“Itaca sempre”, la mostra fotografica che racconta gli orrori dell’immigrazione

In occasione dell’apertura della V Edizione del Festival della Cooperazione Internazionale, torna la celebre mostra del fotoreporter Marcello Carrozzo. Prima tappa a Ostuni, poi Massafra, Mesagne e altre città

di Thomas Pistoia

C’è una regola che dice che il fotoreporter deve mantenere uno sguardo distaccato sulla realtà, senza farsi coinvolgere. Marcello Carrozzo non la segue, non può seguirla, perché la sua non è semplice fotografia, non è soltanto una narrazione per immagini. E’ partecipazione. E’ fotografia sociale.

In questi giorni, per l’ennesima volta, e per fortuna, “Itaca sempre”, la sua mostra più celebre, è stata allestita presso la Banca di Credito Cooperativo di Ostuni. Marcello si mostra sorpreso, ma anche orgoglioso del fatto che una banca, un luogo istituzionale per antonomasia simbolo del potere, abbia voluto ospitare nei propri locali una mostra che parla di migranti, di tragedie subite dagli ultimi, da esseri umani in fuga dalla guerra, dalla fame e da torture indicibili.

I migranti, al loro arrivo, hanno l’alito che puzza di benzina. Sai perché?” mi chiede. Sono io che lo intervisto, dovrei farle io le domande, invece è quasi sempre lui a tenere le fila del discorso, sembra quasi in preda a un’urgenza, quella di far sapere a più persone possibile ciò che ha visto. Raccontando, apre il vaso di Pandora dell’immigrazione attraverso il Mediterraneo in un modo nuovo, ancora più strabordante di orrori, ancora più disturbante rispetto alle notizie già di per sé tragiche cui da tempo siamo abituati.

L’alito puzza di benzina perché gli scafisti forniscono per il viaggio una sola bottiglia d’acqua a testa. Per evitare che l’acqua finisca prima dello sbarco, ci mettono dentro un po’ di benzina. In questo modo la rendono imbevibile e hanno la certezza che i migranti la berranno a piccoli sorsi soltanto quando la sete diventerà davvero insopportabile”.

E mi racconta altre storie terrificanti: quella di un barcone nel Canale di Sicilia che trasportava 135 persone, ritrovate con i piedi immersi in 5 centimetri di un liquido misto di urina e vomito. Il barcone era andato in loop, non riuscivano più a governarlo, oltre ad aver smarrito la rotta, faceva un giro e tornava sempre allo stesso punto. Una situazione drammatica che durò una settimana, perché essendo finito fuori dalle normali rotte di immigrazione, i mezzi di soccorso non riuscivano a trovarlo. Giungevano via telefono le richieste di aiuto, ma per raggiungerlo fu necessaria un’opera di setacciamento per settori. Riuscimmo a intercettarlo alle 4 del mattino. Fu una forte emozione raggiungere finalmente quelle persone, sole e sfinite, in mezzo a un mare nero come l’inchiostro.”

E ancora, la storia di Amira, una ragazza somala di sedici anni che ha impiegato sei mesi per arrivare a Bengasi, poi è stata catturata e segregata in una stanza. Qui ha subito, ogni giorno, per un anno intero, delle violenze indicibili. Questo era il prezzo che i suoi aguzzini avevano deciso che avrebbe dovuto pagare per poter proseguire il suo viaggio: un anno intero di abusi sessuali. “Quando ha raggiunto la nave è svenuta” dice Carrozzo “In quel momento le ho fatto tre scatti in sequenza. Quando è rinvenuta però, ho sentito il bisogno di sedermi accanto a lei e tenerle la mano. Una cosa simile mi è accaduta anche a Lesbo. Durante un soccorso notturno, un uomo, un afghano, ha rischiato di affogare. Era tutto bagnato, tremava per il freddo e per lo choc. Ho smesso di fotografare e l’ho abbracciato per trasmettergli un po’ di calore. Un collega turco ha immortalato la scena e mi ha poi inviato l’immagine commentandola con una frase: ‘Marcello Carrozzo. C’è un momento per fotografare e uno per abbracciare.’”

Itaca sempre” dunque, oltre ad essere uno dei documenti storici più completi riguardo il fenomeno dell’immigrazione, è anche questo: una cronaca puntuale e precisa, spietatamente fissata in immagini, che racconta le atrocità subite da esseri umani che hanno l’unica colpa di essere nati nella parte sbagliata del mondo.

Ho voluto rinnovare la mostra aggiungendo fotografie che non erano presenti nelle edizioni prededenti” spiega Carrozzo “inoltre ho ristampato le foto su carta riciclata con colori di origine vegetale. Non solo l’impatto ambientale è pari allo zero, ma per una curiosa combinazione i colori sono diventati molto forti. Questa violenza cromatica dà un senso ancora più profondo del dramma vissuto dalle vittime.”

La mostra rientra nel ciclo di eventi legati alla quinta edizione del Festival della Cooperazione Internazionale che avrà inizio a Massafra il 25 ottobre. Nei giorni successivi, verranno attivate diverse sue “copie” in altre location: in un liceo e in una scuola media di Ostuni, a Mesagne (per le iniziative collegate alla candidatura della città a capitale europea della cultura) e via via nel resto del territorio pugliese.

E’ un tour che, negli anni, ha toccato non solo la Puglia, ma anche il resto dell’Italia e diversi paesi europei. Puoi ormai fare un bilancio delle reazioni che ha suscitato e ancora suscita nel pubblico…

Si tratta del resoconto di cinque anni di mia permanenza sulle motovedette della Guardia di finanza” continua Carrozzo “dalle coste libiche, al Canale di Sicilia, al Canale d’Otranto, al mare Adriatico. La prima volta è stata esposta a Monaco. Consisteva in 130 immagini di dimensioni 70×100 disposte su una superficie espositiva di 1300 metri quadri. Ebbe un successo di pubblico incredibile (45000 visitatori) e rappresentò una risposta secca a coloro che in Germania erano contrari all’accoglienza. Gli organizzatori mi avevano chiesto immagini forti, quindi lavorai su una doppia traccia: le immagini più grandi mostravano i salvataggi in mare, ma sotto di loro scorrevano quelle della Siria, di Kobane, dei paesi d’origine dei migranti, martoriati dalla guerra. Quando ho poi esposto in Italia, in tante città, ho utilizzato lo stesso metodo e anche da noi il riscontro è sempre stato positivo. Le mie foto poi non sono mai patinate, precise, le scatto avviene in situazioni ambientali estreme, con gli obiettivi spesso sporchi di salsedine o costellati da gocce d’acqua. Questi difetti diventano il valore aggiunto, danno alle immagini i segni reali del momento vissuto.”

Il successo ottenuto dalla mostra non sarà forse dovuto proprio al fatto che la fotografia, rispetto ad altri media, può fermare le immagini, cristallizzare i momenti e quindi trasmettere con maggiore impatto il senso della tragedia? I filmati che scorrono in tv e su internet, passano, possono essere dimenticati, invece la fotografia rimane.

Sì, il potere della fotografia è proprio questo: l’immagine ci guarda, ci scruta dentro, in qualche modo ci obbliga a entrare in relazione con lei, a entrare al suo interno, qualche volta riesce perfino a farci percepire i suoni, gli odori, le voci. Diventa un luogo che ci resta dentro anche quando smettiamo di guardarla e quell’emozione sarà esclusivamente nostra e diversa da quella che proveranno altri. La mia fotografia è pregna di emozioni, contiene le emozioni che provo, le persone che incontro, le mani che stringo, le storie che ascolto.”

Come giudichi le politiche migratorie attuali?

Durante uno dei Master di Giornalismo che tengo presso l’Università di Bari, uno dei miei allievi mi chiese di aiutarlo a realizzare un reportage presso il ghetto di Foggia. In seguito esposi questo lavoro a Roma. Le immagini erano terrificanti. Quando presentai la mostra, mescolai le foto della baraccopoli foggiana con quelle dello slum di Korogocho in Kenya, noto per le sue condizioni infernali e disumane. Dissi agli astanti che le foto erano dello slum e la loro reazione fu naturalmente solidale. “Ecco perché affrontano un così terribile viaggio per arrivare in Italia” fu il commento. A quel punto li sorpresi rivelando che alcune delle foto erano state invece scattate a Foggia, a casa nostra.

Il ghetto, nonostante l’impegno preso a suo tempo da Nichi Vendola, che dichiarò che lo avrebbe chiuso, è ancora lì ed è governato dalla mafia nigeriana. C’è un capo, gli abitanti lo chiamano “capo nero”. Gira con una scorta di una decina di persone. E’ lui che decide chi può lavorare e chi no. Inoltre si appropria del 50% di quello che gli immigrati guadagnano lavorando nei campi.

Il ghetto è un vero e proprio paese con bar, negozi e addirittura una casa di appuntamenti gestita da una maman. C’è un bambino di otto anni, figlio di una prostituta, che è nato lì, non è scolarizzato e per lo Stato italiano letteralmente non esiste. E’ nato clandestino.

Queste stesse condizioni le ho trovate nella comunità magrebina di Ostuni, nella provincia leccese, dove i migranti pagano a speculatori italiani 400 euro a testa per vivere ammassati dentro tuguri. Quindi sono sfruttati da un lato dai nostri connazionali, dall’altro dai loro compatrioti mafiosi.

Quindi se il concetto di accoglienza diventa salvarli in mare per poi abbandonarli comunque a un destino tragico, vuol dire che stiamo sbagliando, che dobbiamo rivedere tutto.”

In “Itaca sempre” c’è tutto quello che hai fotografato?

No. Nella mostra di Ostuni c’è uno scatto che ritrae 28 cadaveri ricoperti da lenzuola verdi sulla banchina del porto di Lampedusa. Nella foto si vede anche il barcone all’interno del quale queste disgraziate persone hanno trovato la morte, soffocate dai gas di scarico dei motori. Io partecipai al recupero delle salme, quindi ebbi modo di fotografarle anche quando ancora erano nel barcone. Erano gonfie, tumefatte e in avanzato stato di decomposizione. Ho deciso poi di non pubblicare quelle immagini. Sarebbe stato come far morire quelle persone una seconda volta. Bisogna anche sapersi fermare, darsi un limite, saper distinguere tra etica ed estetica, restare umani. Il mio compito di fotoreporter è quello di tenere accesi i riflettori su queste tragedie, fare in modo che non vengano dimenticate. Se anche solo una delle persone che visitano le mie mostre, guardando le foto, avvertirà un pugno nello stomaco, allora io potro dire “missione compiuta”.”

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