Scomparso 44 anni fa: il pm chiede l’archiviazione per prescrizione

Il procedimento era stato aperto a carico di un ex barbiere, oggi 80enne, di Racale, paese in cui il bambino di 6 anni viveva. La magistrata scrive: “Occorre rilevare non solo il clima di latente omertà emerso nella comunità religiosa dei testimoni di Geova, ma anche l’inevitabile inquinamento delle prove connesso al tempo trascorso dal fatto”. L’avvocato della famiglia del bimbo, Antonio La Scala: “Lo Stato esce sconfitto da questa inchiesta”. E sulla pista araba: “L’incontro con il ricco imprenditore di Dubai, a cui la mamma di Mauro ha chiesto il Dna, ci sarà in maniera riservata e silenziosa”

Di Stefania De Cristofaro

LECCE – Aveva 6 anni, Mauro. Il 21 giugno 1977 stava giocando con gli amichetti della sua età in un cortile a Racale, in provincia di Lecce. Di lui non si hanno più notizie da quel giorno, il 21 giugno 1977. Succede qualcosa. Qualcosa che ad oggi resta ancora un mistero, perché è trascorso troppo tempo e le indagini sulla scomparsa di Mauro Romano hanno scontato “l’omertà di una comunità, quella dei testimoni di Geova, e l’inquinamento delle prove”. L’unica certezza è che il tempo ha fatto la differenza nell’inchiesta sul sequestro del bambino, portando la procura di Lecce a chiedere l’archiviazione del procedimento a carico dell’ex barbiere di Racale, oggi 80enne, Vittorio Romanelli, originario di Brindisi: “il reato in astratto ascrivibile risulta ampiamente prescritto”.

 


LA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE E LE DICHIARAZIONI DELL’AVVOCATO DELLA FAMIGLIA ROMANO

La richiesta di archiviazione porta la firma della pm Simona Rizzo ed è datata 19 aprile. Nei giorni scorsi è stata notificata alla famiglia di Mauro Romano, rappresentata dall’avvocato Antonio La Scala. La prescrizione, causa di estinzione del reato, nel caso del sequestro di persona è pari a 8 anni.

“Lo Stato esce sconfitto da questa inchiesta”, sostiene il legale. “Noi non ci arrendiamo, ma va dato atto del fatto che il provvedimento della pm Simona Rizzo è ineccepibile sul piano della motivazione”, sostiene La Scala. “Il tempo e il clima di omertà hanno compromesso l’indagine e ad oggi non vengono fugati i dubbi sul sequestro di persona che, come scrive la pm, è ampiamente prescritto. Né sono emersi elementi per sostenere che Mauro Romano sia stato ucciso”, prosegue il legale. “In ogni caso, non presenteremo opposizione alla richiesta di archiviazione”, conclude.

Gli atti di questo troncone d’inchiesta, quindi, saranno restituiti al pm. Questione di giorni. Si attende la pronuncia del giudice per le indagini preliminari. Ma fa riflettere quello che la pm ha scritto nel ricostruire la storia di Mauro Romano che sparisce due giorni dopo la partenza dei genitori, Bianca Colainanni e Natale Romano, per partecipare al funerale di un parente in Campania.

“A seguito di richieste estorsive avanzate ai genitori, veniva condannato Antonio Scala per il reato di tentata estorsione continuata aggravata”, si legge. “Non si riusciva a provare alcun coinvolgimento dello stesso nell’eventuale rapimento del bambino”.

 


LA DENUNCIA DEI GENITORI DI MAURO ROMANO ARRIVA SOLO IL 6 MAGGIO 2010

“Solo il 6 maggio 2010 i genitori sporgevano denuncia-querela”, è scritto nella richiesta di archiviazione. “Gli stessi specificavano di essersi determinati a farlo solo in quel momento, perché prima erano stati impossibilitati dalla loro appartenenza alla congregazione dei testimoni di Geova”.

Riferivano di aver ricevuto, intorno all’anno 1998, delle confidenze dal figlio di Vittorio Romanelli, Sergio, che aveva la stessa età di Mauro Romano”. In particolare, “avrebbe detto loro che il giorno della scomparsa, stava giocando assieme a Mauro, allorquando quest’ultimo era stato preso da un uomo di grossa stazza che lo aveva portato in auto al cui interno c’era un uomo di corporatura esile”.

“I due denuncianti, inoltre, riferivano che Antonio Casarano (nel frattempo morto e che all’epoca faceva parte della stessa congregazione) aveva svolto indagini private e aveva scoperto che a rapire i figlio era stato Vittorio Romanelli che, oltre a essere un fratello testimone di Geova, frequentava spesso la loro casa”.

La pm ha riportato i nomi delle persone ascoltate, partendo dal figlio di Vittorio Romanelli il quale “negava di aver fatto le confidenze ai genitori di Mauro”, per arrivare a quelli di tre “ragazzini che stavano giocando con lui,nonché di altre persone che avrebbero assistito alle confidenze”.

 


LA RIAPERTURA DELLE INDAGINI IL 20 GENNAIO 2020 DOPO DICHIARAZIONI DI UN MINORE

Il gip il 28 febbraio 2012 ha disposto l’archiviazione del procedimento. Una pista che non ha portato ad alcun risultato.

Le indagini a carico di Vittorio Romanelli vengono riaperte il 20 gennaio 2020 su richiesta del pm, dopo una nuova denuncia presentata dai genitori di Mauro Romano. E vengono riaperte anche quelle a carico di Antonio Scala, condannato poi per violenza sessuale a 10 anni di reclusione in altra inchiesta.

Nel provvedimento della pm Rizzo si legge che queste indagini partono “a seguite delle sit (sommarie informazioni testimoniali) di un minore” il quale viene ascoltato il 9 aprile 2019. Il minorenne sostiene di “aver appreso dal padre, che Antonio Scala molti anni primi aveva rapito il piccolo Mauro Romano” e che lui stesso “avrebbe chiesto conto di ciò proprio a Scala, il quale gli avrebbe confermato di aver rapito il bambino per ricavarne denaro in un momento di bisogno economico”.

E’ a questo punto che vengono autorizzate intercettazioni telefoniche e ambientali. Ma per la pm bisogna rilevare due elementi importanti: “Non solo il clima di latente omertà emerso nell’ambito della comunità religiosa della quale facevano parte i soggetti coinvolti nella vicenda (che ha inevitabilmente compromesso le indagini, soprattutto nella fase iniziale), ma anche l’inevitabile inquinamento probatorio connesso al tempo trascorso dal fatto”. E questo – ha scritto sempre la pm – “anche in relazione al condizionamento reciproco derivante dai commenti fatti in paese e nella congregazione dei testimoni di Geova, oltre che nelle varie trasmissioni televisive nelle quali, anche di recente, si è parlato del fatto”.

 


LE DICHIARAZIONI RESE DA ALCUNI DETENUTI, ALL’EPOCA MINORI, CHE CONOSCEVANO MAURO

La pm, inoltre, ha fatto riferimento alle dichiarazioni rese a distanza di tanti anni da “soggetti che all’epoca dei fatti, erano bambini” e che quelle dichiarazioni “debbano inevitabilmente essere sottoposte a un attento vaglio di attendibilità”.

Con riferimento a queste ultime, la pm ha evidenziato alcuni aspetti. “Fabrizio Schito, all’epoca 8 anni, riferiva che il primo a essersi allontanato dal posto in cui stavano giocando, perché richiamato dal padre, era stato Vito Paolo Troisi, seguito da lui”. Troisi, all’epoca 7 anni, “attualmente detenuto per altra causa, riferiva nelle prime due escussioni, che stava giocando con Mauro Romano assieme a Schito e un terzo soggetto di cui non ricordava il nome e che a un certo punto Mauro era scomparso, ma che non si era preoccupati visto che la nonna abitava nelle immediate vicinanze”. Ma il primo gennaio 2020 cambia versione, “affermando che a prelevare Mauro era stato un adulto indicato come ‘zio Antonio’ a bordo di un motoape a tre ruote”. In realtà, scrive la pm, “Mauro si era recato volontariamente da quest’uomo che conosceva bene, tanto da chiamarlo zio perché secondo Troisi stava spesso con la famiglia di Mauro”.Tempo dopo, Troisi lo identificava come colui che in paese chiamavano ‘Antonio il barbiere’.

Per riscontrare le dichiarazioni, vengono sentiti Angelo Vacca, cognato di Troisi, detenuto anche lui, il quale riferiva di aver saputo dal cognato che a rapire il bambino erano stati Vittorio Romanelli e la madre di Troisi. Il nome di Romanelli però non viene mai fatto da Troisi, stando agli atti del fascicolo. E davanti a un album fotografico contenente anche il testoncino di Romanelli, Troisi non lo riconosce. Non lo identifica come l’uomo che aveva indicato come zio Antonio il barbiere.

 


LE DICHIARAZIONI DI ALCUNI TESTIMONI DI GEOVA SULLA SCOMPARSA DEL BAMBINO

Ci sono, poi, le dichiarazioni rese da Salvatore Farinato, parte della congregazione dei testimoni di Geova il quale riferiva che “in sede di ascolto interno alla congregazione, Sergio Romanelli ha detto, dopo circa 20 anni da rapimento di Mauro, di aver visto una persona che ha rapito il bambino e che quest’uomo era a bordo di una vespa e aveva il becco”.

Il Romanelli – stando a quanto versione – gli aveva riferito che “all’epoca dei fatti si trovava in campagna in agro di Taviano” e che aveva “visto un signore con una lambretta, motoretta o vespa che prelevava questo bambino e lo portava via”. Ci sono anche le dichiarazioni di Luigi Pisanello, della congregazione dei testimoni di Geova il quale “riferiva che Sergio Romanelli aveva detto che all’epoca dei fatti aveva visto un uomo che prendeva sotto braccio il piccolo Mauro Romano”.

La pm ha riportato pure le sit della moglie di Casarano, Anna Ascanio nella parte in cui riferiva che “Sergio Romanelli, circa 15-20 anni dopo la scomparsa di Mauro Romano, mentre si stavano recando nella campagna di proprietà dei genitori, alla presenza sua e del marito aveva pronunciato la seguente frase:’ mamma mia, ricordo quando hanno rubato Mauro da questo posto”. Sergio Romanelli “aveva raccontato che ‘lui e Mauro, il giorno della scomparsa, stavano giocando quando a un certo punto arrivò una macchina di colore bianco e scene un signore alto, un po’ robusto con i baffi, che afferrò Mauro sotto il braccio e scappò risalendo sull’auto”.

Secondo la donna, la madre di Romanelli, ascoltato il racconto del figlio “si sarebbe arrabbiata” e l’avrebbe minacciato dicendo: “Zitto che stai dicendo, se succede niente io non pagherò nessun avvocato per te, non mi interesserò”.

 


LE INTERCETTAZIONI RITENUTE RILEVANTI I FINI DELLE INDAGINI: QUELLE DELLE MOGLIE DI ROMANELLI

Quanto alle intercettazioni, la pm ha riportato quelle ritenute rilevanti. Tra queste, quelle in cui Ascanio, parlando con un’amica, ribadiva quanto detto in sede di sit e deduceva che Mauro era stato portato da Vittorio Romanelli presso la campagna di sua proprietà per farlo giocare con il figlio Sergio e da lì era stato rapito da soggetti sconosciuti”.

Di rilievo, per la pm, sono le conversazioni dalle qual emerge “la preoccupazione della moglie di Vittorio Romanelli che, allorquando venivano convocati dai carabinieri, indottrinava i congiunti e si raccomandava affinché rimanessero calmi” e “addirittura – si legge – somministrava al marito, ritenuto caratterialmente fragili, ansiolitici al fine di tenerlo calmo, minarne la lucidità e farlo passare per incapace”.

Da qui la tesi investigativa secondo cui Vittorio Romanelli ha condotto Mauro Romano nei luoghi di cui aveva la disponibilità, in contrada Castelforte, dove il bambino aveva giocato con il figlio per essere rapito da altre persone, a lui sconosciute e rimaste ignote. Quella zona era stata setacciata perché Antonio Scala, autore delle telefonate estorsive per cui è stato condannato, al momento del suo arresto aveva portato gli investigatori proprio lì, indicandolo come luogo di custodia del bimbo. Tenuto conto di tutti questi elementi, la procura di Lecce il 23 novembre 2020 ha emesso avviso di conclusione indagine a carico di Vittorio Romanelli per il reato di sequestro di persona.

 


NESSUN ELEMENTO PER SOSTENERE CHE MAURO ROMANO SIA MORTO

Un altro aspetto sottolineato dalla pm è che “dalle indagini non è emerso alcun elemento dal quale poter dedurre che Mauro Romano sia stato ucciso o sia comunque morto”. Né sono emersi elementi per integrare a carico dello stesso Romanelli, né il reato di omicidio, né quello di sequestro con morte dell’ostaggio

“Pertanto l’unico reato in astratto ascrivibile a Vittorio Romanelli risulta ampiamente prescritto”, ha scritto la magistrata della procura di Lecce.

Non ci sono neppure elementi per contestare alcuna ipotesi di reato nei confronti di Scala, “atteso che le sit e le conversazioni intercettate che lo riguardano consistono in sospetti di persone che lo ritengono coinvolto, anche e soprattutto in ragione del suo coinvolgimento dei fatti di pedofilia per i quali è stato già condannato”. La pm ha scritto anche che la sua conoscenza con Vittorio Romanelli, la sua condanna per tentata estorsione e il fatto che fosse proprietario per alcune quote di terreni in località Castelforte non sono sufficienti a sostenere in giudizio l’accusa di sequestro di persona. Reato comunque prescritto.

Conclusione identica per le posizioni di Sergio Romanelli e della madre indagati per false dichiarazioni al pm. Fin qui la storia giudiziaria.

 


LA PISTA ARABA E LA RICHIESTA DI INCONTRO CON IL RICCO IMPRENDITORE CHE VIVE A DUBAI

“Per quanto riguarda la pista araba, l’incontro tra la mamma di Mauro Romano e il ricco imprenditore ci sarà”, dice l’avvocato Antonio La Scala che fa riferimento alla richiesta fatta dalla mamma di Mauro Romano, Bianca Colaianni, nei giorni scorsi, a Mohammed Al Habtoor per avere la possibilità di guardarlo negli occhi. La donna sostiene che quell’uomo che vive e lavora Dubai e che appartiene a una delle famiglie più ricche, abbia qualcosa in comune con suo figlio: lo sguardo e due cicatrici, una sulla mano destra e l’altra sul sopracciglio sinistro. All’arabo, la donna è arrivata dopo averlo visto in foto su un settimanale assieme a un’attrice italiana.

“Sarà un incontro riservato e silenzioso”, aggiunge il legale. “L’importante è che mamma Bianca e papà Natale, i genitori di Mauro, sappiano quello che devono sapere”, prosegue.

“Purtroppo in questa storia della pista araba, chi ha illuso mamma Bianca sono stati loro con una lettera del 2007: il padre del ricco imprenditore, dopo essere stato contattato dalla famiglia di Mauro, l’ha invitata a Dubai, ma alla missiva non c’è stato seguito perché, come ormai è noto, quelle persone sono sparite, non si sono fatte trovare e non hanno risposto al telefono. Questo è un dato certo, documentale”, sottolinea La Scala.

Bianca Colaianni ha chiesto a Mohammed Al Habtoor di sottoporsi all’esame del Dna per fugare i suoi dubbi e non disturbarlo più. “Una madre che chiede il Dna non fa clamore, il clamore è legato al fatto che si tratta di una persona importante, infastidita per l’eco della storia sui giornali e in tv. Il che è pure normale. Prendiamo anche atto che questa richiesta non è stata accolta, ma l’incontro si farà”, conclude l’avvocato La Scala.

“Io non voglio figli degli altri”, ripete Bianca Colaianni. Non si arrende. Non lo ha mai fatto in questi 44 anni e non lo farà mai. Finché vivrà.

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