Respiro

di Barbara Toma

 

Quanti di noi pensano di vivere solo perché respirano?

Per anni sono stata una campionessa di sopravvivenza.

Respiravo, continuavo a respirare, e questo era tutto.

Respirare

Pratica che ci accomuna tutti, azione che segna l’inizio e la fine di ogni vita.

Di vitale importanza eppure apparentemente così semplice.

Efacile come respirare si dice, già.

Respiriamo circa 23 volte più aria di quanto cibo non ingeriamo e almeno 8 volte più di quanto liquido beviamo.

Eppure ci accorgiamo di quanto sia importante solo nel momento in cui diventa difficile farlo.

Senza respiro non c’è vita. Non c’è danza.

Senza respiro non ci sono le pause e quindi la musica.

Si chiama respiro l’apostrofo che, negli spartiti musicali, indica a chi canta o a chi suona uno strumento a fiato, il momento in cui può respirare senza interrompere la frase musicale.

Nella danza, si dice che lo spazio di chi crea una coreografia è uno spazio vuoto, silenzioso, un luogo sacro dove poter respirare e vivere il corpo.

Il respiro è un atto vitale, destinato a cambiare continuamente il mondo, un filo rosso nel quale si declina la coreografia…

Ogni respiro in realtà è una scelta. Ogni minuto è una scelta: essere o non essere.

Per qualche tempo si può fare a meno di cibo, bevande, cure, addirittura dell’amore, ma senza respiro non c’è vita.

Il respiro è tutto.

Può essere una pausa, un riposo, un sollievo, una proroga, una dilazione.

Ma anche un potente antidoto per molti malesseri. Un respiro consapevole è salvifico per corpo e mente.

E’ usando il respiro in modo consapevole che ci insegnano a gestire il dolore fisico. Come il dolore primario, quello che contraddistingue l’inizio di tutto, il dolore del parto.

E’ sempre controllando il respiro, portandolo ad un ritmo lento e regolare, che riusciamo a calmare uno stato d’animo agitato o che possiamo superare i nostri limiti, andare oltre la fatica e fare sforzi inimmaginabili.

E’ grazie al respiro che la danza riempie lo spazio.

Ed è da qui che voglio ripartire, dal RESPIRO.

E’ paradossale e significativo che, proprio in questo tempo segnato da un virus che compromette le vie respiratorie e toglie il fiato, siamo stati costretti, tutti, a fermarci, a prendere una pausa forzata, a prendere respiro, appunto.

La domanda è: lo abbiamo fatto, ci siamo davvero fermati a prendere fiato? A me sembra piuttosto che ci si sia messi d’impegno a fermare tutto ciò che è linfa vitale, mettendoci così nelle condizioni di vivere non più in affanno bensì in apnea.

C’è un gran bisogno di tornare a respirare, ma di farlo consapevolmente.

Respirare insieme, fino a farlo come un unico corpo, fino a restituire ossigeno ai prati, alle foreste, ai mari, agli oceani.

Ascoltare il nostro respiro per connetterci con noi stessi e con l’universo.

Nella storia del pensiero, in epoche e culture anche molto diverse, il respiro ha sempre avuto una connotazione che andava oltre l’atto del semplice respirare: spesso il termine respiro veniva usato come simbolo di qualcosa di spirituale e metafisico.

Sciamani, guaritori e sacerdoti di ogni tempo utilizzavano oltre alle droghe e al movimento estatico anche la respirazione per ampliare e approfondire la loro percezione e sviluppare la loro consapevolezza.

Nella filosofia greca antica, la parola pneuma aveva il duplice significato di respiro inteso come l’atto di far entrare e uscire l’aria dai polmoni, e di soffio vitale in senso spirituale.

Proprio come nella millenaria disciplina dello yoga, dove prana significa, appunto, sia respiro che soffio vitale, ed è di fondamentale importanza.

Il rapporto con la danza, l’esercizio fisico, l’ascolto e lo studio del corpo sono sempre stati per me la via per la conoscenza di me stessa e del mondo e il mio mezzo primario di comunicazione, ma scoprire le tecniche di respiro dello yoga (pranayama) è stato come trovare un tassello mancante al mio equilibrio.

Ed è proprio grazie a queste se riesco a vivere in apnea.

Poi, per fortuna, ci sono ancora dei periodi di lavoro. E allora mi ritrovo a vivere in una sorta di bolla, uno spazio neutro in cui tornare a respirare liberamente e in cui, tutti regolarmente sottoposti al tampone, a volte ci si spinge addirittura fino a toccare l’altro.

Allora, per un breve periodo, qualche settimana o qualche giorno, tutto sembra riprendere vita e colore.

E può addirittura succedere di ritrovarsi a danzare un valzer con qualcuno, abbracciati, una mano che tocca l’altra, circondati da altre persone che danzano anch’esse, sulle note eseguite dal vivo dalla banda… ma è solo un’attimo.

Poi, faccio un ultimo profondissimo respiro, svuoto il mio corpo da ogni malinconia e ogni mancanza, e torno in apnea.

Trattengo il respiro e chiudo gli occhi, non sono qui, non sta accadendo, non è reale.

Trattengo il respiro e mi butto nel vuoto, prima ancora di iniziare a contare, prima di poter pensare, prima di cambiare idea e arretrare.

Trattengo il respiro, prendo coraggio e mi gonfio d’aria, come fosse corazza, paracolpi, barriera magica che protegge da ogni male.

Trattengo il respiro e, forse, riuscirò a librarmi in aria, leggera, e fluttuare come un palloncino, risucchiata verso l’alto, come la zia di Harry Potter, come per magia, volare via, sempre più piccola, sempre più in alto, fino a sparire tra le stelle, grossa grossa, piena della mia stessa aria, gonfia come la donna cannone.

Ma basterà lasciar andare il respiro, smettere di trattenere, e in un attimo, svuotandomi di tutta l’aria accumulata dentro, tornerò a terra, volteggiando come un palloncino bucato.

Trattengo il respiro ogni volta che mi sospendo, trattengo il respiro per sospendere il movimento quando danzo, per mettere in luce la bellezza dell’abbandono alla forza di gravità, per aggiungere un tocco di magia, come polvere di stelle.

A volte trattengo il respiro per inghiottire il rospo.

Per restare in apnea. Per battere il record, per purificarmi.

Per scendere giù nel mio mare, oramai cimitero.

Oppure prima di fischiare, urlare, lanciare qualcosa.

Trattengo il respiro per prevenire la mancanza di ossigeno.

Trattengo il respiro, allungo il collo e mi arrampico più in alto possibile per salvarmi nello spazio angusto che si riempie d’acqua.

Il ghiaccio si scioglie, i mari si alzano e io trattengo il respiro per il futuro.

Trattengo il respiro per non morire.

Trattengo il respiro prima di un salto.

Prima dell’ultima spinta che mi separa dal conoscere di persona l’essere umano che mi è cresciuto dentro e che ora, più grande di qualsiasi incubo, spinge per venire al mondo.

Trattengo il respiro prima del risultato del tampone.

Trattengo il respiro per non sentire il tanfo, per non lasciarmi influenzare dal lezzo delle carcasse in decomposizione tutto intorno, per non sentire la puzza di mediocrità, favoritismi, ipocrisia e intolleranza che regna sovrana.

Trattengo il fiato per non urlare contro l’ignoranza, per non vomitarti addosso la mia intolleranza e la mia indignazione.

Trattengo tutto dentro

per non dimenticare.

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2 Thoughts to “Respiro”

  1. roberto

    Aveva promesso una “riflessione di ampio respiro” e non si può certo dire che abbia mancato di… parola.
    Il caso ha voluto che mentre scrivo queste due righe nell’altra stanza la tv mandi in diretta le dichiarazioni di Salvini all’uscita dall’incontro con il presidente incaricato Draghi, sento le parole “energia pulita… aria pulita” e prima “non è il momento dei personalismi ma della responsabilità”…
    “I can’t breathe”.

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