‘Mano Mozza’, genesi e sviluppo del clan Annacondia

A partire dalla metà degli anni ’80 ‘mano mozza’, capo di una sanguinosa organizzazione mafiosa, ha seminato terrore fino ai primi anni ’90. La Puglia era un territorio strategico per le cosche calabresi, siciliane e campane. A nord di Bari, c’era terreno fertile per fondare una nuova organizzazione di stampo mafioso. Due giovani giornaliste ci raccontano la mafia pugliese in quegli anni, nel libro ‘Mano Mozza’. A pochi giorni dall’anniversario della strage di Capaci, continuare a parlarne è un dovere.

di Daniela Spera

Qualche giorno fa, il Comando provinciale della Guardia di Finanza di Taranto ha eseguito una misura di custodia cautelare del gip di Lecce per 13 indagati. L’accusa è illecito smaltimento di rifiuti e associazione per delinquere. L’operazione è nata da un sequestro nel torinese. L’indagine, detta All Black, ha riguardato 44 persone e una società della Campania di trattamento dei rifiuti. Vi sono confluite due inchieste, una del Noe di Torino e Lecce e una del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Taranto. L’immondizia era destinata a essere bruciata o tombata nelle campagne. La scelta del Sud Italia, secondo gli inquirenti, è stata dettata dai legami che i capi di questa associazione per delinquere hanno con camorra e ‘ndrangheta.

Una doverosa premessa che ci fa ben comprendere quanto la mafia sia, ancora oggi, ben radicata nei territori. E quanto il Sud Italia sia territorio strategico. La mafia è ovunque. Nessun settore ne è esente. È una piaga che riguarda tutti noi, non solo i magistrati. Ma per contrastare questo mondo sotterraneo occorre conoscerlo. E qualcuno deve raccontarlo. È questo l’obiettivo delle autrici del libro, appena pubblicato, ‘Mano Mozza’, edito da Radici Future.

‘Mano Mozza’ è un titolo forte, d’impatto. È il soprannome di un boss di una cupola mafiosa, Salvatore Annacondia, ma racchiude un mondo che ruota intorno alla criminalità mafiosa pugliese. Racconta la genesi e lo sviluppo di una mafia in un territorio, la Puglia, strategico sia per le cosche calabresi sia per le mafie siciliane e campane.

Il libro è frutto di una collaborazione tutta al femminile. Due giornaliste ripercorrono le fitte trame di una parte della criminalità pugliese, raccontando le verità processuali e dando voce a chi, ancora oggi, combatte la mafia. Da Trani a Barletta, da Molfetta ad Andria.

Valentina Maria Drago è laureata in giurisprudenza, presso l’Università degli Studi di Trento. Ha conseguito un master in Comunicazione presso l’Università Milano –Bicocca e l’abilitazione come giornalista pubblicista. Oggi è una professionista della comunicazione. Lavora in un’agenzia PR e media relation.

Emma Barbaro è una giornalista freelance, autrice di numerose inchieste sul caporalato, agromafie e tratta degli esseri umani. Dal 2016 è caporedattrice del periodico indipendente ‘Terre di Frontiera’ e ha collaborato con La Repubblica di Bari. E’ nata e vive ad Avellino, in Campania. A lei abbiamo chiesto di parlarci di questo libro dal titolo evocativo.

Emma Barbaro

Da dove nasce l’ispirazione per questo libro e perché avete voluto raccontare una parte del mondo della mafia pugliese?

“Mano Mozza” nasce innanzitutto dall’esigenza di colmare un vuoto narrativo. Ho sempre pensato che una storia non esiste se nessuno la racconta. E che, a maggior ragione, non esistano “storie di provincia”. Io e Valentina Drago ci siamo accorte che alla narrazione sulle criminalità pugliesi mancava ancora un tassello fondamentale. E, con l’aiuto dei magistrati e delle istituzioni che quelle mafie le hanno combattute e continuano a combatterle a viso scoperto, abbiamo deciso di provare a colmare quel vuoto. Perché non puoi pensare di sconfiggere un virus purulento che ammala un Paese intero, non solo la Puglia, se prima non lo conosci. Non ci sono rimedi né vaccini se non sai contro chi o cosa combattere. Ecco, la speranza, nel nostro piccolo, e di aver contribuito a farlo.

Spesso anche le questioni ambientali sono al centro di affari malavitosi. In particolare, il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti. In passato hai curato inchieste legate all’eolico. Come si inserisce questo tema nel contesto della mafia?

Anni e anni di inchieste giornalistiche e di processi ci confermano che le questioni ambientali rappresentano un business irrinunciabile per le mafie. Che sull’ambiente, spesso, giocano una partita al ribasso: i traffici di rifiuti o, piuttosto, la corsa all’accaparramento delle nuove e vecchie forme di approvvigionamento energetico servono, nella loro ottica, a reinvestire capitali derivanti da altri tipi di traffici illeciti. E questo è un fatto storico ormai accertato.

Come si muove oggi la mafia?

I mafiosi di oggi raramente cercano lo scontro diretto e, soprattutto, raramente si mostrano per ciò che sono in realtà. La loro indubbia capacità è quella di mimetizzarsi adattandosi all’ambiente, inquinando le regole del mercato e la capacità di scelta, anche politica, del singolo. Per dirla con Nicola Gratteri, la loro sopravvivenza è regolata dalla legge darwiniana dell’evoluzione: per esistere e resistere, devono rendersi invisibili. I business ambientali, dato il contesto, spesso rappresentano una delle leve della loro invisibilità. Una delle più pericolose aggiungerei.

In quanto tempo e con quali mezzi documentali avete ricostruito i fatti?

Per ricostruire eventi, personalità e storie ci abbiamo impiegato oltre un anno e mezzo. Non era semplice. Innanzitutto dovevamo reperire e poi studiare tutti i faldoni dei processi a partire dalla metà degli anni Ottanta fino ai giorni nostri. Parliamo dunque sia di sentenze passate in giudicato, sia di processi ancora aperti. Poi, una volta acquisito tutto il materiale utile, abbiamo intervistato di volta in volta i magistrati e le istituzioni direttamente coinvolti. E anche questo ovviamente ci ha richiesto del tempo.

Chi vi ha dato il maggiore supporto?

In questo lavoro di ricostruzione minuziosa abbiamo ricevuto il supporto di due sostituti procuratori della DDA di Bari, dell’ex coordinatore della DDA di Bari Pasquale Drago, del Generale di Brigata Gerardo Iorio, che attualmente è il Comandante del Gruppo Carabinieri per la Tutela del Lavoro di Roma, del Dottor Francesco Mandoi, procuratore aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e del Dottor Leonardo Rinella, che tra il 1989 e il 1993 fu Procuratore della Repubblica presso la Pretura Circondariale di Trani e, successivamente, venne applicato alla DDA di Bari. Insomma, è stato un lavoro lungo, duro e decisamente meticoloso che speriamo possa dare i suoi frutti. Specie in termini di consapevolezza.

Hai mai pensato che questo potesse essere un libro ‘scomodo’ per qualcuno?

Quando si sceglie di scrivere un libro sulle mafie e, soprattutto, su quanto le mafie abbiano inciso e continuino ad incidere su un territorio si parte dall’implicita accettazione del rischio. Che è la stessa accettazione del rischio che qualunque giornalista d’inchiesta sposa nel momento in cui affronta un tema scomodo.

Insomma bisogna parlarne, senza paura…

Se le criminalità si nutrono del silenzio e scelgono di mimetizzarsi nella cosiddetta società civile, ebbene è chiaro che nel momento stesso in cui le si costringe a venire allo scoperto si diviene indesiderabili. Ma non per questo ci si lascia intimidire.

Quale segno vorresti lasciare nei lettori?

Personalmente non ho la presunzione di lasciare il segno in qualcuno. Vorrei lasciar loro in eredità una storia, la nostra storia. Credo questa sia la vocazione più intima di un giornalista che, per come interpreto io questo mestiere, non scrive mai per sé ma sempre per qualcun altro.

Cosa rappresenta per te ‘Mano Mozza’?

Spero che sia una leva della consapevolezza diffusa. E spero possa essere un’arma per conoscere e combattere le mafie.

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