Querela archiviata? Conto pignorato: il costo delle inchieste

di Marilù Mastrogiovanni

Pensavo di averle viste tutte, ma mi sbagliavo.

Fare inchieste a Sud, da indipendente, significa mettere in conto anche di vedersi pignorare il conto corrente bancario, cointestato con il proprio compagno, a ferragosto.

Da parte di un avvocato d’ufficio nominato a tua insaputa per rappresentarti nel procedimento di archiviazione richiesto da un pm.

La giustizia deve fare il suo corso, a tutti i costi. Fa niente che i costi, debba pagarli sempre il giornalista.

Sono stata querelata, più volte, da un medico primario del reparto di medicina nucleare dell’ospedale Vito Fazzi di Lecce.

L’inchiesta, a puntate, riguardava i procedimenti forzati (a dir poco) attraverso i quali venivano acquistati ecografi e apparecchiature milionarie e salvavita, come la Pet/Tc.

Ho scoperto che la Pet veniva usata da anni senza essere collaudata, che gli ecografi venivano comprati aggirando il sistema di acquisto centralizzato della Pubblica amministrazione, e a prezzi più alti. La Finanza di Lecce, a seguito della mia inchiesta, ha aperto un suo filone d’indagine che è finito alla Corte dei Conti. Ma lì se ne sono perse le tracce.

La Procura, ha aperto altrettanti fascicoli, che hanno portato a vari arresti eccellenti. Non sto qui a fare nomi, perché il resto è tutta cronaca e tutta nota. E sul Tacco trovate puntuali resoconti degli sviluppi di quell’inchiesta dal titolo “Sanità papers”.

Come è e come non è, che Angelo Mita, primario di medicina nucleare al Fazzi mi querela e il pm chiede l’archiviazione. Una delle mille, che mi viene notificata correttamente ma, essendo fatta la notifica quando ero in ferie, la prendo, la firmo e me ne dimentico allegramente.

Ma la giustizia deve fare il suo corso e quando un pm chiede l’archiviazione e il querelante si oppone, il giornalista è COSTRETTO A DIFENDERSI: deve pagare un avvocato che DEVE rappresentarlo, sennò il processo di archiviazione non si può celebrare.

A quell’udienza per l’archiviazione io non c’ero e non avevo nominato nessun avvocato. Il giudice assegna il facile compito ad un tizio che passava di là. Il tizio recita la formula: “Mi rifaccio alle richieste del pm”. Il giudice archivia.

IO non ne so niente.

Vengo però risucchiata dal buco nero della giustizia mentre sotto ferragosto il mio conto e la mia carta di credito e bancomat vengono bloccati.

Come è e come non è, risalgo all’antefatto: il tizio avvocato d’ufficio (mai visto, mai sentito e mai sentito nominare: mai mi è stata inviata fattura, né mai mi ha chiamata, né mai mi è stato notificato un atto di precetto o qualunque cartaccia. Nulla. Nemmeno sapevo che avessero archiviato) mi chiede tramite sentenza di un giudice di pace il pagamento della sua parcella di 1440 euro che, tra tasse processuali e pegni e balzelli, sono diventati 3000 e tocca a me pagare.

A me.

Che ho fatto il mio lavoro di giornalista, ho scoperchiato merda a palate, Finanza e Procura hanno a loro volta fatto indagini, sono stata querelata, la querela è stata archiviata e tutto questo mi costa 3000 euro, oltre al danno e al disagio.
Certo, alla faccia, che velocità! L’archiviazione è di novembre scorso, in 4 mesi il tizio arriva a sentenza per farsi dare i soldi e in due mesi arriva al pignoramento, senza aver mai parlato né incontrato la cliente (ma de che). Non so se tutto questo è deontologicamente corretto per la categoria degli avvocati e non mi interessa. Mi basta sapere che io ho fatto un lavoro deontologicamente ineccepibile mentre il sistema giudiziario è così fallace da diventare violento.

Una violenza agita sempre contro i deboli mai contro i potenti.

Ecco un altro esempio del perché le querele temerarie vanno arginate e del perché col cxxxo che mi fermo. 

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Marilù Mastrogiovanni

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