Garantiti e no

”La pandemia potrebbe essere una buona occasione per chiarirci almeno le idee e le parole. Un’occasione per riscoprire il valore della solidarietà, se non fra classi, almeno fra categorie. A partire da una giusta ed equa contribuzione di tutti, e non solo di alcuni, per far fronte, ad esempio, ai momenti difficili come questo”

Di Luigi Cazzato

C’è da tempo in Italia una sorta di guerra civile a bassa intensità fra le categorie sociali, che la pandemia ha solo esacerbato.

Lavoratori autonomi contro dipendenti pubblici, fornai contro insegnanti, insegnanti di scuola contro quelli dell’università, false partite IVA contro quelle vere, cittadini contro i politici o “politicanti”, e via discorrendo.

L’altro giorno il direttore della Gazzetta del Mezzogiorno De Tomaso scriveva che il settore pubblico (garantito) dovrebbe dare un contributo di solidarietà al settore privato (non garantito). Appartengono al primo gli impiegati in smart working, che non solo non vedrebbero i loro salari tagliati ma addirittura aumentati per via del risparmio su trasporti, cravatta, ecc. In Olanda la pensano al contrario. E hanno aumentato lo stipendio a chi è costretto a lavorare in “modalità agile”, come si dice in burocratese, per i maggiori consumi legati a bollette e device elettronici.

La contrapposizione fra settore pubblico e settore privato è in voga da almeno un ventennio, per cui la parte privilegiata, e spesso poco produttiva, della nazione sarebbe quella pubblica, specie se meridionale.

Volessimo puntellare ancora questo contrasto, si dovrebbe aggiungere che i garantiti sono quelli che garantiscono le casse dello Stato con il prelievo forzoso dalla loro busta paga, cioè le tasse che non evadono. Non perché più onesti di altri, ma perché non hanno la possibilità di evadere. Quindi i garantiti non solo garantiscono i non garantiti quando vanno a cena fuori al ristorante, ma garantiscono anche i ristori che lo Stato deve giustamente elargire quando i ristoratori devono chiudere per via del contagio.

Si potrebbe aggiungere, facendo di ogni erba un fascio (come va di moda), che i non garantiti sarebbero i primi a poter fare profitti e lamentarsi (giustamente?) dell’esosità delle tasse. E ancora i primi (ingiustamente?) a chiedere contributi a fondo perduto, quando non possono far profitti. Solo allora si scoprirebbe il valore della contribuzione e della solidarietà collettiva.

Ma non si vuole dire questo, pena l’esacerbarsi degli animi già esacerbati. Come sostiene Dionisio Ciccarese in un editoriale di qualche giorno fa su questo dorso, manca “la visione sistemica”, e non solo di questa crisi. Per cui io penso solo al mio teatro, al mio bar o alla mia ditta, dimenticando che ci sono altri con altre subite “ingiustizie”.

La modesta proposta dunque è quella di non parlare di garanzie e privilegi di alcuni. Che spesso, non sempre, sono solo diritti acquisiti grazie a lontane battaglie. Ma di parlare di diritti non ancora conquistati e torti ancora subiti, di parecchi.

La pandemia potrebbe essere una buona occasione per chiarirci almeno le idee e le parole. Un’occasione per riscoprire il valore della solidarietà, se non fra classi, almeno fra categorie. A partire da una giusta ed equa contribuzione di tutti, e non solo di alcuni, per far fronte, ad esempio, ai momenti difficili come questo.

Fonte: Corriere del Mezzogiorno

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