È stato firmato, nella tarda serata di giovedì, l’accordo tra Invitalia e ArcelorMittal per la gestione dell’ex Ilva. Inascoltate le proteste degli enti locali.

Di Daniela Spera

Dopo un rinvio di dieci giorni, nonostante l’opposizione dell’amministrazione locale e degli attivisti, lo Stato riprende in mano lo stabilimento siderurgico di Taranto. Del resto, l’imminenza dell’accordo, era stata anticipata con forza, dal presidente Conte, nel corso dell’ultima conferenza stampa sul nuovo Dpcm per l’emergenza Covid-19.

L’accordo comporterà un cospicuo investimento di Invitalia in AM InvestCo.

L’importo non sarà versato per intero ma frazionato secondo una precisa tempistica. Il primo investimento di  400 milioni di euro sarà effettuato entro il 31 gennaio 2021, previa  autorizzazione dell’antitrust dell’Unione Europea. Così Invitalia avrà il controllo congiunto su AM InvestCo.

Entro maggio 2022, il secondo investimento, che ammonta a un massimo di 680 milioni di euro, sarà impiegato nell’acquisto dei rami d’azienda Ilva, che ArcelorMittal oggi gestisce in contratto d’affitto. A quel punto, la partecipazione di Invitalia in AM InvestCo raggiungerà il 60%. ArcelorMittal investirà fino a 70 milioni di euro a garanzia di una partecipazione del 40% e del controllo congiunto della società.

Non mancano previsioni di produzione ‘green’ dell’acciaio con investimenti in tecnologie a basso utilizzo di carbonio, tra cui la costruzione di un forno elettrico di 2,5 milioni di tonnellate. Il piano industriale punta a raggiungere 8 milioni di tonnellate di produzione nel 2025. Tra le misure di sostegno pubblico, anche quella che prevede la tutela dell’occupazione.

Nei giorni scorsi il Sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, il Presidente della Provincia di Taranto Giovanni Gugliotti e altri colleghi amministratori del territorio, hanno manifestato dissenso fino a consegnare al Prefetto di Taranto le proprie fasce di rappresentanza.

‘Per l’occasione, inoltre, in memoria delle tante vittime del passato- si legge in una nota stampa del 9 dicembre- e col cuore rivolto a chi ancora in questi giorni si ammala e continuerà ad ammalarsi a causa dell’ex Ilva, i suddetti Enti locali porranno a mezz’asta le proprie insegne e listeranno a lutto uno dei monumenti simbolici della storia e delle aspirazioni della comunità ionica.’

Gesti plateali che non sono stati condivisi dai sindaci di Sava, Avetrana, Pulsano, Monteiasi, Palagianello che in lungo comunicato stampa così si sono espressi: ‘Pur comprendendo e condividendo l’immensa delusione e il senso di impotenza dei nostri omologhi Sindaci, non abbiamo consegnato e non consegneremo le fasce non per uno spasmodico attaccamento ad esse, ma perché a tale gesto, nell’ottica della coerenza e della serietà istituzionale, dovrebbero seguire le dimissioni che, pur non spaventandoci, non risolverebbero assolutamente l’annosa questione ex Ilva, anzi probabilmente, quelle già flebile voci a rappresentanza del nostro territorio, sparirebbero del tutto. Crediamo sia giunto il tempo della chiarezza e né i cittadini dei Tamburi (solo per citare un rione) né i lavoratori dell’azienda e dell’indotto meritano questa lunga agonia che si trascina ormai da un decennio e che non ha portato alcun beneficio né in termini ambientali né in termini occupazionali.’

E aggiungono che non consegneranno le fasce tricolori ‘perché riteniamo che il problema andava e vada affrontato in maniera diversa: collegiale e condivisa.

Riteniamo che questo gesto eclatante, legittimo per carità, in questo caso non produca alcun effetto perché la decisione è presa e, soprattutto, contribuisce ad alimentare equivoci ed acuire le paure dei cittadini e dei lavoratori.

Noi tutti sappiamo che l’intesa tra Arcelor Mittal ed il Governo nazionale è cosa fatta e che da domani Invitalia entrerà nella governace dell’ex Ilva. Non serve creare confusione istituzionale ed alimentare i conflitti.

Ciò che oggi deve vederci seriamente impegnati, se vogliamo essere credibili, deve essere lo sforzo teso ad ottenere il cronoprogramma che si intende mettere in campo in merito agli investimenti in materia ambientale e di produttività. Le nostre domande devono attenere alla salvaguardia dell’occupazione, compresi i lavoratori in AS.’

‘E’ inoltre nostro dovere quello di essere chiari nei confronti dei cittadini che non vanno illusi né presi in giro: l’Ilva non è una ONLUS, è un’industria, una delle più grandi industrie di acciaio al mondo e per esistere deve essere presente e competitiva sul mercato. Quindi, prospettare la prossima chiusura dello stabilimento o dell’area a caldo, allo stato e con queste condizioni, non è in programma e noi abbiamo il dovere morale e politico di dire la verità.

Non dobbiamo agire creando tensione e paura nei lavoratori dipendenti diretti ed indiretti dell’ex Ilva e delle loro famiglie. I quali oggi non comprendono perché alcuni Sindaci avanzino proposte che comporterebbero oltre 4500 esuberi solo tra i dipendenti diretti.’

Sempre secondo i cinque sindaci ‘Dobbiamo evitare di creare spaccature con le organizzazioni sindacali. I sindaci devono sempre dialogare con il territorio e rappresentare le esigenze di questo.’

E concludono certi che

‘qualsiasi insediamento produttivo se è avulso dal tessuto sociale in cui si colloca è destinato a fallire. Continuare a decidere su Taranto senza Taranto porterà tra pochi, pochissimi anni alla morte economica e sociale della nostra provincia e se il governo continuerà a snobbarci, questa volta il killer avrà un nome.’

In realtà, quel ‘killer’ ha già un nome, dal momento che la Corte Europea dei Diritti Umani ha già condannato l’Italia perché non ha protetto i cittadini di Taranto. Ora non resta che vigilare sull’esecuzione della sentenza.

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