Scu Brindisi, nuovo collaboratore consegna lettera ricevuta in cella: “Hanno combinato un macello”

ESCLUSIVO/7 Andrea Romano, 35 anni, ha spiegato alla pm dell’Antimafia l’esistenza di problemi relativi allo spaccio di droga: “Un affiliato mi chiedeva di intervenire per sistemare la situazione senza alzare troppa polvere”, ha detto il 22 gennaio scorso mostrando la missiva. “La spedì quando ero detenuto nel carcere di Tolmezzo. L’ho trovata ora che mi sono stati recapitati i pacchi dal penitenziario di Saluzzo”. La cocaina alla base del welfare della sacra corona unita.

 

BRINDISI – “So che la situazione non è facile, ma chi meglio di te può sistemare le cose, senza alzare troppa polvere. Fuori hanno combinato un macello, se qualcuno crea problemi come sta succedendo, come mangiamo”?

 

I CONTRASTI NELLA GESTIONE DELLO SPACCIO E LA LETTERA CON RICHIESTA DI INTERVENTO

Per confermare la veridicità delle sue dichiarazioni, il nuovo collaboratore di giustizia, Andrea Romano, 35 anni, di Brindisi, ha consegnato alla pm della Dda di Lecce che lo sta interrogando dal 18 dicembre 2020, copia di una lettera ricevuta quando era ristretto nel carcere di Tolmezzo, struttura di massima sicurezza in provincia di Udine: a scriverla, uno dei “ragazzi” di Romano, nella speranza di riuscire a ottenere un intervento risolutivo indolore, per il bene di tutto il gruppo, in modo tale da proseguire nell’attività di spaccio di droga a Brindisi e in diversi comuni della provincia e continuare a “lavorare”. Perché lo spaccio, stando a quanto affermato più volte da Romano era il core business del clan di stampo mafioso di cui era il capo fino a quando ha maturato la decisione di voltare pagina e passare – dice – dalla parte dello Stato.

 

LA LETTERA CONSEGNATA DA ROMANO ALLA PM DELLA DDA DI LECCE

Il collaboratore ha consegnato copia della missiva alla pm Giovanna Cannalire della Direzione distrettuale antimafia di Lecce nel corso dell’interrogatorio dello scorso 22 gennaio, quando gli è stato chiesto di riferire tutto il suo patrimonio di conoscenze sulla droga e sulla rete di pusher. Stando a quanto si legge nei verbali firmati dal collaboratore, si tratta(va) di una ragnatela estesa a tutti i quartieri di Brindisi, con capo piazza scelti da Romano.

A spedire la lettera è un detenuto ristretto nel carcere di Borgo San Nicola, alla periferia di Lecce, il cui nome è coperto da omissis, per conto di un altro ragazzo: “Giuseppe Prete”, ha detto il collaboratore. La data di spedizione è il 29 novembre 2020.

“Ricordo di aver ricevuto la lettera quando ero detenuto nel carcere di Tolmezzo e l’ho ritrovata quando mi sono stati recapitati i pacchi provenienti dal carcere di Saluzzo”, ha detto Andrea Romano.

Il penitenziario di Saluzzo, in provincia di Modena, è quello nel quale il brindisino era ristretto sino a quando ha chiesto di incontrare i pubblici ministeri della Dda di Lecce, gli stessi che per la prima volta, nell’inchiesta chiamata Synedrium sfociata esattamente un anno fa nel blitz, hanno accusato di essere stato a capo di un clan di stampo mafioso, dopo essere stato affiliato a Francesco Campana. Da quando ha iniziato a rendere dichiarazioni, è stato trasferito in una località segreta nota solo al Servizio centrale di protezione, così come previsto dal protocollo di gestione previsto per chi inizia il percorso della collaborazione.

 

IL TESTO DELLA LETTERA SCRITTA DALL’AFFILIATO DI ANDREA ROMANO

“Si tratta – ha spiegato –  di una lettera che mi è stata scritta da Giuseppe Prete, referente della piazza di spaccio a San Vito dei Normanni, così come si evince chiaramente dal riferimento a omissis, con il quale erano nati problemi relativi all’attività di spaccio della droga”.

Prete è attualmente ristretto in carcere, a Lecce con l’accusa di aver fatto parte dell’associazione mafiosa guidata da Andrea Romano e, all’indomani dell’omicidio di Cosimo Tedesco avvenuto il primo novembre 2014 nell’appartamento di Romano, nel rione Sant’Elia di Brindisi, venne accusato di favoreggiamento per aver aiutato l’esecutore materiale, in quel periodo ai domiciliari con braccialetto elettronico, alla fuga.

“Nella lettera, Prete mi chiedeva di intervenire per appianare e sistemare la situazione. Ricordo di avere risposto a mia volta, inviando una lettera a Prete, indirizzandola sempre a tale omissis, anch’egli detenuto e che io non conosco”. L’espediente serviva per consentire la comunicazione fra detenuti, eludendo i controlli alla corrispondenza.

Il testo è scritto in stampatello maiuscolo: “Carissimo amico mio, ti faccio sapere che sto bene, come posso assicurarmi di te”, si legge. La missiva è stata allegata al verbale che il pm della Dda ha depositato in occasione dell’udienza preliminare davanti al gup del Tribunale di Lecce, di fronte al quale Romano e Prete sono imputati per mafia.

“Volevo farti sapere che le cose non stanno molto bene per me, perché fuori è successo un mezzo casino, si è fatto risentire omissis senza rispettare nessuno appartire (scritto proprio così, nd) dal nasone e questo non ci interessa, ma noi?”.

Nasone è il soprannome con il quale era chiamato Alessandro Coffa, stando a quanto Andrea Romano ha dichiarato ai pm.

Il successivo paragrafo della lettera non è leggibile: diverse sono le righe coperte da omissis. La parte in chiaro, riprende così:

“So che la tua situazione non è facile, ma chi meglio di te può sistemare le cose senza alzare troppa polvere. Ha combinato il macello, vorrei tanto spiegarti, ti lascio immaginare…noi ha (scritto così, ndr) differenza del nasone il passo indietro non lo facciamo lo sai, ma se una cosa si può evitare per il bene di tutti è meglio”.

“Come ben saprai – è scritto sempre nella lettera – là fuori lavoricchio alla giornata per me e la mia famiglia e se qualcuno crea problemi come sta succedendo, come mangiano? Adesso ti lascio con un forte e caloroso abbraccio colmo di stima e affetto, aspettando quanto prima tue notizie. TVB  da sempre e per sempre!”. Nell’ultima riga: “Ps: rispondi a questo indirizzo”.

 

LO SPACCIO DI DROGA E IN PARTICOLARE DI COCAINA COME WELFARE

Che lo spaccio di droga e in modo particolare di cocaina fosse affare particolarmente remunerativo, lo dimostrano gli atti dell’inchiesta Fidelis coordinata dalla procura di Lecce, con delega ai carabinieri di Brindisi, sull’attività posta in essere da Andrea Romano e Alessandro Coffa.

In una delle decine e decine di intercettazioni, si dice che quel business consentiva di mantenere trenta famiglie, per un totale di un centinaio di persone, a fronte di 15-20mila euro al mese. Un welfare, il welfare illegale della droga.

 

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