Pandemia e politica economica: come capirci

Cari lettori, specie quelli di Bari della mia gioventù, 

l’illustre amico Luigi Cazzato mi offre la possibilità di pubblicare uno stralcio, da lui edito e tradotto dall’inglese, di un mio saggio che esce negli USA. Lo ringrazio!

 

Di Darko Suvin (Professore Emerito McGill University di Montreal)

 

Questo del Covid 19, un fenomeno non solo virologico ma in buona parte sociopolitico che chiamo “coronizzazione”, può essere un buon momento per una riflessione sulle clamorose discriminazioni nel sistema capitalista nei confronti dell’enorme massa composta dai poveri, dalle donne, dalle “persone di colore”, e da tutti i lavoratori. Queste cosiddette “minoranze”, messe insieme, in realtà costituiscono la stragrande maggioranza, emarginata e divisa, della popolazione planetaria. Queste minoranze-maggioranza sono private di potere e di mezzi per una vita degna di essere vissuta. La più grossa catena che le tiene imprigionate è l’antico divide et impera: domina dividendo i dominati – nativi contro immigrati, uomini contro donne, eterosessuali contro omosessuali, eccetera. Essendo stato un rifugiato da ragazzo in Italia e molto più tardi un emigrato negli Stati Uniti e Canada, conosco bene la questione.

Uno dei nodi principali della coronizzazione è l’economia politica dei vaccini.

Le multinazionali farmaceutiche, si sa, sono grandi, ricche e potenti: il fatturato nel 2018 ha sfiorato i 42 miliardi di dollari (la metà del quale incassato in Nord America). Ancor prima del Covid 19 si prevedeva un aumento del fatturato del 225% nei successivi 8 anni. Una domanda sorge spontanea: se il genere del coronavirus era ben conosciuto con le epidemie SARS (2003) e MERS (2012-13), perché non ci sono ancora — o anzi perché non vi erano già! — vaccini pronti? Semplice. Produrre vaccini sicuri ed efficaci è molto costoso e non sempre remunerativo, se basta una dose per proteggere un individuo per una vita intera. Che prospettiva spaventosa per un affarista: non avere consumatori prigionieri per tutta la vita! Come disse Charles Fourier due secoli fa, viviamo in un mondo alla rovescia, dove il dottore deve sperare in “buone febbri”, il costruttore in “buoni incendi” e il prete in “buoni morti”. Dunque, si investirà solo in quei vaccini che saranno immediatamente fruttuosi; il resto è “bad business”. Una diecina di anni fa, le grosse ditte farmaceutiche rifiutarono di finanziare ogni ulteriore ricerca contro una nuova SARS (che si sapeva doveva venire fra X anni). Il capitalismo non può investire per più di un anno se non ha garanzie statali…

È probabile che un vaccino di massa sarà disponibile entro un anno o due dal gennaio 2020. Globalmente, miliardi di dosi dovrebbero essere prodotte e rese disponibili a tutti, in particolare nei paesi più poveri. Questo vorrebbe dire rimuovere le barriere delle leggi sulla proprietà intellettuale e tecnologica. Siccome i governi hanno investito già 10 miliardi di dollari per l’acquisto dei vaccini, e l’Economist londinese ritiene che la somma necessaria per la loro produzione sarà circa 100 miliardi di dollari, è difficile che il capitalismo possa frenare il suo appetito di profitti e i paesi più ricchi frenare la loro fame di potere. Poi, nessuno sa per quale percentuale di persone il virus sarà efficace, quante volte si dovrà somministrarlo (forse due), e così via. E se alcuni grandi Stati con capi demagogici che capiscono pochissimo di scienza si accaparreranno la maggior parte dei vaccini mondiali, lo daranno a tutti o solo alle nazioni obbedienti? Vedremo: spero di sbagliarmi… Ma non esistono bacchette magiche nella scienza. La vera bacchetta magica è la solidarietà umana.

Cosa possiamo imparare dunque dalla dura lezione del Covid 19 e della coronizzazione?

Possiamo imparare che bisogna mettere la solidarietà e il lavoro, la vita e la libertà davanti al profitto, il rispetto per il prossimo davanti all’individualismo o l’identità particolare (nazionale o di genere che sia). Possiamo soprattutto imparare che tutte le lotte che condividono questo orizzonte in tempi di pandemia avranno una chance di successo solo se si verificano alcune importanti precondizioni:

Primo: che vengano identificati chiaramente i flagelli biopolitici come il riscaldamento globale (che genera enormi profitti), la saltuaria ma incessante guerra globale (che genera enormi profitti e li protegge politicamente), epidemie di massa, future guerre per l’acqua (già in corso in Amazzonia e Palestina/Israele), ecc. E che venga almeno seriamente discusso il nodo causale dei rapporti di potere che li permettono o anzi li generano;  

Secondo: che una massa critica di persone, benché piccola all’inizio, riesca ad avere ampio accesso all’opinione pubblica e sappia influenzare e piegare i poteri politici nazionali e internazionali;

Terzo: che, da quello che abbiamo imparato negli ultimi 150 anni, la sola possibile leva per un cambiamento radicale è un nucleo operativo di persone impegnate, che possano agire seguendo la migliore evidenza cognitiva, verificata storicamente, ri-verificata e verificabile ad ogni passo, e che siano internazionalmente solidali con i lavoratori;

Quarto: che sia riconsiderato il ruolo dello Stato. Paesi con istituzioni statali più forti (come la Cina) sono riusciti ad affrontare la pandemia con più efficienza. È oramai chiaro il fallimento dell’insana politica “neoliberale” dei sistemi sanitari in buona parte — o perlopiù — privatizzati, che spesso offrono valida assistenza sanitaria solo a chi se lo può permettere. Però lo Stato in cooperazione con, e spesso in rapporto di sudditanza rispetto a, le grandi corporazioni capitaliste sarà sempre tentato di usare poteri crescenti e tecniche ipermoderne per una sorveglianza capillare su tutti noi. Dobbiamo dunque imparare ad usare lo Stato senza avere troppa fiducia in esso.

 

Ho tradotto con piacere Darko Suvin, che mi ha riportato ai tempi degli studi giovanili sul romanzo fantascientifico, di cui l’intellettuale ex-iugoslavo è il maestro indiscusso. Non è un caso che lo studioso di utopie e distopie si preoccupi del futuro che ci attende. La Bari della gioventù, cui si riferisce è, invece, quella del passato, quando nell’immediato dopoguerra Suvin si trovò profugo e ospite della città in cui fu firmato l’armistizio. 

Di Luigi Cazzato (Professore Ordinario di Letteratura Inglese e Direttore del Master in Giornalismo dell’Università di Bari)

Foto: Uros Abram

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