Ex Ilva, sindaco Taranto: “Subito accordo di programma per transizione ecologica”

Rinaldo Melucci, dopo l’ordinanza del Tar su spegnimento area a caldo entro 60 giorni: “Draghi convochi  tavolo di lavoro con enti locali e parti sociali, altrimenti lo faremo dal basso con il governatore della Puglia, Michele Emiliano: non possiamo aspettare ancora e correre il rischio che qualcuno si ammali o rischi la vita. Siamo già andati oltre”

 

Di Stefania De Cristofaro

 

TARANTO- Dal sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, l’appello al nuovo presidente del Consiglio dei ministri, Mario Draghi, e al neo ministro alla Transizione ecologica, Roberto Cingolani: “I lavoratori e cittadini non possono aspettare altro tempo: più si va avanti, più si corre il rischio che qualcuno si ammali o perda la vita. Per questo motivo, il Comune di Taranto chiede al Governo di convocare subito un tavolo per definire l’accordo di programma e affrontare una volta per tutte la questione della transizione ecologica che permetterà di chiudere il capitolo dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva”.

IL SINDACO DI TARANTO DOPO LA SENTENZA DEL TAR DI LECCE

Il punto di partenza per scrivere una nuova storia per Taranto, in nome del diritto alla salute, costituzionalmente garantito, ma per ammissione dei giudici della Prima sezione del Tar di Lecce compromesso dal profitto, è costituito dalle motivazioni della sentenza con cui il collegio presieduto da Antonio Pasca (anche estensore), Ettore Manca e Silvio Giancaspro, ha confermato la validità dell’assegnazione del termine di 60 giorni per il “completamento delle operazioni di spegnimento dell’area a caldo” dello stabilimento siderurgico, rinviando all’ordinanza che il sindaco Melucci firmò il 27 febbraio dello scorso anno. Ordinanza – si legge – contingibile e urgente, avente ad oggetto il “Rischio sanitario derivante dalla produzione dello stabilimento siderurgico ex Ilva-ArcelorMittal di Taranto” e le “emissioni in atmosfera dovute ad anomalie impiantistiche”. Ordinanza – si legge ancora –  “di eliminazione del rischio, e in via conseguente, di sospensione delle attività”. Il Tar, di fatto, ha dato ragione al primo cittadino di Taranto, respingendo il ricorso presentato dagli avvocati di ArcelorMittal, Francesco Gianni, Antonio Lirosi, Valeria Pellegrino, Elisabetta Gardini e Antonio Lirosi. Il pool di legali ha già fatto sapere che presenterà appello dinanzi al Consiglio di Stato e non è da escludere che gli avvocati chiedano una sospensiva.

“Ho letto le motivazioni della sentenza e personalmente non credo che ci siano gli estremi perché il Consiglio di Stato possa ribaltare la pronuncia del Tar”, dice Melucci. “Quella sentenza è uno spartiacque di fondamentale importanza per la città di Taranto e per l’intera area ionica, con un impatto su mezzo milione di persone e non solo sui 200mila abitanti del capoluogo: dice in maniera chiara cosa è stata l’Ilva e cosa non deve essere più. In altre parole dice che l’area a caldo va chiusa”, sottolinea il primo cittadino. Va chiusa – scrivono i giudici – perché il diritto alla salute “nel caso del siderurgico di Taranto risulta macroscopicamente violato”.

A TARANTO IL DIRITTO ALLA SALUTE COMPROMESSO DAL PROFITTO

Non c’è stato, in altri termini un bilanciamento tra diritto alla salute e attività industriali, argomento al quale i giudici hanno dedicato un paragrafo richiamando quanto stabilito dalla Corte Costituzionale già nel 2013. Nel caso concreto, il Tar ha analizzato il quadro sanitario-epidemiologico affermando come ci sia stata “l’immissione in atmosfera di inquinanti ulteriori e diversi rispetto a quelli previsti dell’Aia (l’autorizzazione integrata ambientale, ndr), quali i particolati Pm10 e Pm2,5 nonché il naftalene e altri come rame e mercurio”. E ha fatto riferimento espresso anche alla lettura scientifica secondo cui, la “correlazione causale tra tali sostanze e specifiche patologie, in particolare quelle oncologiche, per le quali nell’area interessata e soprattutto nel rione Tamburi e Borgo-Città Vecchia (maggiormente esposti agli inquinanti dell’acciaieria), è stata accertata una incidenza percentuale in eccesso in danno della popolazione residente, con una elevatissima percentuale di casi oncologici in soggetti di età pediatrica e infantile”.

Per i giudici, quindi, deve  ritenersi “pienamente sussistente la situazione di grave pericolo per la salute dei cittadini, connessa dal probabile rischio di ripetizione di fenomeni emissivi in qualche modo fuori controllo e sempre più frequenti, forse anche in ragione della vetustà degli impianti tecnologici di produzione”. L’impianto produttivo siderurgico di Taranto “non risulta in linea con le direttive dell’Unione Europea, che impongono di fare uso delle migliori tecniche disponibili”.

Ancora: “Appare singolare considerare che un adeguamento tecnologico degli impianti e la conversione dell’alimentazione dei forni dal carbone all’elettrico avrebbe probabilmente scongiurato un gran numero di decessi prematuri e un’incidenza così elevata di malformazioni e patologie oncologiche, anche in età pediatrica e infantile”.

Il mantenimento dello stabilimento di Taranto con alimentazione a carbone, secondo i giudici, comportando una notevole produzione di acciaio di buona qualità e a basso costo, risulti funzionale agli interessi economici di altre aziende dell’indotto complessivo dell’acciaio, che beneficiano dei relativi profitti differenziali.

LE RICHIESTE DEL COMUNE DI TARANTO AL NUOVO GOVERNO DRAGHI

Melucci queste motivazioni le ha lette e rilette. “Lo stabilimento ex Ilva è ancora alimentato a carbone, mentre altrove è stata già avviata prevista l’alimentazione elettrica dei forni o a idrogeno”, sottolinea il sindaco Melucci. “Mi pare evidente che andare ancora avanti così non sia più possibile e che sia necessario al più presto che il Governo convochi il tavolo per l’accordo di programma che il Comune di  Taranto ha chiesto più volte dal 2017 (anno di elezione di Melucci a sindaco, ndr), senza aver mai ottenuto risposta”.

Di recente, abbiamo provato a interloquire con Conte, ma non ci è stato possibile, mi auguro che il nuovo governo Draghi ci dia questa possibilità anche perché per la prima volta c’è un ministro alla transizione ecologica”. Se ne occuperà Roberto Cingolani, già docente all’Università del Salento e fondatore del dipartimento di Nanotecnologia.

“La sentenza è stata depositata, guarda caso, proprio il 13 febbraio, giorno in cui i nuovi ministri hanno giurato: anche questo avrà un significato”, prosegue il sindaco.

“Chiediamo, quindi, uno stabilimento più piccolo, senza l’area a caldo, più sicuro con un abbattimento dell’80 per cento delle emissioni e più lontano dal rione Tamburi perché vogliamo riappropriarci degli spazi”.

Nel caso in cui non dovessimo avere risposte da Roma, siamo pronti con il governatore Michele Emiliano a convocare il tavolo dal basso: saranno Comune e Regione a convocare le parti sociali per affrontare la transizione ecologica. Aspettare ancora non è più possibile. Il diritto alla salute non può attendere. Non più”.

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