Ilva, Ambiente Svenduto. Corte in Camera di Consiglio, tra dieci giorni la sentenza

Si è svolta ieri l’ultima udienza del processo ‘Ambiente Svenduto’ sul disastro ambientale prodotto dallo stabilimento siderurgico sotto la gestione del gruppo Riva (1995-2012). La Corte d’Assise di Taranto si è riunita dalle 23,00 in Camera di Consiglio. Prima di ritirarsi col collegio giudicante, il presidente della Corte, Stefania D’Errico, ha letto una ordinanza con la quale ammette tutti i documenti presentati nelle ultime udienze da accusa e difesa.

di Daniela Spera

La Corte resterà riunita nella scuola sottufficiali della Marina Militare di Taranto sino a sentenza. Ancora dieci giorni prima di conoscere le eventuali condanne degli imputati. Vincenzo Fornaro, imprenditore agricolo, allevatore danneggiato dall’inquinamento e consigliere all’opposizione al Comune di Taranto, ha commentato così il ritiro dei giudici: ’Con l’ultima udienza, mi sono passati davanti gli ultimi 13 anni di vita e di lotta. Tutto è iniziato nel 2008. Dalla prima grande manifestazione di Altamarea, alle denunce, ai sit-in, libri scritti, interviste. Ma soprattutto l’anno intero passato con Avvocati e Periti all’interno dell’Ilva per l’incidente probatorio che ha poi dato avvio al processo. In compagnia di Daniela Spera (consulente di parte per conto di tre allevatori, ndr), preziosa compagna di lotta in quei giorni. Sono stati anni di lacrime, risate, attese. Speranze centrate e disilluse. Notti a studiare documenti. Amici che si sono avvicinati e alcuni allontanati. Ma soprattutto amici e non, tra i quali anche il nostro Avvocato Sergio Torsella a cui stasera va un affettuoso ricordo, che se ne sono andati per sempre’.

Il processo ha visto coinvolti 47 imputati: 44 persone fisiche (tra dirigenti ed ex dirigenti del siderurgico, politici e imprenditori) e tre società (Ilva, Riva Fire e Riva Forni elettrici). A vario titolo sono stati contestati i reati di associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale doloso, all’avvelenamento di acque e sostanze alimentari, getto pericoloso di cose, omissione di cautele sui luoghi di lavoro, due omicidi colposi in relazione alla morte sul lavoro di due operai, concussione, abuso d’ufficio, falso ideologico e favoreggiamento.

I pm hanno chiesto 28 anni di reclusione per Fabio Riva e Luigi Capogrosso, ex direttore della fabbrica e 25 anni per Nicola Riva, insieme al fratello ed al padre Emilio Riva (deceduto nel 2014) ex proprietari e amministratori dell’Ilva. Sono 28 gli anni chiesti anche per l’ex addetto alle relazioni esterne Girolamo Archinà.

Chiesti 20 anni invece per il dirigente Adolfo Buffo e per cinque imputati (Lafranco Legnani, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli, Agostino Pastorino e Enrico Bessone) che per l’accusa formavano un gruppo di persone, non alle dipendenze dirette dell’Ilva, che in fabbrica costituiva una sorta di ‘governo-ombra‘, agendo per conto della famiglia Riva.

La condanna a 17 anni è stata richiesta, invece, per l’ex presidente di Ilva ed ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, l’ex capo area parchi Marco Andelmi, l’ex capo area agglomerato Angelo Cavallo, l’ex capo area Cokerie Ivan Dimaggio, l’ex capo area altoforno Salvatore De Felice e l’ex capo area acciaieria 1 e 2 e capo area Grf Salvatore D’Alò e l’ex consulente della procura Lorenzo Liberti. Richiesta inoltre la confisca degli impianti dell’area a caldo che furono sottoposti a sequestro il 26 luglio 2012.

Cinque anni di reclusione sono stati chiesti per l’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata in concorso, in quanto, avrebbe esercitato pressioni sull’allora direttore generale di ARPA Puglia, Giorgio Assennato.

L’obiettivo era far ‘ammorbidire’ le valutazioni dell’Agenzia nei confronti delle emissioni prodotte dall’Ilva. Per Giorgio Assennato, accusato del reato di favoreggiamento, è stato chiesto un anno di reclusione.

L’ex direttore generale di Arpa Puglia, in una recente dichiarazione spontanea in aula, ha annunciato di voler rinunciare alla prescrizione, qualora dovesse subentrare. Convinto di poter dimostrare la propria non colpevolezza, Assennato ha dichiarato che non esiste alcun riscontro fattuale del suo presunto ‘ammorbidimento’ verso l’Ilva dei Riva. Ha, inoltre, concluso, citando una frase detta da Vittorio Esposito, direttore del Dipartimento provinciale Arpa di Taranto, in un recente webinar, che senza Arpa Puglia il processo Ambiente Svenduto forse non ci sarebbe stato o sarebbe stato diverso. Descritto dalla polizia giudiziaria come uomo ‘prostrato al volere dei Riva’, rivolgendosi al pubblico ministero, l’ex direttore generale, ha chiesto: ‘dottor Buccoliero, come sarebbe stato questo processo se il Professor Assennato fosse stato tra i testimoni chiave dell’accusa?’

Ma perché senza Arpa Puglia probabilmente il processo non ci sarebbe stato? Lo abbiamo chiesto a Giorgio Assennato: Il motivo è semplice. La requisitoria del pm Mariano Buccoliero è basata prevalentemente sulle relazioni e sui dati di Arpa. La relazione del 4 giugno 2010, in cui il benzo(a)pirene di Tamburi era attribuito per il 98% alle emissioni delle cokerie, la nota del 21 giugno successivo in cui si suggeriva all’assessore all’ambiente Lorenzo Nicastro di inserire nel piano di risanamento della qualità dell’aria di Tamburi la riduzione della produzione di coke nei wind-day. La relazione consegnata al Procuratore-capo dottor Franco Sebastio del 6 luglio 2010 in cui erano elencate tutte le criticità ambientali causate da Ilva. In particolare le diossine emesse dal camino E312, le polveri fini emesse soprattutto dai parchi primari e benzo(a)pirene emesso dalle cokerie. Grazie a queste relazioni fu avviata l’azione penale che condusse all’incidente probatorio da cui derivarono le due perizie, chimica ed epidemiologica’.

Nei confronti dell’ex direttore generale si è espresso positivamente Alessandro Marescotti, di Peacelink: ‘chiedevo svariati dati e li riuscivo a ottenere da Assennato in 24 ore. Non in 30 giorni, come a volte accade con le amministrazioni. La mia stima verso Giorgio Assennato derivava da quei comportamenti privi di formalismi e da quel costante flusso di informazioni che ci ha consentito di conoscere la verità’.

E ha aggiunto che ‘in pochi anni abbiamo fatto un lavoro enorme di denuncia che in buona parte è frutto dei dati che Giorgio Assennato ci rendeva disponibili con poche formalità e senza mai negarsi per una telefonata di chiarimento’.

Sono convinto – ha concluso Marescotti – che questo suo approccio aperto e disponibile nei nostri confronti sia stato scomodo sia per l’Ilva che per il potere politico’.

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