Petruzzelli: un Elisir di buon auspicio

di Fernando Greco
(foto di Clarissa Lapolla)

Correva l’anno 1955 quando dal palcoscenico del Petruzzelli il memorabile Nemorino di Tito Schipa commosse per l’ultima volta il pubblico: il grande tenore scelse di dare l’addio alle scene proprio con “L’elisir d’amore”, l’opera che forse gli aveva dato maggior soddisfazione durante la sua luminosa carriera. E “L’elisir d’amore” è stato il titolo con cui il Petruzzelli ha riaperto i battenti dopo il fatidico lockdown, primo teatro italiano a ripartire coraggiosamente con una programmazione al chiuso, pur nel rispetto di tutte le norme di sicurezza.

Il sempiterno fascino della giovinezza
A quasi due secoli dalla sua creazione, “L’elisir d’amore” mantiene intatta un’innata freschezza. Se il canovaccio dell’opera rispecchia apparentemente i canoni del genere buffo settecentesco, compreso un palese riferimento alle maschere della Commedia dell’Arte, il lirismo infuso dal tessuto musicale è già Romanticismo vissuto con tutta l’ingenuità e la forza della prima “cotta” adolescenziale. Per tali motivi l’Elisir rimane per eccellenza l’opera della giovinezza, contrapposta al “Don Pasquale”, l’altro capolavoro buffo di Gaetano Donizetti (1797 – 1848), che invece rappresenta l’autoironica constatazione del decadimento.
A Bari l’atmosfera di patetico lirismo insita nella partitura è stata valorizzata dall’ambientazione circense filtrata attraverso il ciclo di dipinti di Fernando Botero intitolato appunto “El Circo” che ha costituito la scenografia dell’allestimento curato dal regista Victor Garcìa Sierra. Si tratta della nona ripresa di una messa in scena che non ha mai mancato di emozionare il pubblico fin dal suo esordio (a Busseto nel 2014) e poi in successive tappe nazionali e internazionali (Palermo, Trieste, Lima, Las Palmas) e che anche a Bari ha riproposto delicate corrispondenze tra il circo e la trama donizettiana poiché, come l’Elisir, anche il circo è per eccellenza il luogo in cui sorriso e pianto convivono in una mirabile alchimia. A ciò aggiungasi l’affettuosa ingenuità delle figure di Botero, replicata dai coloratissimi costumi di Marco Guion, che hanno trovato riscontro nel carattere dei personaggi dell’opera: così il tenero Nemorino vestiva i panni del clown della compagnia, mentre lo spocchioso Belcore era il domatore di leoni.
Il resto è stato compiuto da una musica la cui palpitante umanità è stata resa in maniera tangibile dall’ottima Orchestra del Petruzzelli diretta da Michele Spotti, musicista che, nonostante la giovane età, negli ultimi anni è divenuto una garanzia in ambito operistico, peraltro in simbiosi sempre più interessante con l’Orchestra del Petruzzelli (strepitosa l’esecuzione del Borghese Gentiluomo di Richard Strauss in seno al recente Festival della Valle d’Itria). In assoluta sintonia con le intenzioni sceniche e musicali il Coro del Petruzzelli istruito da Fabrizio Cassi.

Il Nemorino Pierrot
Il cast dei solisti ha dimostrato singolare affiatamento e una perfetta adesione ai dettami della messa in scena, a cominciare dal tenore peruviano Ivan Ayon Rivas nei panni di Nemorino. Si sa, l’Elisir è spesso ricordato come “l’opera della Furtiva Lagrima” non solo per la struggente bellezza di questa pagina, ma anche perché tocca a Nemorino commuovere il pubblico con la sua fresca dabbenaggine e il suo giovanile ardore, doti sceniche profuse in abbondanza da un interprete del tutto pervaso dal personaggio, sorretto da una vocalità luminosa e del tutto a proprio agio nelle agilità e nel registro acuto. Toccante la sua Furtiva Lagrima eseguita in abito da clown, mentre sul buio della scena svettava il suo alter ego boteriano. Adina è personaggio psicologicamente complesso, dal momento che all’inizio dell’opera si presenta come una donna sicura di sé, civettuola e poco avvezza a sentimentalismi, mentre alla fine cederà a Nemorino, apprendendo da lui il valore dell’amore autentico: impagabile il soprano Marigona Qerkezi (già Lucia di Lammermoor al Petruzzelli nel 2017) nel rendere la varietà espressiva insita nel canovaccio e nella partitura, grazie a un timbro vocale di velluto, dalle sonorità importanti e squisitamente liriche.
Nel personaggio di Dulcamara è facile individuare i tratti tipici del Dottore così come viene rappresentato nella Commedia dell’Arte, ovvero l’imbonitore saccente e ciarlatano, la cui cifra stilistica attinge direttamente alla maniera rossiniana, a partire dal celebre sillabato con cui fa il suo ingresso in scena. Tali elementi sono stati compiutamente evidenziati dal baritono Fabio Capitanucci, che ha fatto così il suo debutto al Petruzzelli avendo alle spalle una ventennale carriera trascorsa nei più importanti teatri del mondo e un repertorio che non ha mai escluso il cesello virtuosistico di titoli quali “Barbiere di Siviglia” o “Viaggio a Reims” accanto al lirismo di “Bohème” o “Les Troyens”, solo per citarne alcuni. A Bari l’esperienza belcantistica gli ha permesso di affrontare il ruolo di Dulcamara con buongusto e un’efficacia scenico – vocale derivante da una meticolosa attenzione nei confronti del solfeggio e della dizione, qualità con cui ha disegnato un personaggio buffo sì, ma elegante e mai caricaturale. E’ pur vero che la sua corda baritonale, più brillante e più chiara rispetto a quella di basso buffo prevista dalla partitura, si differenziava poco da quella di Belcore, ruolo già affrontato molte volte dallo stesso cantante.
E’ facile riconoscere nel personaggio di Belcore l’epigono del “Miles Gloriosus” di Plauto, quel militare goffo nella sua spacconeria che nella Commedia dell’Arte aveva assunto il nome di Capitan Fracassa o Capitan Spaventa, che nel “circo” barese è diventato il domatore di bestie feroci, un domatore che però non riesce a spaventare nessuno, sia poiché le bestie sono di pelouche sia poiché ha l’aspetto “buono” del baritono leccese Vittorio Prato, non inferiore a Capitanucci in quanto a rigore stilistico, nonché dotato di un timbro vocale sempre omogeneo e gradevole e di un’accattivante nonchalance scenica. Molto esilaranti, nell’ultima scena dell’opera, le inutili avances che egli muove a un’irremovibile e irresistibile Giannetta, ovvero il bravo soprano Rinako Hara.

La stagione lirica del Petruzzelli continuerà il 9 ottobre con “Falstaff”, l’ultimo capolavoro di Giuseppe Verdi. Dettagli sul sito www.fondazionepetruzzelli.it

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Info sull'autore

Fernando Greco

Pediatra di professione, si è laureato con lode in Medicina e Chirurgia e si è specializzato con lode in Pediatria e Neonatologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Roma. Dal 2000 lavora in qualità di Dirigente Medico nell’Unità Materno-Infantile dell’ospedale “Cardinale G. Panico” di Tricase. Fin dalla più tenera età si diletta nel coltivare un’innata passione musicale. Negli anni Novanta ha fatto parte del coro “Nostra Signora di Guadalupe” di Roma diretto dal contralto Stella Salvati, sia in veste di corista sia di solista. Dal 2001 studia pianoforte con la prof.ssa Irene Scardia. In qualità di basso-baritono, cura il repertorio vocale con il maestro Michele D’Elia. Collabora con il magazine online “Il Tacco d’Italia” ed è accreditato come critico musicale per la Stagione Sinfonica della OLES, la compagnia “Balletto del Sud”, la Fondazione Petruzzelli di Bari, il Festival della Valle d’Itria di Martina Franca. Viene spesso invitato a far parte di giurie e commissioni di concorsi e manifestazioni musicali.

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