Scu, l’aspirante pentito: Il ritorno del “pizzo” per lidi balneari e imprese di Brindisi e Mesagne

Dossier7 Fine/L’ASPIRANTE PENTITO. Il collaboratore di giustizia brindisino Andrea Romano ha ultimato i 180 giorni previsti dalla legge per la raccolta delle dichiarazioni durante i quali ha visionato anche 356 fotografie. Il 6 aprile scorso ai pm della Dda ha detto: “Ho appreso direttamente da Francesco Campana che Giovanni Donatiello si era incontrato con Marco e Simone Sperti per le attività che questi doveva avviare ai danni degli stabilimenti della costa e delle imprese”

BRINDISI – “Aggiungo di aver appreso direttamente da Francesco Campana che Giovanni Donatiello si era incontrato con Marco e Simone Sperti in merito alle estorsioni che questi doveva avviare in danno dei lidi balneari della costa brindisina e sulle attività commerciali ubicate nella zona industriale di Brindisi e Mesagne”.

LE ULTIME DICHIARAZIONI DEL COLLABORATORE DI GIUSTIZIA BRINDISINO

E’ una delle ultime dichiarazioni fatte dall’aspirante pentito di Brindisi, Andrea Romano, ai pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Lecce. Per l’ergastolano sono trascorsi i 180 giorni previsti dalle disposizioni di legge per raccogliere e mettere a verbale tutte le informazioni sui clan mafiosi, sugli affiliati, sulle attività, sui fatti di sangue e sugli accordi con altri gruppi.

Dell’attività estorsiva, stando a quanto risulta dai verbali depositati, Romano ha riferito in occasione dell’interrogatorio reso il 6 aprile scorso, quando ha svelato il sistema di comunicazione interna al clan di stampo mafioso di cui ha detto di essere stato a capo dal 2014, anno in cui è avvenuto l’omicidio di Cosimo Tedesco, per il quale è stato condannato in via definita al fine pena mai. Ergastolo che sta scontando in un carcere la cui località è stata coperta da omissis ed è nota solo al Servizio centrale di protezione.

Quel giorno Romano compare alle 10,45 davanti dagli ufficiali della Squadra Mobile di Brindisi delegati dalla pm Giovanna Cannalire della Dda di Lecce, alla presenza del suo avvocato, Giancarlo Raco del foro di Lecce, e inizia a riferire le circostanze delle conoscenze con alcune persone che ruotano attorno a Francesco Campana, ritenuto a capo di un’omonima frangia della Scu, frangia storica nel senso di più “vecchia”.

LE ESTORSIONI DA ESTENDERE ALLE ATTIVITA’ SULLA COSTA BRINDISINA

I primi nomi riportati sono della moglie di Campana, Lucia Monteforte, e del cognato, Rodolfo Monteforte, poi dei figli della donna Marco e Simone Sperti e di Giovanni Donatiello. Quest’ultimo è considerato un esponente della vecchia guardia della Sacra corona unita, tornato a essere attivo in modo particolare sulla piazza di Mesagne – il suo paese, in cui è conosciuto con l’alias “Cinquelire” – dopo aver scontato in carcere la condanna per l’omicidio di Antonio Antonica avvenuto nel 1989, in una stanza dell’ospedale di Mesagne. Trent’anni in cella, dopo l’iniziale condanna all’ergastolo.

Romano spiega che Campana e Donatiello, autori di un patto che in gergo viene definito “comparanza”, si mostrano diffidenti a comunicare via telefono. Cellulare che lo stesso collaboratore ha ammesso di avere sin da quando è entrato in carcere per l’omicidio Tedesco e che ha consegnato ai pm. I due della “old generation” preferivano comunicare attraverso i pizzini perché i messaggi scritti consegnati brevi manu erano considerati meno rischiosi. Ed è quando riferisce della stazione di servizio in provincia di Brindisi in cui avveniva il passaggio di mano dei biglietti, che il brindisino fa quella precisazione che rimanda a intese sulla organizzazione e gestione delle attività estorsive da estendere alla costa brindisina, in modo tale da arrivare ai lidi balneari, e alle zone industriali del capoluogo e della vicina Mesagne.

Dopo una breve pausa, dalle 12,55 sino alle 13,20, l’interrogatorio di Romano riprende con domande mirate su alcuni brindisini: “Non conosco personalmente Emanuele Guarini di Mesagne”, risponde il collaboratore. “Ho sentito parlare di lui nell’ambiente criminale e mi è stato riferito da Damiano Licciuti e altri miei affiliati nel corso delle telefonate dal carcere che intrattenevo con questi, che era persona vicina al clan di Donatiello e Campana, cosa che mi ha confermato anche quest’ultimo. Non conosco le attività illecite di cui era dedito”.

“Non conosco personalmente Angelo Pagliara di Mesagne, so essere attivo nel clan Campana-Donatiello per averlo appreso sempre dai miei affiliati. Non conosco le attività illecite cui era dedito”. Romano, infine, dice di non conoscere i seguenti brindisini: “Antonio Ferraro, Riza Mara, Valerio Marzano e Vincenzo Valenti”.

A ROMANO POSTO IN VISIONE ALBUM FOTOGRAFICO CON 356 FOTOGRAFIE SENZA NOME

Due mesi più tardi, il 16 giugno, quando incontra per l’ultima volta i pm della Dda salentina, per il verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione, mette a verbale di aver “riferito di alcune richieste estorsive in danno di imprenditori operanti in diversi settori commerciali, richieste fatte su mio mandato” e di aver riferito anche quanto di sua conoscenza sulla “struttura dell’associazione mafiosa operante sul territorio di Brindisi e della provincia, nonché di quella operante in altre città della Puglia, per averlo appreso nei periodi di comune detenzione con esponenti di vertici delle rispettive zone” e di aver ricostruito “i rapporti intrattenuti con esponenti di vertici di clan facenti parte dell’associazione mafiosa calabrese, degli accordi stretti con gli stessi per la fornitura di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti”.

Seguono diverse pagine di omissis, a conferma che le indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce proseguono. Gli omissis coprono tutte le pagine del verbale del 23 aprile.

Si sa che Romano ha “visionato un album composto da 356 fotografie e successiva integrazione composta da 4 foto, raffiguranti persone a cui ha fatto riferimento nel corso dei verbali” e che ha riconosciuto e indicato le generalità che si riferiscono a “molti” di quei testoncini anonimi. Foto a cui l’aspirante pentito ha abbinato nome, cognome e più di qualche volta l’alias usato nell’ambiente.

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