Traffico di rifiuti dalla Campania al Salento: “lo schifo” all black, tutto nero

DOSSIER/1. Arrivata a conclusione l’inchiesta All Black della Dda salentina: 10 in carcere e 3 ai domiciliari con braccialetto elettronico: rischiano il processo anche gli altri a piede libero. Il gip:“Dalle intercettazioni emerge vicinanza del tarantino Roberto Scarcia ad ambienti della malavita organizzata anche calabrese”. Tra il 2018 e il 2019 le province di Lecce e Taranto teatro di numerosissimi episodi di smaltimento di scarti anche pericolosi, criminosamente sversati sul terreno e in alcuni casi tombati o dati alle fiamme, in spregio delle più elementari regole di rispetto dell’ambiente, a fine di lucro. Secondo la stima di finanzieri e carabinieri, sono state smaltite 600 tonnellate. Non è contestata l’aggravante mafiosa

di Stefania De Cristofaro

LECCE – “Schifo”, dicevano al telefono. Il dio denaro prima di tutto. Il guadagno alla base dell’organizzazione che “criminosamente” sversava rifiuti anche pericolosi, provenienti soprattutto dalla Campania nei terreni delle province di Lecce e Taranto, li tombava e li abbandonava in capannoni in disuso per poi darli alle fiamme. Uno sfregio all’ambiente e di riflesso alla salute, stando a quanto è emerso nell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia salentina che ha portato a 13 arresti il 17 maggio, su 44 indagati ai quali è stato già notificato l’avviso di conclusione.

All black, è stata denominata l’inchiesta che potrebbe sfociare in un processo, tutto nero, perché lo smaltimento dei rifiuti avveniva senza alcuna autorizzazione, appunto in nero.

GLI INDAGATI DESTINATARI DI ORDNANZA DI CUSTODIA CAUTELARE

In carcere: Roberto Scarcia, 66 anni di Taranto, ritenuto figura di primo piano;  Claudio Lo Deserto, 66 anni, di Lecce;  Palmiro Mazzotta, 74enne di Surbo.; Luca Grassi, 48 anni, di Lecce;   Luca Di Corrado, 42enne di Tarano; Davide D’Andria, 40enne di Taranto; Francesco Sperti, 56enne di Manduria; Oronzo Marseglia, 57enne di San Vito dei Normanni; Salvatore Coscarella, 76enne di Cosenza; e Nestore Coseglia, 55enne di Marano di Napoli.

Ai domiciliari con braccialetto elettronico: Franco Giovinazzo, 41anni di Siderno (Reggio Calabria);  Antonio Li Muli, 41enne di Palermo e Biagio Campiglia, 42enne di San Pietro al Tanagro (Salerno).

Le ordinanze di custodia cautelare sono state firmate dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce, Alcide Maritati, su richiesta che il sostituto procuratore Milto Stefano De Nozza ha depositato il 13 ottobre 2020, dopo le informative dei carabinieri del Nucleo operativo ecologico (Noe) di Torino e del Nucleo di polizia economica e finanziaria di Taranto.

BUSINESS DEI RIFIUTI: FITTIZIO SMALTIMENTO CON METODI ILLECITI. LE CONSEGUENZE PER SALUTE E AMBIENTE

Sotto osservazione è finito il periodo compreso tra novembre 2018 e novembre 2019, anno durante il quale – stando a quando scrive il gip – “i territori delle province di Lecce e Taranto sono stati teatro di numerosissimi episodi di traffico e smaltimento di rifiuti di molteplici categorie, anche pericolosi, indiscriminatamente e criminosamente sversati sul terreno e in alcuni casi tombati o dati alle fiamme, in assenza di qualsivoglia regolarità amministrativa e in spregio delle più elementari regole di salvaguardia e rispetto ambientale”.

La motivazione nella ricostruzione dell’accusa è una: il fine di lucro, l’illecito profitto, “legato alla triste e ingravescente realtà del panorama del crimine organizzato nazionale che è il business dei rifiuti”. Tutto “in forma organizzata”.

Il traffico e quindi lo smaltimento illecito dei rifiuti sono legati ai costi di gestione delle imprese che hanno interesse a realizzare un abbattimento delle spese e per questo ricorrono a chi si presenta sul mercato con prezzi ridotti e concorrenziali. Offrendo in realtà “un fittizio smaltimento”, di fatto operano con “metodologie illecite e abusive”. Questo è il quadro di fondo in cui collocare le condotte, così come ha evidenziato il gip, rinviando a quanto sostenuto dal pm.

Le imprese che conferiscono gli scarti di produzione rivolgendosi al mercato nero dello smaltimento, praticano anche una “forma assai pericolosa di concorrenza sleale nei confronti delle altre che operano nella legalità”, ha scritto il giudice per le indagini preliminari. A titolo di esempio, il gip Alcide Martati ha fatto riferimento a quanto costa smaltire in maniera legale un container con 15 tonnellate di rifiuti pericolosi: in media,10mila euro. Sulla strada della illegalità, i costi vengono tagliati anche fino al 90 per cento.

Le conseguenze, quindi, sono diverse: in primis “gravi e spesso irreversibili danni all’ambiente”, quindi “una catena di atto emulativi da parte di altre imprese indotte a operare nella illegalità”. E’ stato accertato l’illecito smaltimento di quasi 600 tonnellate di rifiuti speciali, anche pericolosi.

IL GRUPPO CRIMINOSO RICONDUCIBILE A ROBERTO SCARCIA NEL TERRITORIO JONICO-SALENTINO

Per il gip non ci sono dubbi di fronte alle investigazioni di due corpi di polizia giudiziaria perché gli esiti sono stati gli stessi: un ingente traffico di rifiuti, in modo sistematico, gestito da un gruppo criminoso riconducibile a Roberto Scarcia, operante nel territorio jonico-salentino. L’organizzazione dirottava i rifiuti prodotti dal centro Italia e in modo particolare dalla zona di Caserta, verso aree del Leccese e del Tarantino, con il coinvolgimento di “numerosi personaggi”: produttori di rifiuti, trasportatori, intermediari, deputati allo scarico e alla ricerca dei siti. Ciascuno, nella ricostruzione del pm, ha fornito il proprio contributo causale, anche di carattere tecnico.

Le indagini svolte dalle procure di Lecce e Torino hanno evidenziato l’esistenza di un traffico di rifiuti organizzato in controtendenza rispetto a quanto solitamente emerge da altre inchieste condotte sul territorio nazionale, registrando un flusso che dal centro Italia porta i rifiuti verso il Sud.

L’INIZIO DELLE INDAGINI DOPO SEQUESTRO AUTOTRENO NEL TORINESE

Le verifiche dei carabinieri del Noe sono partite a maggio 2018 dopo il sequestro di un autotreno: i militari della stazione di Leinì (Torino) e i forestali di Torino hanno documentato uno scarico illecito di rifiuti nella campagna di Lombardore (Torino). Le indagini hanno portato a galla collegamenti con persone di Lecce e Taranto che creando società fittizie dotate di false autorizzazioni offrivano siti inesistenti per lo smaltimento di rifiuti per il tramite di una società di intermediazione di rifiuti piemontese, non iscritta all’albo gestori rifiuti.

Con il tempo, sono sorti contrasti tra gli organizzatori, con conseguente scissione del gruppo pugliese dai “broker” piemontesi. La compagine pugliese a questo punto si è organizzata per creare un’altra direttrice di traffico, reperendo produttori di rifiuti nell’area più accessibile del Casertano e del Reggino.

DALLE INTERCETTAZIONI EMERGE VICINANZA DI SCARCIA AD AMBIENTI MALAVITA ORGANIZZATA CALABRESE E CAMPANA

Per quale motivo il gruppo di Scarcia ha preferito selezionare le aziende di produzione dei rifiuti, tra quelle che operano nella Campania? La risposta, stando a quanto emerge dalla lettura del provvedimento di arresto, è da ricollegare a quattro fattori. Il primo è costituito dalla “vicinanza di Scarcia ad ambienti della malavita organizzata calabrese e campana (come emerge da alcun intercettazioni), che ha reso possibile instaurare una serie di contatti tesi alla conclusione di accordi commerciali criminosi”.

Il secondo elemento da considerare è “l’intermediazione di Nestore Coseglia, in possesso di contatti con produttori di rifiuti campani”. Il terzo fattore è la “facilità di reperire, in quantità non trascurabile, rifiuti d’interesse”, tra i quali, quelli “contenenti sostanze pericolose e una tipologia di rifiuti pesanti, ma facilmente trasportabili, il cui mercato di smaltimento privilegiato, cioè la Cina, risultata in quel momento storico bloccato, sicché quello interno rappresentava l’unica via di uscita per le aziende che volessero liberare i propri piazzali dal rifiuto”.

Infine, la “breve distanza in termini geografici” per ridurre il rischio di finire nei controlli su strada delle forze di polizia: “Una indispensabilità ben tenuta presente dal gruppo Scarcia il quale aveva, peraltro, necessità di sostenere il più basso costo di trasporto possibile”, ha sottolineato il gip. La cui conclusione è che c’è stata un’associazione per delinquere finalizzata allo smaltimento illecito dei rifiuti basato su una seppur rudimentale ma assolutamente chiara ripartizione dei ruoli, con predeterminate suddivisione dei profitti illeciti, agevolata dalla commissione di una serie di falsi in autorizzazioni amministrative.

LE INTERCETTAZIONI: “AL CAMIONISTA CHE SA LO SCHIFO, MI CONVIENE DARE 500 EURO IN PIU””

Diverse sono le intercettazioni riportate nell’ordinanza. C’è la telefonata del giugno 2019 alle 19,55 tra Roberto Scarcia e Davide D’Andria. Il primo chiede: “Quanto hai fatto la guaina, 250?”.L’altro: “I barili sono 250, la guaina a 200”. Scarcia: “Facciamo quattro macchine per quelli al giorno e abbuschiamo 60-70 carte, ma mi basta pure due macchine, quattro macchine per due giorni, sono otto macchine, mi basta un anticipo di quelli eh… che sono soldi eh! Arriviamo a 30-40mila euro eh!”. D’Andria: “Otto macchine per 26 tonnellate sono 208 tonnellate”. E ancora: “Ogni 4 macchine 2mila euro, leva 4mila e rimangono 34mila”. Scarcia: “Ma pure 25 più Iva, perché s c’è il 19.12.12 sono 30mila… una ipotesi”. D’Andria: “Sono buoni 34mila euro, il 30 per cento…10mila sono di Luca, il resto sono nostri”. Nella conversazione Scarcia aggiunge: “Cerchiamo di non farci fare il fermo, eh”.

Nella lettura data dall’accusa, le macchine sono i tir e i posti sono i siti di smaltimento. L’uomo di nome Luca, è stato identificato in Luca Di Corrado, intercettato al telefono con Roberto Scarcia. I due il 6 gennaio 2019, alle 11.52, parlano di un viaggio a Caserta. “Tu – dice Scarcia – verrai soltanto alle operazioni. Siamo troppi, l’ha detto pure il cristiano”. E l’altro: “Te l’ho detto, ieri pareva un’associazione”. E poi Scarcia: “Noi aspettiamo domani che ci fanno sapere, però quando dico dalla mattina, ti devi impegnare”. E Di Corrado: “Roberto, quando ci stanno i soldi, sto h 24”. Nella stessa telefonata Scarcia dice: “Domani sentiamo per i codici, se è tutto ok, bisogna andare a Bari, una cosa bella naturale, bella garbata”. Di Corrado: “L’importante è che dobbiamo invitare i calabresi”. Scarcia: “Me la vedo io, gliel’ho detto ho già parlato con gli amici miei”.

Nella conversazione tra i due intercettata l’11 febbraio 2019 alle 21,58, si parla di “trovare la discarica per scaricare”. La necessità viene riferita da Scarcia e l’altro dice: “A me i soldi interessano”. E ancora Scarcia: “Abbiamo bloccato pure i lavori a schif”.Il gip ha evidenziato che questa espressione ‘a schif’ si riferisce all’attività illecita.

La conversazione del 24 aprile 2019 tra i due interlocutori fa emergere “un ulteriore profilo di programmazione in corso ad opera degli indagati, nella misura in cui gli stessi decidono – perfettamente consci della necessità di comprarne il silenzio e la connivenza – di aumentare il prezzo da corrispondere ai trasportatori per ottenere l’accondiscendenza a scaricar in luoghi totalmente inidonei allo stoccaggio dei rifiuti. Scarcia dice: “Mi conviene dare 500 euro in più a un camionista però sappiamo che è roba di schif come noi e non andiamo nella …”. Di Corrado, più avanti commenta: “Un mezzo bandito! Come a noi!”

Anche questa conversazione – sostiene il giudice – dimostra in maniera incontrovertibile, non solo la conduzione imprenditoriale dell’attività di traffico di rifiuti, ma anche la piena consapevolezza della illiceità della stessa. Lo schifo.

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