Scu, guerra in famiglia dopo il pentimento: “Non è più cognato”. A Brindisi pistolettate e bomba in 48 ore

DOSSIER/3 Dopo aver saputo della collaborazione di Antonio Campana, Cesario Monteforte decide di non versare “il pensiero” al cognato Francesco Campana, e si scatena l’inferno: colpi di pistola sotto casa di Lucia Monteforte, compagna del boss, poi un’aggressione in strada in cui resta ferita un’anziana di 80 anni che si trovava lì per caso e l’attentato ai danni del bar Crazy Caffè in viale Commenda

 

Di Stefania De Cristofaro

BRINDISI –   Guerra in famiglia dopo il pentimento di Antonio Campana, con conseguente tensione nella frangia storica della Sacra corona unita esplosa in 48 ore, alla fine dello scorso mese di gennaio. Da un lato Cesario Monteforte e dall’altro Francesco Campana, boss del gruppo dei tuturanesi, e cognato di Monteforte per essere sposato con Lucia Monteforte: il primo, dopo aver saputo della collaborazione del fratello del capo del gruppo Scu, decide di non versare più “il pensiero” al cognato, pur continuando a spendere “in giro” il nome di Francesco Campana. A scoprirlo è la donna e da quel momento il rapporto degenera: prima Monforte spara in aria, sotto casa della sorella, poi si verifica una colluttazione nel corso della quale viene ferita un’anziana di 80 anni che si trova a passare per caso e, infine, viene organizzato un attentato dinamitardo ai danni al bar Crazy Cafè, di fatto gestito e frequentato da Monteforte.

 

I DISSIDI TRA FRANCESCO CAMPANA E IL COGNATO CESARIO MONTEFORTE: QUEI PENSIERI NON VERSATI

Il quadro dei dissidi è stato ricostruito nell’ordinanza di custodia cautelare relativa all’indagine Old generation della Dda di Lecce, notificata a Francesco Campana, già in carcere per omicidio di stampo mafioso, e a Cesario Monteforte. I primi elementi utili a capire il tenore dei rapporti fra i due è arrivato dall’ascolto dei colloqui intercettati nella saletta della casa circondariale in cui, in quel periodo, era detenuto Campana, “da sempre fedelissimo di Giuseppe Rogoli e del tuturanese Salvatore Buccarela”. Le intercettazioni sono state autorizzate in seguito alla collaborazione di Antonio Campana, fratello di Francesco: le conversazioni hanno fatto emergere “uno stato di tensione e insoddisfazione venutosi a creare tra la famiglia Campana e in particolare tra la moglie, Lucia Monteforte, il figlio di quest’ultima, Simone Sperti, e Cesario Monteforte, posto a capo del gruppo attivo nella città di Brindisi”. Gruppo del quale, stando all’accusa, facevano parte “Antonio Signorile, Walter Margherito, Roberto Nigro e Teodoro Valenti, tutti di fatto comunque riferibili a Francesco Campana, vertice indiscusso del clan, ma inseriti organicamente nel gruppo di Cesario Monteforte”.

A seguito della collaborazione di Antonio Campana”, preceduta da quella dell’altro fratello, Sandro Campana, “la frangia riferibile a Monteforte stava omettendo di versare almeno in parte il pensiero in favore di Francesco Campana e della sua famiglia”. Quel denaro era indispensabile per il boss che, proprio in quel periodo, stava cercando di ribaltare la sentenza di condanna al “fine pena mai”, per l’omicidio di Toni D’Amico, fratello di Massimo, ex Uomo tigre della Scu. Francesco Campana voleva chiedere la revisione del processo.

 

LE INTERCETTAZIONI IN CARCERE TRA FRANCESCO CAMPANA E LA MOGLIE: “NON E’ PIU’ COGNATO, PER ME E’ UN ESTRANEO”

Parlando con la moglie, Francesco Campana, dice: “Gli devo scrivere che per me è un estraneo e basta”, riferendosi a Monteforte. Lei: “Ma io lo prenderei mio fratello e lo sbatterei in faccia a un muro, guarda porto un nervoso. Mi ha fatto stare male, sai Francesco? Tu fratello, sangue mio, vabbe’ che tu sai cosa significa, ormai è inutile che ti spiego, lasciamo perdere”. A seguire: “Mio fratello è un po’ contraddittorio”. Campana: “Si augura che io muoia in carcere”. Ancora Francesco Campana: “Io gli scriverò, non ti permettere più di dire che sei mio cognato, punto! Perché se fino ad adesso ha sempre detto che mi è cognato, adesso deve dire che non mi è più cognato”. Infine: “Tutta questa arroganza”, aggiunge sempre Campana.  La moglie: “Non vuole fare niente per noi. Guai a te se gli rispondi alla lettera. Qua chi soffre siamo noi e la gente deve imparare a rispettare la sofferenza”. Campana: “Come fai a rispondere, quello non vedi che nega l’inevitabile, si è negato”. Lucia Monteforte:

“Ma per bugiardo, è bugiardo. Adesso torniamo di fronte ai fatti, alla realtà, ancora continua a mentire, è gravissimo. Sei sparito, a me non chiedi come stai? Hai bisogno di conforto, non di altro, nemmeno quello sanno dare”

Nella lettura data dai pm della Dda di Lecce e condivisa dal gip del Tribunale salentino, questa conversazione “conferma che Monteforte adopera e spende all’esterno il nome di Francesco Campana, ma che adesso, visti i rapporti, non deve più utilizzare”.

Francesco Campana

I COLPI DI PISTOLA SOTTO L’ABITAZIONE DELLA MOGLIE DI FRANCESCO CAMPANA E LA LETTERA DEL BOSS

In tale clima di tensione, si inquadrano i “colpi di arma da fuoco esplosi la notte del 19 gennaio 2020 nelle immediate vicinanze dell’abitazione di Lucia Monteforte, in via Settimio Severo”, rione Commenda di Brindisi. Mezz’ora prima, le telecamere installate presso un bar di via Appia registrano un “incontro con conseguente colluttazione tra Simone Sperti e lo zio Cesario Monteforte”.

Quella stessa notte, dopo trenta minuti, attorno alle 2,30, “una persona dalle fattezze fisiche e movenze simili a quelle di Monteforte, scende da una Fiat Bravo (modello analogo all’auto in uso all’indagato, ndr) e dopo aver preso un’arma, raggiunge il civico di via Settimio Severo”, in cui vive Lucia Monteforte. Sul posto gli agenti della questura di Brindisi trovano due bossoli di pistola calibro 7,65. Da testimonianze raccolte tra residenti della zona, l’uomo che sparava avrebbe pronunciato la seguente frase:

“Fate bene a stare chiusi in casa, poi vedremo ad aprile”.

Subito dopo gli spari, Francesco Campana scrive una lettera a Cesario Monteforte: particolare che è tutt’altro che in dettaglio, emerso dal controllo della corrispondenza fatto dalla direzione del carcere di Opera in cui Campana era ristretto. “Si tratta della lettera che, successivamente, Alessandra di Lauro, moglie di Cesario Monteforte, comunicherà al marito, inviandogli le relative foto su WhatsApp”. La missiva è del 20 gennaio.

L’INTERESSAMENTO DI GIOVANNI DONATIELLO E L’INCONTRO A MESAGNE CON I SUOI FEDELISSIMI

Succede dell’altro. La mattina del 20 gennaio, Simone Sperti viene ripreso dalle telecamere di un chiosco a Mesagne, dove poco dopo arriva Giovanni Donatiello. I due, a bordo di due auto, vanno via “evidentemente per raggiungere un luogo appartato, per parlare senza essere visti”. Il Gps dell’auto di Donatiello porta gli investigatori in una campagna alla periferia di Mesagne. Il motivo dell’incontro, secondo l’accusa, è da cercare e trovare in quanto accaduto la sera precedente a Brindisi. In ambientale, si sente una parte della conversazione che Donatiello ha con un uomo il quale dice: “Signorile ha incominciato”. E l’altro: “Eh, deve piangere”. Signorile è “da tempo persona vicinissima a Cesario Monteforte, affiliati entrambi a Francesco Campana”.

Giovanni Donatiello

“Donatiello – si legge nel provvedimento di arresto – appresa la notizia del grave evento intimidatorio ai danni della famiglia di Campana, chiama a rapporto i fedelissimi del gruppo di Oria con i quali si incontra nel parcheggio antistante i magazzini del centro commerciale Auchan, per dare loro indicazioni sul da farsi”. “Non bisogna dimenticare – ha scritto il gip – che il collaboratore Sandro Campana (morto suicida la primavera scorsa, ndr) forniva importanti precisazioni sulla figura di Donatiello evidenziando che fosse a loro completa disposizione per qualunque cosa”.

La ricostruzione contenuta nell’ordinanza è questa: “Dopo l’incontro con Simone e Massimo Sperti (i figli di Lucia Monteforte, ndr) Donatiello dà disposizione” a un suo fedelissimo di “rintracciare due leader di Oria” i cui nomi sono leggibili in chiaro, ma non sono indagati in questo procedimento penale.

L’AGGRESSIONE IN VIALE COMMENDA A BRINDISI: FERITA ANCHE UN’AZIANA DI 80 ANNI

Il 20 gennaio 2020, poco prima delle 13, al pronto soccorso dell’ospedale Perrino di Brindisi, si presentano due uomini in “stato confusionale”: sono padre e figlio e riferiscono di essere stati aggrediti da due persone, nelle immediate vicinanze del Crazy Cafè, in viale Commenda, sempre a Brindisi. Trenta i giorni di prognosi, salvo complicazioni, per entrambi. I carabinieri di Brindisi identificano come autori dell’aggressione i fratelli Marco e Simone Sperti, dopo aver visionato le immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza di alcuni esercizi commerciali della zona. I due arrivano a bordo di una Lancia Y, intestata alla madre, Lucia Monteforte.

L’ATTENTATO AI DANNI DEL BAR CRAZY CAFE’ GESTITO DA CESARIO MONTEFORTE. E LA FUGA DEL COGNATO DEL BOSS

La notte del 22 gennaio 2020, i residenti di viale Commenda vengono svegliati di soprassalto: “si registra un attentato dinamitardo ai danni del bar Crazy Cafè, gestito da Cesario Monteforte”, due minuti dopo le quattro. Anche in questo caso, l’azione viene ripresa dalle telecamere della zona: vengono acquisiti i filmati dell’istituto bancario Deutsche Bank. Ad agire è una sola persona che indossa “una tuta da lavoro di colore bianco con cappuccio e calzari”, altezza stimata di un metro e 80. Meno di un minuto dopo, ed è già in fuga.

“Quest’azione è certamente collegabile ai fatti che si sono verificati il 19 gennaio”, vale a dire ai colpi di pistola sparati in aria sotto casa di Lucia Monteforte. Già dalla mattina successiva Cesario Monteforte si rende irreperibile, “tant’è che non viene trovato dai fratelli Marco e Simone Sperti al bar Crazy Cafè, dove era solito passare le giornate”. Monteforte, secondo gli agenti della Mobile di Brindisi, è alla ricerca degli autori dell’attentato, “non tanto per scoprire il colpevole e ricambiare l’affronto, quanto per individuare quale dei gruppi mafiosi presenti sul territorio brindisino, si fosse schierato in aiuto della famiglia di Francesco Campana, dichiarando le ostilità contro Monteforte”.

Cosa fa Monteforte? Lascia la città e si nasconde. Trova rifugio a San Cataldo di Lecce e qui “organizza la fuga in provincia di Novara, nell’abitazione di un parente”. Viene intercettato mentre parla con la moglie e con un suo fedelissimo il quale “avrebbe pensato a dare una risposta, colpendo la famiglia Campana”. La notizia dell’attentato viene subito riferita da “radio carcere”: come mandante viene indicato Francesco Campana, sospetto che Monteforte non tace mentre parlava al telefono. I due, ormai, sono diventati nemici perché “Monteforte raccoglieva denaro, attraverso imposizioni, spendendo di fatto il nome del capo clan, ma guardandosi bene dal divere i proventi dell’attività illecita con la famiglia di Francesco Campana”.

Al telefono, per riferirsi all’attentato, Monteforte parla di luci di Natale. Inizia un giro di chiamate per capire se “è possibile giungere a una tregua” anche perché “chiari sono i riferimenti alla paura di ripercussioni nutrita da Monteforte per l’impossibilità di comprendere da quale parte possa giungere la minaccia, nella piena consapevolezza dei gruppi malavitosi legati da vincolo associativo a Francesco Campana che, attraverso tali frange, detiene il totale controllo del territorio sulla cittadina brindisina”.

Gli elementi raccolti, secondo il gip non sono sufficienti per imputare l’attentato ai danni del Crazy Cafè al nucleo familiare gravitante attorno a Francesco Campana, da intendere come i figli della compagna, Simone e Marco Sperti. Né a Giovani Donatiello. Mandante e autore materiale restano senza nome. Probabilmente ancora in libertà.

 

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Info sull'autore

Stefania De Cristofaro

Giornalista per passione e professione. Nata a Napoli, brindisina d'adozione, laurea in Scienze politiche e relazione internazionali all'Università del Salento

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