Scu, donne contro: lite a borsettate davanti al supermercato di Brindisi

DOSSIER/4 Protagoniste Lucia Monteforte, moglie del boss Francesco Campana, e la cognata Alessandra Di Lauro, moglie di Cesario Monteforte: l’episodio, avvenuto un sabato mattina nel rione Bozzano, ricostruito nell’ordinanza di custodia firmata dal gip di Lecce nell’ambito dell’ultima inchiesta sulla mafia a Brindisi. Entrambe ritenute fidatissime portavoce degli uomini: dopo la rottura fra i due diventano nemiche. Monteforte scrive a Campana: “Io minacciato, farò di testa mia, prendi posizione o andremo tutti in galera”

 

di Stefania De Cristofaro

 

BRINDISI – Cognate, l’una e l’altra “fidatissime portavoce degli uomini” della mafia, frangia brindisina della Sacra corona unita. Ma diventate nemiche, per effetto della rottura dei rapporti fra i mariti: Lucia Monteforte, moglie del boss Francesco Campana, e Alessandra Di Lauro, moglie di Cesario Monteforte (fratello di Lucia) a un certo punto sono “avversarie” sul campo, protagoniste persino di una lite a colpi di borsettate, un sabato mattina, davanti a un supermercato di Brindisi. Si incontrano per caso e si affrontano: prima minacce, anche di morte, poi l’aggressione fisica sedata da una guardia giurata e da un agente della Digos che si trova lì di passaggio.

IL RUOLO DELLE DONNE NELL’ASSOCIAZIONE DI STAMPO MAFIOSO

E’ emerso anche questo rapporto “rosa” diventato burrascoso nelle 458 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare, firmate dal gip del Tribunale di Lecce, su richiesta del pm della Dda salentina, nell’ambito dell’inchiesta Old generation, sulla frangia storica della Sacra corona unita, tornata ad avere un ruolo di primo piano dal 2015, sotto la direzione di Francesco Campana, reggente dal carcere, condannato al carcere a vita per l’omicidio di Antonio D’Amico, e di Giovanni Donatiello, riferimento sul territorio, essendo stato rimesso in libertà dopo la condanna all’ergastolo come mandante dell’omicidio di Antonio Antonica.

Alessandra Di Lauro, nata e residente a Brindisi, è finita in carcere, a Lecce, con l’accusa di “aver fatto parte dell’associazione di stampo mafioso” e in “particolare della frangia tuturanese, facente capo a Francesco Campana, attiva sul territorio di Brindisi, Mesagne e Tuturano”. Accusa identica a quella mossa al marito. Per Lucia Monteforte, nata e residente a Brindisi, invece, il gip ha riqualificato l’impostazione della Procura, sostenendo che l’apporto della donna all’associazione mafiosa sia stato esterno e per questo ha contestato il concorso esterno e, anche in ragione dello stato di incensurata, ha disposto la misura coercitiva dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria (ogni giorno, dalle 18 alle 20), presso la stazione dei carabinieri.

LE DONNE COME POSTINE PER I MESSAGGI DEGLI UOMINI IN CARCERE

Le indagini, soprattutto attraverso una serie di intercettazioni, hanno accertato che “Francesco Campana, nonostante lo stato di detenzione, è riuscito a mantenere i contatti con gli affiliati, anche per il tramite della compagna, Lucia Monteforte”. La donna – si legge nel provvedimento del gip – “con regolare frequenza si reca a fargli visita, prima nella casa circondariale di Voghera e poi in quella di Milano”, dove è stato trasferito. Lucia Monteforte, a sua volta, “mantiene i contatti con gli altri compartecipi dell’organizzazione malavitosa e tale ruolo emerge con tutta chiarezza dalle attività tecniche attivate con riferimento ai colloqui con Campana”.

Nella struttura verticistica della frangia Scu, “a un gradino più basso rispetto al capo indiscusso, si è collocato per diverso tempo Cesario Monteforte, sebbene gli eventi di gennaio e febbraio 2020 abbiano sicuramente influito su tale assetto” (vedasi articolo sui dissidi con Campana e sulle 48 ore di fuoco a Brindisi).

“Monteforte, fratello di Lucia Monteforte, è divenuto punto di riferimento per la criminalità brindisina in quanto, sebbene sia stato detenuto prima a Vibo Valentia e, successivamente, a Lecce, ha ricevuto evidentemente da Francesco Campana la investitura a organizzare il sodalizio criminoso nella città di Brindisi, anche in considerazione di previsioni decisamente più favorevoli in ordine alla remissione in libertà dello stesso Monteforte, rispetto a quelle relative a Campana”.

Le disposizioni impartite da Monteforte “giungevano all’esterno del carcere, durante il suo stato di detenzione, con estrema facilità grazie al ruolo di fidatissima portavoce, svolto dalla compagna Alessandra Di Lauro che regolarmente lo andava a trovare”. Una postina, al pari di Lucia Monteforte, secondo quanto sostengono sia il pm che il gip. Ruolo in verità non nuovo quando si tratta di donne inserite in contesti mafiosi. Le donne sono e restano fedeli, nella maggior parte dei casi, ai propri uomini: vengono informate delle strategie criminali in ordine alla gestione degli affari illeciti e spesso vengono delegate anche alla raccolta dei “pensieri” destinati alla cassa comune del sodalizio, per essere girati alle famiglie dei detenuti. E infatti questo aspetto è stato tratteggiato nell’ordinanza di custodia cautelare.

“Monteforte grazie all’adoperarsi della compagna riusciva anche a ottenere somme di denaro per le proprie necessità”, scrive il gip. “In particolare, per compiacersi gli altri detenuti e stringere legami, nonché per evidenziare la propria posizione verticistica all’interno del sodalizio mafioso, provvedeva a far acquistare oggetti e capi di abbigliamento dalla propria compagna per poi regalarli ai detenuti ritenuti meritevoli”. Le intercettazioni ambientali nella sala colloqui del carcere, ad esempio, hanno svelato che Monteforte “incaricava la donna di acquistare una sottotuta come la sua, poiché la voleva regalare a un noto esponente malavitoso brindisino, all’epoca detenuto nella casa circondariale di Lecce”.

LA ROTTURA TRA FRANCESCO CAMPANA E CESARIO MONTEFORTE E LA LITE FRA COGNATE AL SUPERMERCATO

Fin qui il ruolo delle due donne. Ma le indagini svolte dalla Squadra Mobile di Brindisi, hanno fatto venire a galla un retroscena di rilievo nella ricostruzione dell’evoluzione dei rapporti tra Francesco Campana e la sua famiglia, da un lato, e il gruppo di Cesario Monteforte e famiglia. Dopo che Campana scopre che Monteforte spende il suo nome all’esterno per ottenere denaro e che non ne versa più una parte, necessaria per pagare le spese legali, decide di rompere il rapporto con il cognato, anche perché analoga lamentela gli viene consegnata dalla moglie. Secondo Lucia Monteforte, il fratello non si stava più interessando di loro, a dispetto dello “stesso sangue”.

In questa diatriba, si inserisce la lite davanti all’ingresso di un supermercato del rione Bozzano di Brindisi, dopo che le due donne si incontrano per caso. Pura coincidenza, sabato 22 febbraio 2020, attorno alle 11, si trovano a fare la spesa nello stesso posto contemporaneamente.

Cosa succede, lo spiega nella relazione di servizio, un ispettore superiore della questura di Brindisi che quella mattina, libero dal servizio, stava facendo la spesa nello stesso supermercato: “Giunto nel piazzale, notavo che due donne stavano litigando animatamente sia pure solo verbalmente, almeno in quel momento”, si legge. “Un uomo accompagnava una delle due, c’era un capannello di persone e c’era una guardia giurata che, nel frattempo, aveva preso sotto braccio la signora bionda cercando di accompagnarla verso la sua auto”.

“Lo scrivente riconosceva immediatamente l’uomo che accompagnava l’altra donna, più bassa e con i capelli neri, per Cesario Monteforte, personaggio notoriamente legato ad ambienti della Scu”, si legge sempre nella relazione di servizio.

“Notando che la guardia giurata era in difficoltà nel sedare la lite, lo scrivente impedica alla donna con i capelli neri di avvicinarsi alla seconda, mentre quella con i capelli biondi nel frattempo si era allontanata, accompagnata dal vigilantes”.

“A questo punto, visto che le bestemmie e gli insulti reciproci continuavano ad alta voce, sia pure a distanza e alla presenza di numerose persone, lo scrivente si rivolgeva a Monteforte, intimandogli di bloccare la sua accompagnatrice e di allontanarsi, al fine di evitare che la lite potesse degenerare in qualcosa di più serio”.

Monteforte “non esitava a ottemperare cercando di bloccare la sua compagna che, nel frattempo, aveva gettato la sua borsa in direzione della controparte, senza riuscire a colpirla”.

La visione delle immagini registrate dalle telecamere del sistema di videosorveglianza hanno permesso di identificare Alessandra Di Lauro, moglie di Cesario Monteforte, e la sorella di Monteforte, a sua volta moglie di Francesco Campana, Lucia Monteforte.

LA RICOSTRUZIONE NELLE INTERCETTAZIONI TELEFONICHE DOPO LA LITE: “CASINI CON LA ZIA”

L’episodio è ricostruito dallo stesso Cesario Monteforte nel corso di una telefonata intercettata a distanza di poco dall’episodio, il 22 febbraio attorno alle 12,27: “Monteforte comunica al figlio di aver avuto problemi con la zia”.

“Io mi sto allontanando di nuovo, che qua un casino è successo con tua zia. Ehi senti a me, prenditi le cose e portatele a casa”.

Quindi la spiegazione della dinamica del litigio con Lucia Monteforte: “Mi sono incontrato con tua zia al supermercato e ha cominciato a minacciarmi di nuovo, ti dobbiamo uccidere eh cose a me e ad Alessandra, un macello. Alessandra si è buttata e l’ha picchiata, ma io l’ho acchiappata però, capito? Si è trovato pure quella della questura, un casino. Adesso tocca che mi allontano perché non ci posso stare, hai capito?”.

Scrive il gip: “Il tenore della conversazione non lascia dubbi sul palese timore di Monteforte di incappare in violente ripercussioni, tant’è che dopo circa un’ora dal litigio, marito e moglie, sono pronti ad allontanarsi dalla città”.

Cesario Monteforte, dopo aver parlato con il figlio, contatta la moglie e le dice di “prendere l’indirizzo del carcere in cui si trova ristretto Francesco Campana, poiché doveva scrivere una lettera”: “Gli devo dire due parole a quello là”. La sera del 22 febbraio, dopo le 22, Monteforte è a Novara stando alla cella d’impegno dell’utenza cellulare. Chiama il figlio per comunicare di essere arrivato e dice: “Questa volta glielo dico, io la minima cosa, io a lodo vado a scannare, a tutti li scanno, mi devo fare la galera? Me la faccio”. E ancora: “Domani gli scrivo e gli dico chiaro e tondo…io ti sto avvisando, a me ogni cosa che mi succede, i responsabili siete voi, perché non so con chi me la devo prendere. Alessandra ha perso la pazienza e l’ha picchiata”.

MONTEFORTE SCRIVE A FRANCESCO CAMPANA: IL TESTO DELLA LETTERA

Nessun dubbio sulla “conclamata rottura con il capo storico e con il clan di riferimento di quest’ultimo”. L’intenzione di Monteforte di scrivere a Campana, così come preannunciato al figlio, trova conferma nella missiva che, a seguito di visto di controllo sulla corrispondenza del boss, disposto dal magistrato di sorveglianza di Milano, viene trattenuta nel carcere di Opera, a Milano. Cesario Monteforte la spedisce dall’ufficio postale di Pernate, in provincia di Novara: “Sabato mentre sono arrivato al supermercato e sono sceso dalla macchina con mia moglie, mia sorella usciva e appena mi ha visto a (senza h, ndr) cominciato a inveire su di e me e mia moglie, facendo anche gesti con le mani, che dovevano farmi tanto di …”, si legge nella lettera sequestrata e finita agli atti dell’inchiesta.

“Io la verità mi stavo avvicinando dopo che a (sempre senza h, ndr) quei gesti anche per spiegarle che io quella notte (quella degli spari sotto la sua abitazione, ndr) con c’è (scritto così, ndr) con lei, ma bensì con il ragazzo della figlia, ma lei ha continuato a gridare verso di me e mia moglie, dicendoci che ci devono fare fare una brutta fine, che siamo segnati”.

“Francè, io ti ripeto che non avevo niente, né contro te, ne contro la mia famiglia, io mi sono inca..ato con mio nipote per tutto ciò che mi ha combinato e non si doveva permettere, perché come io dovevo avere rispetto anche lui lo doveva avere nei miei confronti, invece mi ha gettato fango in faccia a tutto Brindisi, dicendo alle persone che tu gli avevi detto queste cose e che le persone dovevano andare tutte da lui, perché lui è tuo figlio e doveva fare le tue veci”.

MONTEFORTE: “SONO STATO MINACCIATO DALLA FAMIGLIA DI CAMPANA, FARO’ DI TESTA MIA”

Il Monteforte, nella stessa lettera, dice di essere stato minacciato dalla famiglia di Campana: “Io sono stato minacciato di nuovo dalla tua famiglia, ma so anche che loro non sono capaci a fare certe cose, ma ci sono delle persone che io ancora non so chi sono, e non posso difendermi dai fantasmi, come il danno che mi hanno fatto al bar (il Crazy Cafè, oggetto di attentato dinamitardo, ndr) ma saprò chi è stato e questo è certo e comunque se non so chi sono queste persone, e mi succede qualcosa, alla mia famiglia o alle mie cose, io mi dovrò anche difendere e farò di testa mia”.

A seguire, il riferimento al rapporto conflittuale con il nipote: “Dopo che anno (senza h, ndr) visto che io gli ho dato 2 ceffoni, ma io l’ho fatto che sono lo zio, e mi ha offeso tanto credimi, e io non merito questo perché mi sono sempre messo a disposizione su quello che ho potuto fare, invece mi hanno messo in cattiva luce con te e sai perché? Perché sono malati di potere e anno (senza h, ndr) voluto sempre stare loro sotto l’occhio del ciclone, dovevano andare sempre loro dalle persone per minacciarli a nome tuo, anche dai tuoi amici e credimi per questo si sono allontanati tante persone, giravano tutto il giorno con la macchina, mia sorella…. A dettare regole da tutte parti, ma so so che tu sei all’oscuro di tutto questo e mi dispiace che sono io a dirti queste cose”.

Francesco Campana

L’APPELLO A CAMPANA: “PRENDI POSIZIONE O ANDREMO IN GALERA”

La conclusione della lettera e la richiesta di Monteforte che chiede a Campana di prendere posizione per far terminare tutto: “Francè finisco questa mia lettera nel dirti che io non voglio più problemi e tantomeno voglio darne, ti ripeto io voglio stare tranquillo, come voglio che lo sono anche loro e voglio che prendi posizione per far finire queste storie, se non va a finire che ho (scritto con l’h, ndr) ci faremo male, o andremo tutti in galera e credimi questo vuole la legge e la gente, spero che mi scrivi e mi fai sapere al più preso, perché io voglio da te una risposta”.

Monteforte aveva ragione: la galera è arrivata per lui e per la moglie, oltre che per Francesco Campana.

 

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Info sull'autore

Stefania De Cristofaro

Giornalista per passione e professione. Nata a Napoli, brindisina d'adozione, laurea in Scienze politiche e relazione internazionali all'Università del Salento

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