Taranto, ex Ilva: pm chiede condanna a 28 e 25 anni per fratelli Riva

Invocati anche 28 anni per ex dirigenti stabilimento e 5 anni per l’ex governatore della Puglia Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata. Il pm Mariano Buccoliero: “Abbraccio mortale per la città”. Per la procura necessaria confisca impianti e somma di due miliardi e 100mila euro. Il processo per disastro ambientale pende dinanzi ai giudici della Corte d’Assise di Taranto. Il Codacons: “Nessuna tonnellata di acciaio vale una vita umana”

di Stefania De Cristofaro

TARANTO – “Abbraccio mortale” per Taranto. Per quella morsa così definita dal pm Mariano Buccoliero, morsa che ha strappato la vita e negato il diritto alla salute e all’ambiente, la procura di Taranto ha presentato il conto, in nome della giustizia, per 35 dei 44 imputati nel processo Ambiente svenduto, sulla gestione dell’ex Ilva nel capoluogo ionico: 28 anni sono stati invocati per Fabio Riva, ex proprietario, e per alcuni ex dirigenti dello stabilimento, e 25 anni per il fratello Nicola Riva, accusati di disastro ambientale. Richieste di condanna anche per ex politici, dall’allora governatore della Regione Puglia all’ex presidente della Provincia.

LA RICHIESTA DI CONFISCA DEGLI IMPIANTI EX ILVA E DI 2 MILIARDI E 100 MILIONI DI EURO

La requisitoria dei pubblici ministeri del pool della procura che hanno seguito le fasi dell’inchiesta che sfociò negli arresti e nel sequestro preventivo, eseguito il 25 luglio 2012, è arrivata nel pomeriggio di oggi dopo nove lunghissime udienze davanti ai giudici della Corte d’Assise, presieduta da Stefania D’Errico. Si sono alternati i pm Mariano Buccoliero, Giovanna Cannalire, Remo Epifani, Raffaele Graziano e il procuratore capo facente funzioni Maurizio Carbone per ricostruire la vicenda e passare in rassegna le posizioni di 44 persone fisiche e tre società.

Le accuse più gravi sono associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro e avvelenamento di sostanze alimentari. E ancora corruzione in atti giudiziari, concussione e omicidio colposo.

 

LE RICHIESTE DI PENA PER I FRATELLI RIVA E GLI EX DIRIGENTI ILVA

Le pene più pesanti sono state chieste nei confronti dei fratelli Riva, in qualità di ex proprietari dello stabilimento siderurgico di Taranto, Fabio e Nicola: per il primo, i pm hanno invocato 28 anni, mentre per il fratello 25. Sono accusati di essere stati a capo del sodalizio che, di fatto, ha permesso la gestione dell’Ilva nonostante le emissioni, attraverso una serie di contatti con esponenti politici locali, allo scopo di ottenere maglie più larghe se non del tutto assenti nei controlli.

Ventotto anni di reclusione sono stati invocati anche per l’ex direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso, e per l’ex responsabile delle relazione istituzionali dell’Ilva, Girolamo Archinà, il quale nella ricostruzione dell’accusa è considerato come l’uomo di fiducia della famiglia Riva.

Richiesta di condanna a 17 anni di reclusione per Lorenzo Liberti, l’ex consulente della procura, finito sotto processo per una tangente da diecimila euro allo scopo di ammorbidire una perizia affidata dai pubblici ministeri sulle emissioni dell’Ilva. Richiesta di condanna, inoltre, per l’avvocato dei Riva, l’amministrativista Francesco Perli, la cui figura è emersa con riferimento alle ispezioni del gruppo ministeriale, finalizzate al rilascio dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia): secondo la Procura l’Aia è stata cucita addosso all’Ilva. Per Perli sono stati invocati sette anni di reclusione.

 

LE RICHIESTE DI CONDANNA PER I POLITICI DELL’EPOCA

Per quel che riguarda gli imputati che all’epoca ricoprivano ruoli politico-amministrativi, i pm hanno chiesto la condanna a cinque anni di reclusione per Nichi Vendola, ex governatore della Puglia, per concussione aggravata ai danni dell’ex direttore generale dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa), Giorgio Assennato. Per Assennato, invece, è stato invocato un anno per favoreggiamento. L’ex direttore Arpa diventerà, poi, nemico numero uno dell’Ilva per il monitoraggio delle emissioni.

Quattro anni sono stati chiesti per l’ex presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido, e per l’ex assessore provinciale all’ambiente Michele Conserva, in relazione a pressioni fatte su richiesta di Archinà nei confronti di funzionari dell’ente provincia allo scopo di ottenere il via libera all’uso di alcune discariche interne al sito Ilva.

Favoreggiamento è stato contestato, con richiesta di condanna a otto mesi, per il direttore scientifico dell’Arpa Massimo Blonda, per l’ex dirigente del settore Ecologia della Regione Puglia Antonello Antonicelli, l’ex capo di gabinetto di Vendola Francesco Manna, e per l’ex direttore dell’area sviluppo economico Davide Pellegrino.

Richieste di condanna, a otto mesi per l’attuale assessore regionale all’Agricoltura Donato Pentassuglia e per l’ex assessore regionale alle Politiche giovanili, oggi parlamentare, Nicola Fratoianni, entrambi accusati di favoreggiamento.

 

RICHIESTE DI NON LUOGO A PROCEDERE PER INTERVENUTA PRESCRIZIONE

Nei confronti di nove imputati, stando ai conteggi della procura, i reati contestati sono stati estinti per effetto del trascorrere del tempo e per questo motivo è stato chiesto il nuovo luogo a procedere per intervenuta prescrizione. E’ il caso dell’ex sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno, accusato di omissione in atti d’ufficio per non aver adottato iniziative a difesa della salute dei cittadini di Taranto; e dei tecnici ministeriali Dario Ticali, in qualità di presidente della commissione Aia, e Luigi Pelaggi ex capo della segreteria tecnica dell’ex ministro Stefania Prestigiacomo (estranea ai fatti), entrambi accusati di aver avuto contatti con i vertici Ilva e di averli informati dei lavori in commissione benché si trattasse di notizie non divulgabili.

 

LA RICHIESTA DI CONFISCA DEGLI IMPIANTI EX ILVA E DI 2 MILIARDI E 100 MILIONI DI EURO

I pm hanno chiesto alla Corte d’Assise di disporre la confisca degli impianti, già oggetto di sequestro, e di bloccare anche la somma pari a due miliardi e 100 milioni di euro, ritenuta equivalente all’ingiusto profitto. Confisca è stata chiesta anche dal Codacons di Taranto:

Nessuna tonnellata di acciaio vale una vita umana e per questo chiediamo la confisca dell’ex Ilva di Taranto”, dice il presidente della sezione tarantina dell’associazione dei consumatori, l’avvocato Carlo Rienzi.

“I pm – prosegue Rienzi – sono stati sin troppo generosi nella formulazione delle richieste di condanna alla Corte perché è stato dimostrato, nel corso del dibattimento, che c’era intenzionalità nel non risolvere i problemi.”

“C’era la volontà di nascondere la verità”

“Ci auguriamo che ci sia il risarcimento dei danni in favore delle parti civili costituite e confidiamo nelle decisioni della Corte, fermo restando che a nostro avviso, non ci sono le condizioni per garantire i diritti alla salute e all’ambiente”.

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