Bonifica siti inquinati, tra cui Taranto: Recovery plan nebuloso

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è in questi giorni al centro della discussione politica. Entro il 30 aprile il governo Draghi dovrà presentare il piano in Commissione europea a Bruxelles. Il mancato rispetto di questa data potrebbe far slittare l’atteso finanziamento di 20 miliardi di euro per l’Italia. Gli aspetti legati alla bonifica dei Siti di Interesse Nazionale (Sin) restano però nebulosi.

Di Daniela Spera

C’è un inspiegabile vuoto nel Pnrr sul tema delle bonifiche e del risanamento dei territori inquinati a partire da Taranto. È quanto fanno notare alcune associazioni ambientaliste di diverse parti d’Italia che hanno inoltrato al premier Mario Draghi una proposta . L’iniziativa partita da Giustizia per Taranto vede l’adesione di Legamjonici Taranto, Comitato Salute Pubblica Piombino e Val di Cornia e Mal’aria di Falconara.

Oltreché al presidente del Consiglio, la proposta è stata inviata ai ministeri della Transizione Ecologica, della Salute, del Sud e dello Sviluppo economico e per conoscenza anche al sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci e al presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. L’iniziativa “ha origine dall’esigenza di chiudere le fonti inquinanti e trae spunto dallo studio redatto da Confindustria nel 2016 dal titolo “Dalla bonifica alla reindustrializzazione” che mira alla riconversione ecologica ed economica dei Sin, Siti di Interesse Nazionale”.

Si tratta, afferma Giustizia per Taranto, di “quei territori che più hanno pagato, e pagano, dazio in termini di precarietà sociale, ambientale e sanitaria causate da scelte industriali di scarso profilo etico ed ecologico. Lo studio fu anche al centro del Piano Taranto, il documento partecipativo per la riconversione di Taranto redatto con diverse realtà del territorio”.

“Esso illustra puntualmente come, con un investimento pubblico di nove miliardi di euro, si potrebbero risanare tutti i territori inquinati del Paese, generando economie sane calcolate per il doppio della cifra investita, ricavi fiscali per oltre quattro miliardi di euro e oltre quarantamila posti di lavoro”.

“A tale piano – dichiarano i promotori – abbiamo chiesto che vengano affiancati accordi territoriali per la programmazione partecipativa della riconversione delle aree, affinché possano generarsi nuove e più sane opportunità di sviluppo incentrate su ricerca, innovazione ed economie green. Tutto ciò in coerenza con gli intendimenti del Recovery Fund che prevede un rilancio delle economie nazionali sulla base di progetti in grado di avere un effetto moltiplicatore nel solco del Green Deal europeo”.

Secondo Giustizia per Taranto, “nello scenario proposto, Taranto, in quanto territorio più vasto ed inquinato d’Italia, avrebbe un ruolo di assoluta centralità e traino rispetto al risanamento dell’intero Paese”. Si esprime quindi l’auspicio che la proposta sui siti da bonificare possa essere presa in opportuna e dovuta considerazione dal Governo, aprendo per Taranto scenari radicalmente diversi rispetto a quelli che si stanno delineando.

Proposte sono state avanzate anche da parte dei consiglieri regionali che hanno di recente approvato all’unanimità un emendamento alla mozione sul PNRR, nel passaggio sulla transizione ecologica, per inserire l’area dell’ex petrolchimico di Manfredonia tra quelle da mettere in sicurezza e bonificare. Nella mozione che è stata approvata, ci sono diverse opere ed interventi strategici che la Regione sottoporrà al governo nazionale affinché siano inseriti e finanziati dal piano di resilienza.

Ulteriori emendamenti sono stati presentati anche su le due più grandi tematiche regionali: xylella ed ex Ilva. Il primo emendamento, quello sulla Xylella, punta alla ricerca di specie olivicole che possano essere compatibili con le caratteristiche agricole del territorio salentino e con l’irrigazione, dal momento che il piano di monitoraggio 2021, appena varato dall’assessore Donato Pentassuglia, ha dichiarato infetto il 60 per cento degli alberi di ulivo pugliesi. Gli altri emendamenti riguardano il piano di decarbonizzazione dell’ex-Ilva, privo di un progetto fattibile e condiviso con l’azienda, e un futuro economico diverso per Taranto non solo legato alla siderurgia.

Il Sindaco di Taranto: idrogeno per cambiare siderurgia.

Il sindaco di Taranto è intervenuto, il 20 aprile scorso, al dibattitto via web promosso da Cgil Puglia e Cgil Taranto, a proposito di uso dell’idrogeno nei processi produttivi dell’acciaio e dell’ex Ilva. Si riportano di seguito le sue dichiarazioni.

“Già oggi le tecnologie esistenti, cioè i forni elettrici, hanno la possibilità di andare verso l’alimentazione ad idrogeno. Chiediamo quindi che presto un tavolo istituzionale discuta insieme ai tecnici di questa transizione”. Intervenendo al dibattito Con riferimento alla siderurgia e all’attuale impiantistico dello stabilimento di Taranto, Melucci ha dichiarato che “siamo stati intrisi di pregiudizi rispetto al ciclo integrale, ma il cambiamento sta arrivando. E lo strumento – ha sottolineato – è l’accordo di programma non per la fine dell’industria ma per la trasformazione dell’industria e per far assumere un ruolo anche alle maestranze. “Noi realizzeremo l’hub dell’idrogeno – ha annunciato il sindaco di Taranto -. Speriamo peró in una saldatura di interessi anche dall’alto perché questo progetto non può funzionare se non c’é una condivisione dall’alto. Noi – ha sottolineato – l’idrogeno lo sperimenteremo comunque e una ricaduta particolare dell’idrogeno pensiamo che possa riguardare le Brt (Bus rapid transit, ndr), le linee elettriche veloci, che a Taranto dovrebbero partire l’anno prossimo con i cantieri”. “Il futuro va costruito – ha proseguito il sindaco di Taranto – ma non si può pensare che non possa riguardarci. Bene perciò ha fatto la Regione Puglia a pensare ad un hub Taranto-Brindisi per l’idrogeno. Per il sindaco Melucci, “oggi una visione questo territorio se l’è data, c’è un piano regionale ed uno comunale. Siamo dentro il percorso del Green Deal. C’é però un problema di governance. Stiamo discutendo – ha aggiunto – ma non abbiamo certezza che il Governo stia trasferendo risorse adeguate per fare da volàno a questa iniziativa. E questo può essere un problema per l’accelerazione di certi processi e per le ricadute che il mondo del lavoro può avere”. Melucci ha infine sottolineato che “il Just Transition Fund punta su Taranto e sul Sulcis con mezzo milione di euro. Tutto questo – ha detto ancora – si collega alla Bei, la Banca europea degli investimenti, che da quest’anno non finanzierà più investimenti nella filiera fossile, e ad Invest Eu, che è un po’ come la nostra Cassa Depositi e Prestiti, che si rivolge al settore privato e cerca di potenziare i progetti che sono nella strategia europea di transizione”. (Fonte: AGI)

Per saperne di più:

Fondi europei nel caos e il miraggio della decarbonizzazione dell’ex Ilva

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