PETRUZZELLI – Il Gallo d’Oro, codice genetico del potere.

di Fernando Greco

Fernando Greco

(Foto di Clarissa Lapolla)

Dopo l’ “Evgenij Onegin” di Chajkovskij rappresentata nel 2019, “Il gallo d’oro” di Rimskij-Korsakov ha visto il ritorno a Bari dell’Helikon Opera di Mosca, compagnia celebre nel mondo per la diffusione del repertorio operistico russo, di cui “Il gallo d’oro” rappresenta una pagina di raro ascolto, ma di sorprendente bellezza. 

UNA STORIA SENZA TEMPO

“Il gallo d’oro”, ultima fatica del compositore russo Nikolaj Rimskij-Korsakov (1844 – 1908) ispirata all’omonima fiaba di Puskin, rappresenta una satira impietosa dell’autocrazia zarista all’indomani di numerose manifestazioni di malcontento da parte del popolo di San Pietroburgo come la “Domenica di sangue”, soffocata dall’intervento armato delle truppe imperiali il 9 gennaio 1905, o la rivolta degli studenti del conservatorio avallata dal compositore in persona, che per tale motivo aveva perso il ruolo di direttore dello stesso. Com’era prevedibile, l’opera, ultimata già nel settembre 1907, fu a lungo ostacolata dalla censura e potè essere messa in scena soltanto il 24 settembre 1909, quando Rimskij-Korsakov era già morto da un anno.

Premesso che historia magistra vitae, gli eventi succedutisi negli ultimi cent’anni hanno evidenziato come le dittature si rassomiglino tutte e siano tutte ingiustificabili, indipendentemente dal loro colore; pertanto lo spettacolo andato in scena a Bari ha eliminato dettagli troppo didascalici per fare i conti con il potere assoluto in quanto tale, come spiegato da Dmitri Bertman nei suoi appunti di regia: “Il Gallo d’Oro è una mordace satira sulle autorità e sui costumi umani che non rivolge i suoi strali verso figure specifiche, siano esse contemporanee o appartenenti al passato: è piuttosto una storia senza tempo che indaga nelle pieghe del codice genetico del potere passando attraverso le caratteristiche delle persone, la loro umanità, le storie, per giungere fino al DNA della loro essenza”. Facile riconoscere nel carattere borghese dell’ambientazione e dei costumi, creati da Ene-Liis Semper, l’attinenza con il regime socialista: la famelica incetta di vestiti alla moda da parte del popolo ricorda “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, e quando nel finale compare un nuovo dittatore dalle fattezze identiche a quelle dello zar appena morto, il pensiero corre spontaneo a “La fattoria degli animali” di Orwell. Per contrasto, gli arabeschi dorati dell’abito dell’Astrologo e l’oro sfavillante dei costumi del Gallo e della Zarina trasmettono allo spettatore la valenza fiabesca di questi tre personaggi che, con il loro fascino misterioso e sulfureo, muovono i fili della vicenda. In particolare la Zarina, nella lunga scena in cui si presenta a Dodon, ha le movenze morbide e suadenti di un’autentica femme fatale, al pari di una diva del cinema muto, insieme con il suo sensuale corteo di ancelle e valletti, che danzano su coreografie di Edwald Smirnov. Fondamentale il disegno luci di Thomas Hase.

UNA PARTITURA ELEGANTE

L’Orchestra del Petruzzelli, diretta per l’occasione da Yevgeny Brazhnik, ha saputo valorizzare l’eleganza della partitura, da una parte trasmettendo intatto quel melodismo orientaleggiante che è la cifra stilistica del compositore, dall’altra sottolineando inattese asprezze armoniche, motivate dal carattere grottesco del libretto, che già preludono alle sonorità di Prokofiev e Stravinskij e che ne fanno “… punto d’arrivo in termini di modernità per un autore che si è dimostrato conservatore a parole e innovatore nella pratica compositiva” secondo il pensiero del musicologo Franco Pulcini. Il Coro del Petruzzelli diretto da Fabrizio Cassi si è prodotto in una lodevole performance, risultando efficace vocalmente e scenicamente nella rappresentazione delle masse popolari.

IL CAST VOCALE

L’ensemble dei solisti ha annoverato grandi voci degne della migliore tradizione russa, a cominciare da quella del soprano Maiia Barkovskaya, perentoria e implacabile nel dar voce al canto del Gallo d’oro, bellissimo nel suo costume dorato. Il basso Mikhail Guzhov ha interpretato con vis scenica e timbro particolarmente duttile il personaggio di Dodon, rappresentandone la pigra indolenza con un canto di conversazione che, irrobustendosi nei momenti di comando, faceva sembrare ancora più comico questo “zar che regna dormendo”. L’acuto pentagramma dell’Astrologo, che sembra anticipare certe sonorità britteniane, è stato eseguito con la giusta evanescenza dal tenore Ivan Volkov. Il soprano Lidiya Svetozarova ha vestito i panni della Zarina di Semacha da vera femme fatale, ipnotizzando il pubblico con voce sontuosa, robusta nei centri e svettante in acuto, associata a un formidabile appeal scenico. Guidòn e Afròn, ovvero i due viziati figli di Dodon, sono stati interpretati con piglio irresistibile e bella voce dal tenore Dmitri Khromov e dal baritono Maxim Perebeynos. Amelfa, governante tuttofare, si è rivelata il personaggio più esilarante grazie alla perizia scenico-vocale del mezzosoprano Kseniia Viaznikova. Il basso Dmitrii Skorikov ha interpretato il ruolo del Voevoda Polkan con bel timbro da basso profondo.

A dicembre la stagione lirica del Petruzzelli proseguirà con la celeberrima “Tosca” di Giacomo Puccini. Ulteriori informazioni sul sito www.fondazionepetruzzelli.it.

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