Eni, Ecolio2, Monteco: “Aia macroscopicamente illegittima”, 15 indagati per smaltimento abusivo di rifiuti pericolosi

Tutto parte dalla puzza. Seguendo la scia delle esalazioni dalla puzza di zolfo, il Tacco d’Italia oltre un anno fa, aveva scoperchiato un vaso di Pandora che collegava l’Eni con Ecolio 2 e Monteco. Arpa e alcuni Comuni, con Legambiente, Italia Nostra e Lilt, con i loro esposti avevano spinto la Procura di Lecce ad aprire un fascicolo. Ora, l’inchiesta coordinata dalla procuratrice Elsa Valeria Mignone e dal procuratore Guglielmo Cataldi è giunta a conclusione. L’autorizzazione AIA è ritenuta dalla Procura di Lecce macroscopicamente illegittima: non potevano smaltire le tonnellate di rifiuti pericolosi, come hanno fatto. L’accusa è di aver gestito e smaltito abusivamente ingenti quantitativi di scarti pericolosi e non con indicazione di codici non pertinenti, al fine di procurasi un ingiusto profitto. A rischio di processo, tra gli altri, il vice president e il senior vice president dello stabilimento Eni di Viggiano (Potenza) e i responsabili di aziende del Barese, del Tarantino e del Leccese, tra cui Monteco srl

di Stefania De Cristofaro

LECCE – Da impianto di trattamento di acque di vegetazione a impianto di smaltimento di rifiuti speciali pericolosi e non, con un’autorizzazione ritenuta “macroscopicamente illegittima”. La storia di Ecolio 2, realizzato a Presicce, nella zona di Spiggiano Canale, nel Sud del Salento, dopo essere stato contestato in diverse occasioni da 5 comuni, è stata ricostruita dalla procura di Lecce arrivando alla conclusione che ci siano stati una gestione e uno smaltimento abusivo di ingenti quantitativi di rifiuti, pericolosi e non, come acque di strato associate agli idrocarburi liquidi, separate dal greggio estratto dal sottosuolo, percolato di discarica, rifiuti liquidi acquosi provenienti da 58 stabilimenti. Tutto al fine di ottenere un ingiusto profitto. Per questo sono stati notificati 15 avvisi di chiusura delle indagini che solitamente rappresentano l’anticamera della richiesta di processo.

GLI AVVISI DI CONCLUSIONE INDAGINE FIRMATI DAI PM DI LECCE E LA DIFESA

Di certo c’è i procuratori Elsa Valeria Mignone e Guglielmo Cataldi il 17 giugno scorso hanno firmato gli avvisi destinati al legale rappresentante della società Ecolio 2 srl, al vice president e al senior vice president dell’impianto di estrazione Eni spa in Val D’Agri e ad altri responsabili di aziende con sede nelle province di Bari, Taranto e Lecce, come Monteco.

Fine dell’inchiesta dopo che i carabinieri forestali e gli agenti della polizia provinciale di Lecce, hanno raccolto una serie di documenti amministrativi, sui quali erano stati avanzati dubbi  negli ultimi due anni, dai cittadini residenti nei comuni di Presicce, Acquarica, Salve, Morciano e Patù che quell’impianto non lo hanno mai voluto.

A questo punto, la parola passa ai difensori degli indagati: potranno chiedere ai pm, entro 20 giorni dalla notifica dell’avviso di chiusura, un interrogatorio o di rendere dichiarazioni spontanee o ancora di compiere attività di indagine specifica. Nello stesso periodo di tempo potranno produrre documenti, presentare memorie e atti che si riferiscono a eventuale indagini difensive.

SOCIETA’ COINVOLTE NELL’INCHIESTA, NOMI E RUOLI DEGLI INDAGATI

Restano indagati: Italo Forina in qualità di legale rappresentante della Ecolio 2 che gestisce l’impianto di trattamento di rifiuti liquidi speciali pericolosi e non (difeso dagli avvocati Domenico Diterlizzi e Luigi Covella); Toni Fernando Alfarano, responsabile tecnico dell’impianto (difeso dagli avvocati Amleto Carobello e Giuseppe Dello Russo); Andrea Giubileo, in qualità di Technical Service e Deputy-vice president dell’impianto di estrazione e trattamento idrocarburi denominato Eni spa, polo sociale Val D’Agri, con sede legale a Viggiano Potenza, (difeso dall’avvocato Anna Lucia Sava); Walter Rizzi, in veste di senior vice president dello stesso impianto (difeso dall’avvocato Carmela Prudente); Attilio D’Abbicco, in qualità di direttore tecnico e responsabile dello stabilimento Siderurgica Signorile srl con sede a Bari (difeso dall’avvocato Anna Lucia Sava).

Avviso di conclusione indagine anche per Maurizio Cianci, come amministratore unico dello stabilimento Aseco spa di Ginosa (Taranto); Vittorio Petruccio, in qualità di legale rappresentante e direttore tecnico dello stabilimento I.C.O.P spa di Basiliano, Udine (difeso dall’avvocato Michele Ferreri); Antonio Albanese, legale rappresentante della società Progetto Ambiente Bacino Lecce Tre che gestisce l’omonimo stabilimento a Ugento (Lecce), in località Burgesi (difeso dagli avvocati Michela Laforgia e Antonio Raffo); Carmine Carella in veste di responsabile tecnico dello stesso stabilimento (difeso dall’avvocato Carlo Raffo); Mario Montinaro, in qualità di legale rappresentante della società Monteco srl che gestisce l’area 2 della discarica in fase post gestionale di Ugento, in località Burgesi (difeso dall’avocato Federico Massa); Antonio Saracino, responsabile tecnico dell’area 2 della discarica; Antonio Leone, legale rappresentante e responsabile tecnico dell’impianto Eden 94 srl con sede a Manduria, Taranto; Uber Barbier, in veste di presidente del consiglio di amministrazione e rappresentante d’impresa della società Mandurambiente spa che gestisce l’omonimo stabilimento (difeso dall’avvocato Francesco Notarnicola); Luca Galimberti in veste di amministratore delegato e rappresentante d’impresa della società Mandurambiente spa (difeso dall’avvocato Roberto Fiore); Antonio Morea, nella qualità di direttore generale della Manduriambiente spa (difeso dall’avvocato Francesco Notarnicola).

IMPIANTO ECOLIO 2 DI PRESICCE E LA CONTESTAZIONE LEGATA ALL’ASSENZA DELL’AUTORIZZAZIONE

Punto di partenza dell’inchiesta è l’iter che ha portato all’esercizio dell’impianto Ecolio 2 per la raccolta e il recupero dei rifiuti, pericolosi e non: secondo la procura di Lecce non c’è l’autorizzazione. Il motivo? I pm lo spiegano in questi termini nell’avviso di conclusione con riferimento al reato contestato a Italo Forina e Toni Fernando Alfarano in concorso tra loro: si ritiene che la determinazione della regione del 18 maggio 2011 per l’Aia (autorizzazione integrata ambientale), con cui si autorizzavano lo stoccaggio e il trattamento dei rifiuti, pericolosi e non, sia “macroscopicamente illegittima”.

La domanda è come sia stato possibile. La risposta che arriva dagli atti d’indagine è che sia stata rilasciata dal dirigente dell’Ufficio grandi inquinamenti e grandi impianti della regione Puglia, “sulla falsa prospettazione dell’esistenza di condizioni, prescrizioni e attuazione degli adempimenti previsti” dalle disposizioni di legge (il riferimento è al decreto legislativo 59 del 2005) che “costituiscono il presupposto per il rilascio dell’Aia”.

Il risultato è che il titolo autorizzativo per l’esercizio dell’attività di trattamento dei rifiuti, sia arrivato in assenza della preventiva approvazione del progetto di variante, da impianto di trattamento di acque di vegetazione a impianto di smaltimento dei rifiuti speciali, pericolosi e non”. Stando alla lettura data dall’accusa, la variante non è mai stata approvata.

LA DOCUMENTAZIONE RACCOLTA DURANTE IL PERIODO DELLE INDAGINI

Nel fascicolo dei pm c’è la determina della provincia di Lecce di autorizzazione provvisoria che risale al 28 luglio 1999 sulla base del progetto originario datato 1994. E c’è copia della delibera della giunta provinciale del 3 luglio 2001, successiva a un atto del dirigente, per il trattamento della sezione biologica per un quantitativo di rifiuti liquidi provenienti da fosse settiche per 720 mc/g, sulla base di una parere favorevole rilasciato dal comitato operativo nel 1996 e di una delibera di giunta dello stesso anno per l’approvazione del progetto di variante per l’installazione di un sistema integrato per il trattamento di evaporato di acque di vegetazione e liquami provenienti dalle fosse settiche.

Entrambi – sostengono i pm – sono stati rilasciati per il progetto di variante dell’impianto Ecolio 1 con sede a Melendugno, affatto diverso da quello che era oggetto di autorizzazione.

LA CONCLUSIONE DELLA PROCURA DI LECCE: LE MODALITA’ DI CONFERIMENTO DEI RIFIUTI

La conclusione è che ci sia stata una gestione degli impianti della sezione termica e della sezione biologica, esistenti nella discarica, con gravi carenze dal punto di vista strutturale e con emissione di odori acri, come peraltro lamentato dai residenti, e scarico nel suolo di sostanze inquinanti.

Tutti gli indagati sono accusati – in concorso – di aver gestito e smaltito abusivamente ingenti quantitativi di rifiuti, tra pericolosi e non, allo scopo di procurarsi un ingiusto profitto. Quanto alle modalità di conferimento, la procura di Lecce sostiene che siano stati ricevuti nell’impianto Ecolio 2 attraverso l’indicazione dei codici non pertinenti, quelle sequenze numeriche, composte da 6 cifre riunite in coppie che servono a identificare il rifiuto e la sua origine ai fini delle procedure da seguire per lo smaltimento.

I codici, in alcuni casi, sono stati attribuiti in maniera arbitraria e non attestavano la provenienza effettiva e l’eventuale presenza di sostanze pericolose. In molti casi si usava la sezione Cer 16 00 00 residuale, a cui è possibile fare riferimento nelle situazioni in cui nessun altro codice è correlabile, classificando gli scarti come non pericolosi.

Nella ricostruzione dei conferimenti, stando a quanto è riportato negli avvisi di conclusione delle indagini, c’è un elenco che parte dalla ricezione di 12.550,37 tonnellate di rifiuti provenienti dall’impianto di estrazione e trattamento idrocarburi Eni di Vigiano, nel periodo compreso tra il primo gennaio 2018 e il 14 maggio 2019: illecitamente smaltiti come rifiuti non pericolosi e con codice non appropriato.

Allo stesso periodo risale il conferimento di 1.170,85 tonnellate di rifiuti dall’impianto Aseco di Ginosa, rispetto ai quali c’è la contestazione della mancanza di adeguate analisi di caratterizzazione del rifiuto. E poi ancora di 2.278,5 tonnellate di rifiuti provenienti dall’impianto I.CO.P di Basiliano: anche in questo caso non ci sono state analisi per escludere la presenza di sostanze pericolose, come acque provenienti da attività di costruzione e perforazione per la realizzazione del gasdotto Tap.

In elenco, inoltre: 1.409,48 tonnellate di rifiuti da Mandurambiente; 1.017,45 tonnellate da progetto Ambiente Bacino Lecce Tre; 1.085 tonnellate da Monteco con un codice non appropriato.

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