrate dalla poetica Romantica, quella per il gioco d’azzardo rappresenta di certo la più ossessiva, talora connessa con la spasmodica attesa di una fatalità che possa far cambiare direzione a un precario tenore di vita, ma più spesso con un irrazionale senso di sfida verso sé stessi, con una dipendenza psichica tanto più ipertrofica quanto meno gratificata dalla vincita. Desiderio di riscatto sociale o ludopatia? Di fatto ne “La Dama di Picche” il fatidico motto “Tre Carte! Tre Carte! Tre Carte!” risuona nella mente del protagonista come una cantilena lungo tutto il dipanarsi della vicenda, orientandone le sorti fino al tragico finale. Illuminanti a tal proposito le parole di Constantin Mende, responsabile della drammaturgia di questa produzione: Nel racconto di Puškin, da cui è tratta l’opera lirica La Dama di Picche, il protagonista Hermann non desidera altro che far carriera. A tal fine corteggia Lisa in modo strategico, per avvicinare più facilmente la Contessa (di cui Lisa è soltanto la badante… NdA) e scoprire il segreto del “gioco delle tre carte”, garantendosi così in modo rapido un grande successo sociale e la ricchezza finanziaria. Insomma, un piano freddamente calcolato. Ma Čajkovskij non la pensa allo stesso modo: diversamente nell’opera, al principio degli eventi, il protagonista – da considerarsi molto vicino al compositore per la sua tormentata vita interiore – prova per Lisa un sincero amore, sentimento che lo colpisce fatalmente. Allo stesso tempo però è consapevole di fantasticare su di un rapporto irrealizzabile poichè Lisa (che in questo caso è la nobile nipote della Contessa… NdA) è già fidanzata con il Principe Eleckij e pertanto a un livello socialmente irraggiungibile per lui. A causa della sua povertà ha sempre condotto una vita da outsider e solo osservato il gioco d’azzardo, subendone il fascino pur senza parteciparvi attivamente. Ora però si trova costretto a entrare nel gioco in prima persona […] Ciò che accade ad Hermann quando comincia la sua discesa nella spirale del gioco è interessante non solo dal punto di vista psicologico, ma anche nella sua dimensione sociologica. Pur essendo consapevole di quanto diabolico sia il fascino del gioco, se ne sente irrimediabilmente attratto con l’irreale convinzione di poterlo sovvertire in suo favore grazie alla conoscenza del “segreto”, qualcosa in grado cioè di minarne la casualità. Intrappolato in questa illusione, dimentica il vero motivo per cui ha iniziato a giocare: l’amore per Lisa. Questa nuova smania infatti lo assorbe del tutto e gli fa perdere infine il legame con le cose fondamentali, come Lisa o come la sua stessa vita”.

IL SUICIDIO MANCATO

Mentre il libretto dell’opera prevede che il protagonista si suicidi in maniera plateale, nell’impostazione registica di Uwe Eric Laufenberg (ripresa per l’occasione da Silvia Gatto) Hermann vorrebbe spararsi, ma viene bloccato dai suoi amici e portato via, forse in manicomio, come prevede il finale del racconto di Puškin. Non si capisce bene che fine faccia Lisa, che secondo il libretto dovrebbe suicidarsi gettandosi nel fiume dopo essere stata abbandonata dall’amato, mentre qui al termine del Sesto Quadro si avvoltola disperata in un lenzuolo: forse anche lei resterà in vita e andrà incontro a un tranquillo matrimonio, come nell’originale puškiniano. Nel complesso le scene create da Rolf Glittenberg mostrano raffinati interni caratterizzati da una linearità un po’ Biedermeier un po’ ancor più vicina alla contemporaneità, in analogia con gli eleganti costumi disegnati da Marianne Glittenberg. In fin dei conti si tratta di ricchi, poco importa se nobili o borghesi, che giocano a carte o si gingillano con passatempi di lusso, come la pantomima pastorale inscenata durante la festa del Terzo Quadro, che in questo caso diviene una sorta di pruriginoso spogliarello sulle coreografie di Myriam Lifka con tanto di nudo integrale. L’abolizione degli ambienti esterni rende ancor più palpabile la cupezza della vicenda, quasi inscatolata in una claustrofobica convenzionalità: l’assolato Giardino d’Estate di San Pietroburgo previsto all’inizio dell’opera viene sostituito da una sorta di circolo-ufficiali in cui la luce del sole filtra soltanto attraverso le vetrate. E visto che nel circolo non è prevista la presenza di bambini e popolani, è stato purtroppo effettuato il taglio di tutto il coro iniziale, compreso quello delle bianche voci di bimbi che giocano a fare i soldati sotto lo sguardo vigile di madri e nutrici.

UNA PARTITURA MONUMENTALE

La monumentale partitura di Čajkovskij non ha mancato di soggiogare gli ascoltatori grazie alla magistrale esecuzione da parte dell’Orchestra del Petruzzelli guidata dall’esperta bacchetta di Michael Güttler, direttore tedesco che dal 2003 è direttore ospite permanente al teatro Mariinskij di San Pietroburgo: a partire dall’ouverture, la musica ha saputo far vibrare le corde del cuore, sia nell’empito dei momenti di maggior valenza sinfonica sia nel raccoglimento dei bozzetti di intimità pressochè cameristica, in perfetta sintonia con una compagnia di canto dalle notevoli qualità vocali e sceniche. A cominciare dal tenore irlandese Aaron Cawley che ha interpretato l’estenuante ruolo di Hermann con formidabile immedesimazione, evidenziando la psicologia di un personaggio sempre fuori posto rispetto all’ambiente che lo circonda, un moderno antieroe che nel corso della vicenda si perde nel vortice di una progressiva autodistruzione, grazie anche a una vocalità generosa che ha saputo piegarsi senza cedimenti alle esigenze drammaturgiche, dall’estasi lirica del tenore amoroso alla robustezza espressionista dell’ heldentenor. Il soprano Elena Bezgodkova ha delineato i turbamenti di Lisa in maniera autorevole, con timbro squisitamente lirico, all’occorrenza spavaldo in zona acuta. Delizioso l’accostamento con la voce calda e brunita del mezzosoprano Silvia Hauer nei panni di Polina, nel duetto che apre il Secondo Quadro, con il suggestivo accompagnamento pianistico di Julia Palmovapresente in palcoscenico; di suo la Hauer ha offerto una performance da manuale, culminata, dopo il duetto, nella smagliante esecuzione della “Canzone russa”. Il bel timbro contraltile e l’imponenza fisica di Romina Boscolo hanno determinato l’irresistibile fascino della Contessa quale autentica Femme Fatale al tramonto, quasi una diva del cinema muto il cui ritratto in bianco e nero incombe sullo sfondo della camera. Il personaggio del Principe Eleckij è stato interpretato con eleganza vocale e giusto phisique du role dal baritono Benjamin Russell. Il Conte Tomskij ha esibito il nobile fraseggio del baritono usbeco Alik Abdukayumov, particolarmente incisivo nella sua ballata iniziale. Uniformemente efficaci per la buona riuscita della rappresentazione tutti gli altri: il tenore Erik Biegel nei panni di Cekalinskij, in quelli di Surin il baritono Marek Reichert, nei rispettivi ruoli di Chaplickij e Narumov il tenore Julian Habermann e il bassobaritono Mikhail Biryukov, il soprano Alexandra Koch nei panni di Masha e il tenore Raffaele Pastore in quelli del Cerimoniere.

Sorprendente la disinvoltura scenica e la correttezza vocale del Coro del Petruzzelli istruito da Fabrizio Cassi.

La Stagione Lirica del Petruzzelli proseguirà il 18 novembre con il “Don Pasquale” di Gaetano Donizetti. Ulteriori informazioni sul sito www.fondazionepetruzzelli.it.

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