48° Festival della Valle d’Itria. Le funeste nozze di “Beatrice di Tenda”

Fernando Greco

di Fernando Greco

Anche quest’anno il Belcanto romantico di pura matrice italiana sarà protagonista del Festival della Valle d’Itria con l’opera “Beatrice di Tenda” di Vincenzo Bellini (1801 – 1835), che il 23 luglio sarà presentata in forma di concerto nel cortile del Palazzo Ducale di Martina Franca (replica il 26 luglio). Per l’occasione l’Orchestra del Petruzzelli sarà diretta da Fabio Luisi, direttore musicale del Festival. Nel ruolo del titolo si potrà apprezzare la splendida voce del soprano tarantino Giuliana Gianfaldoni, che a settembre sarà di ritorno in Puglia per il “Roméo et Juliette” di Gounod in scena al Petruzzelli. Accanto a lei il tenore spagnolo Celso Albelo, belcantista di fama internazionale. I solisti saranno affiancati dall’infaticabile Coro del Petruzzelli istruito da Fabrizio Cassi.

L’INARRESTABILE SUCCESSO

Se la borsa di studio elargita nel 1818 dal senato civico di Catania aveva consentito al giovane musicista di compiere la sua formazione accademica a Napoli presso il prestigioso Real Collegio di San Sebastiano, il primo ingaggio ottenuto nel 1827 da parte del famoso impresario Domenico Barbaja per il Teatro alla Scala innescò la miccia di un inarrestabile successo presso il raffinato pubblico milanese. Dopo il debutto scaligero con “Il pirata”, due anni dopo fu la volta de “La straniera”, quindi nel 1831 Bellini raggiunse l’apice di un’indiscussa celebrità con “La sonnambula” e “Norma”, rappresentate rispettivamente al teatro Carcano e al Teatro alla Scala.

Nei primi cinque mesi del 1832 il musicista si concesse un viaggio di piacere lungo l’Italia meridionale, desideroso di tornare sia a Napoli sia a Catania, città che gli dedicarono un’accoglienza trionfale; lo accompagnava la sua amante Giuditta Turina, dedicataria della partitura de “La straniera” e moglie di un ricco imprenditore milanese, la quale viaggiava in una carrozza a parte in compagnia del fratello Gaetano per non dare nell’occhio. L’ennesima gratificazione giunse a Firenze, sulla via del ritorno a Milano, da parte di Alessandro Lanari, altro celebre impresario dell’epoca (soprannominato “il Napoleone degli impresari”), che propose a Bellini di comporre una nuova opera da rappresentarsi il 26 dicembre presso La Fenice di Venezia, teatro dove il Catanese aveva debuttato nel 1830 con l’opera “I Capuleti e i Montecchi”. Protagonista del nuovo melodramma sarebbe stato il soprano Giuditta Pasta, primadonna assoluta dell’epoca e già prima interprete de “La sonnambula” e di “Norma”.

OR CHE PRETENDE IL BELLINI?

L’iniziale interesse manifestato nei confronti del dramma “Cristina regina di Svezia” (scritto da Alexandre Dumas padre) venne meno quando il musicista, recatosi insieme con la Pasta alla Scala nell’ottobre 1832 per ascoltare l’ultima opera di Mercadante “Ismalia ossia Morte e Amore”, rimase impressionato dal balletto inserito come da consuetudine tra un atto e l’altro, ovvero un’ “azione mimico-istorica” creata dal celebre Antonio Monticini (già coreografo de “La Straniera”) riguardante la sfortunata vicenda di Beatrice di Tenda, nobildonna milanese del XV secolo. E così il compositore propose a Felice Romani, già librettista di ben sei titoli belliniani, di abbandonare la “Cristina regina di Svezia” per approntargli un libretto dedicato a Beatrice di Tenda, proposta a cui il poeta non seppe dire di no malgrado, a suo dire, fosse già molto avanti nella stesura del primo canovaccio (sebbene a tutt’oggi non ne sia stato reperito nemmeno un verso). I problemi giunsero quando, a causa del ritardo nella consegna del libretto, Bellini ne riversò tutta la responsabilità sul Romani che, dopo essere stato denunciato dall’impresario, scatenò le sue frecciate su carta stampata alimentando il gossip locale: “Or che pretende il Bellini? Che i mesi perduti sien perduti solamente per lui? Che ad esso sien venduti i miei giorni, la mia persona e la mia mente? Ch’io dovessi tralasciare ogni altro lavoro per occuparmi unicamente del suo, come se i dodicimila franchi a lui destinati entrassero nella mia saccoccia?”

Il compositore, accusato pubblicamente di perdere tempo con la sua amante (con tanto di chiare allusioni alla sua identità), ruppe definitivamente l’amicizia con il librettista, mentre la Turina venne sbattuta fuori di casa dal marito furibondo.

Dopo ripetuti rinvii, il 16 marzo 1833 “Beatrice di Tenda” finalmente andò in scena, ottenendo il franco dissenso di pubblico e critica, unanimi nel giudicare la nuova partitura come una brutta copia della precedente “Norma”. All’indomani della prima il critico Tommaso Locatelli su “La gazzetta privilegiata di Venezia” scrisse che avrebbe sfidato chiunque a “… trovare in essa una sola battuta che quasi, per moto involontario, non ricordasse la Norma” riportando anche lo schiamazzo del pubblico che sarcasticamente urlava: “Norma! Norma!”

L’APOLOGIA DELL’AMORE

Le memorabili riprese dell’opera nel secondo dopoguerra, in primis alla Scala nel 1961 con Joan Sutherland e alla Fenice di Venezia nel 1964 con Leyla Gencer, hanno permesso al pubblico di apprezzare i pregi di una partitura che non ha nulla da invidiare al resto del catalogo belliniano in quanto a inventiva melodica ed efficacia drammaturgica, secondo l’estetica di quel Belcanto romantico squisitamente italiano che trova la sua ragion d’essere nell’apologia dell’amore, secondo la puntuale definizione data dal musicologo Massimo Mila. Nello specifico belliniano “Amore e Morte vengono vissuti ed espressi attraverso la pura bellezza melodica”, secondo le parole del compianto Gianandrea Gavazzeni. Amore e Morte caratterizzano dunque una nutrita galleria di donne infelici e mal maritate, desunte dalla letteratura romantica o da cronache storiche piuttosto che dall’antichità classica, tra le quali si inserisce a pieno diritto Beatrice di Tenda, “personaggi in cui lo spettatore rifletteva le proprie esperienze sentimentali con ben altra pienezza di partecipazione che quella consentita dalla grande retorica tragica delle Polissene, delle Semiramidi, delle Sofonisbe” (Mila).

TRAMA RAGIONATA

Premessa – La nobildonna Beatrice Cane, duchessa di Milano, nasce a Tenda nel 1372 e muore a Binasco nel 1418, figlia di uno spavaldo condottiero e moglie di un condottiero altrettanto irruento, rispettivamente Ruggero Cane e Facino Cane, tra loro lontani parenti. Alla morte del marito ella convola a seconde nozze, già quarantenne, con il ventenne duca di Milano Filippo Maria Visconti, verosimilmente attratto dal cospicuo patrimonio della vedova e dai suoi possedimenti territoriali. Sei anni dopo, Filippo decide di liberarsi della consorte accusandola di adulterio, poichè è innamorato di Agnese del Maino, dama di compagnia della stessa Beatrice.

ATTO PRIMO – Il canto di Agnese (mezzosoprano) fuoriscena ipnotizza Filippo (baritono) e il coro dei suoi cortigiani, ma anche l’ascoltatore (“Ah! Non pensar che pieno”), soggiogante melodia belliniana introdotta dall’arpa (come nell’ingresso della donizettiana Lucia di Lammermoor). Pur essendo l’amante di Filippo, la donna è in realtà innamorata di Orombello (tenore), signore di Ventimiglia: ella, equivocando gli sguardi dell’uomo, gli confida il suo amore per lui, ma rimane di stucco quando Orombello le rivela il suo segreto e impossibile amore per Beatrice. Nell’infuocato duetto tra i due, la donna lo scaccia di malo modo meditando vendetta.

Il suono di un flauto, come il canto di un usignolo, accompagna l’ingresso di Beatrice (soprano) che, in un ameno giardino, si lamenta del suo destino con le sue damigelle: ella si sente come un fiore reciso che lentamente muore a causa di colui che si è rivelato un cattivo marito e un cattivo regnante. Si tratta della tipica scena di bravura in cui si compendiano le qualità vocali della primadonna, prima nel fraseggio e nel legato della dolente cavatina “Ma la sola, ohimè! son io”, poi nel canto di coloratura della cabaletta “Ah! La pena in lor piombò”.

Beatrice viene raggiunta da Filippo che, mostrandole dei fogli a lei sottratti, la accusa con veemenza di essere complice di sudditi infedeli e moglie infedele lei stessa, accuse che la donna nega con fermezza, affermando di preferire la morte al disonore e alla calunnia.

Il successivo recitativo di Beatrice in lacrime davanti alla statua del defunto marito Facino (“Il mio dolore, e l’ira”) è il tipico recitativo accompagnato belliniano di singolare bellezza e intensità, seguito dal duetto tra la protagonista e Orombello: l’uomo è giunto per proporle di fuggire con lui e guidare la rivolta dei sudditi che egli stesso sta organizzando contro Filippo. Quando la donna gli fa notare che la loro fuga diverrebbe una conferma alle maldicenze e un chiaro motivo di disonore, Orombello le confida di essere da sempre innamorato di lei fin dalla prima giovinezza (essi infatti sono cugini). I due vengono sorpresi da Filippo e da Agnese che, sentendosi vendicata, sussurra all’orecchio del sovrano un cinico: “Vedi?”. Cortigiani e soldati invadono la scena, i due presunti amanti vengono incatenati mentre Beatrice si lascia andare alla disperazione nella cabaletta “Nè fra voi, fra voi si trova chi si leva in mia difesa?”.

ATTO SECONDO – Perentori squilli di tromba introducono il processo nei confronti di Beatrice e Orombello. Dal coro di damigelle e gentiluomini si apprende che Orombello, spossato dalle torture fisiche, ha confermato la sua colpevolezza. Tutti piangono il destino di Beatrice, mentre il consigliere Anichino (tenore) fa notare a Filippo che dall’eventuale condanna della donna potrebbe scaturire una sommossa da parte del popolo, in quanto fedele a lei piuttosto che allo stesso regnante. In disparte, Agnese è presa dai sensi di colpa. Beatrice, chiamata a giudizio, tiene testa al marito con dignità, continuando ad accusarlo di averla infamata. Sugli accordi dolenti dei legni entra in scena Orombello, sfigurato dalle torture: messo di fronte a Beatrice, l’uomo proclama l’innocenza di lei, rivelando che la sua dichiarazione precedente è stata soltanto frutto della tortura. Segue un formidabile quintetto con coro (“Al tuo fallo ammenda festi”), in cui tutti riconoscono l’innocenza di Beatrice. Filippo chiede l’annullamento del processo, ma i giudici si mostrano inflessibili: il giudizio andrà avanti, e stavolta anche Beatrice sarà sottoposta a tortura. Un rimorso strisciante attanaglia Filippo, rimasto da solo, a cui sembra di udire i lamenti della consorte (mimati dal suono di oboi e clarinetti).

Giunge Anichino per riferire che Beatrice, pur avendo continuato a professarsi innocente, è stata condannata: ora tocca al sovrano sottoscrivere la sentenza di morte. Filippo esita, pensando di dover essere riconoscente a colei a cui egli deve tutta la sua fortuna (nell’aria “Qui m’accolse oppresso, errante”), ma ritrova la sua malvagia baldanza (nella cabaletta “Non son io che la condanno”) quando viene a sapere che truppe fedeli a Facino si trovano fuori dal castello per richiedere con la forza la liberazione di Beatrice. La sentenza è firmata. Nel carcere Beatrice viene raggiunta da Agnese che, pentita, le confessa di aver tramato alle sue spalle in quanto innamorata di Orombello. Le due donne si riconciliano unendo le loro voci al canto di Orombello fuoriscena (nel toccante terzetto “Con quel perdono, o misera”).  Una marcia funebre introduce i soldati giunti per accompagnare Beatrice al patibolo: nella grande scena finale la protagonista si accomiata dai presenti esortandoli a pregare non per lei, ma per Filippo (“Ah! Se un’urna è a me concessa”), quindi si lascia andare a un canto liberatorio in cui, priva dell’umano dolore, ella già si considera al cospetto dell’Altissimo (“Ah! La morte a cui m’appresso”). 

Per ulteriori dettagli si può consultare il sito www.festivaldellavalleditria.it

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