Mafia nella Bat, omicidi per la gestione del mercato della droga

DOSSIER/10 Faide in atto ad Andria e Trinitapoli: la ricostruzione delle rivalità nella relazione Dia sul secondo semestre 2019. Rapine e assalti ai portavalori rappresentano le attività più proficue per le organizzazioni criminali. Fra i settori a rischio di infiltrazioni, agro-alimentare, pesca, ristorazione, strutture turistico-ricettive e aste giudiziarie

 

di Stefania De Cristofaro

 

BARLETTA-ANDRIA-TRANI- Gruppi mafiosi indigeni e delle province vicine, Bari e Foggia: nella Bat (Barletta-Andria-Trani), la sesta provincia della Puglia, c’è un concentrato di “dinamici e complessi fenomeni che vedono coinvolta una malavita comune, italiana e straniera”. Un mix pericoloso, sullo sfondo del quale sono in atto contrasti armati per la gestione del mercato della droga che hanno lasciato diversi cadaveri sulle strade di Andria e Trinitapoli. Morti ammazzati a colpi di pistola e mitra in pieno giorno, a due passi dalle ville comunali.

LA BAT NELLA RELAZIONE DIA PER IL SECONDO SEMESTRE 2019: EQUILIBRI INSTABILI

Nella relazione sull’attività posta in essere dalla Dia, nel secondo semestre del 2019, lo scenario criminale relativo alla Bat viene descritto in termini di “equilibri instabili” perché “l’autonomia dei locali clan storici, impegnati nel controllo delle tradizionali attività illecite come estorsioni, droga, usura e contraffazioni, deve necessariamente coniugarsi con gli interessi e l’influenza delle consorterie foggiane e baresi”.

Gli interessi dei gruppi di stampo mafioso del Barese nella Bat sono emersi nel corso di diverse indagini. Tra queste, l’inchiesta che il 24 luglio 2019 ha portato all’arresto di due persone per l’omicidio di Girolamo Valente, 57 anni, avvenuto a Bisceglie la mattina dell’8 agosto 2017: il fatto di sangue – stando a quanto si legge nel dossier Dia – è da “collegare a contrasti insorti per questioni legate al controllo del mercato della droga”. Valente venne freddato mentre era in auto, assieme alla moglie, rimasta ferita. Nella ricostruzione dell’accusa, la sua eliminazione è stata organizzata per “agevolare il clan barese Capriati, al quale appartenevano tanto gli esecutori materiali che la stessa vittima”. L’8 agosto successivo il Tribunale del Riesame ha rivisto l’impostazione della Procura, annullando l’ordinanza di custodia cautelare in carcere nella parte relativa alle responsabilità attribuite al capo clan Capriati, come mandante dell’omicidio, ritenendo non “sufficientemente riscontrate le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia”. Ciò che comunque resta significativo, con riferimento all’omicidio, è il “ruolo di primo piano assunto dai referenti del clan barese sulla piazza di Bisceglie”. Con le imposizioni nei confronti degli affiliati per pretendere il rispetto della gerarchia anche fuori dalla città di Bari.

La criminalità barlettana interagisce con le cosche cerignolane e con la mafia garganica nel settore degli stupefacenti, così come è emerso nell’operazione chiamata Gargano che, l’8 agosto 2019, è sfociata in una serie di arresti. Al vertice del sodalizio di Barletta, proveniente dalle fila del clan Lattanzio, un “pregiudicato, il quale scarcerato a settembre 2015, aveva sviluppato un’autonoma attività di spaccio smistandolo in tutta la cittadina, grazie a una rete di collaboratori gestiti dalla moglie e dal genero, nel periodo della sua detenzione”. Sono stati documentati i rapporti con un appartenente al clan Li Bergolis, ucciso ad Amsterdam nell’ottobre 2017.

Emblematica è stata definita l’operazione condotta dalla Polizia di Stato il 14 ottobre 2019 a Barletta, a Trani e un Albania, nei confronti di persone accusate di essere componenti di un’associazione dedita al traffico di droga, eroina, cocaina e marijuana, fra l’Italia e il Paese delle Aquile. Ruolo di spicco è stato contestato a “un imprenditore di Barletta, operante nel settore manifatturiero, considerato il promotore del gruppo, elemento di collegamento fra il territorio nazionale e quello albanese, nonché reclutatore di corrieri per il trasporto degli stupefacenti”. La droga era destinata alla Sicilia e alla Calabria e, in parte, anche a Malta.

AD ANDRIA ROTTURA DEGLI ASSETTI CRIMINALI: DUE OMICIDI NELL’ARCO DI UN MESE

Nel comune di Andria operano i clan ex Pastore-Campanale, Pistillo-Pesce, Griner e Capogna e la criminalità autoctona ha sviluppato capacità di modulare le proprie strategie in funzione di interessi contingenti, privilegiando in genere i rapporti con la malavita cerignolana, la cui influenza nella zona è quella più significativa. Interessanti sono gli esiti dell’attività investigativa imperniata sul rinvenimento di tracce biologiche e Dna, a conclusione della quale i carabinieri di Cerignola hanno arrestato un pregiudicato di Andria, collegato alla criminalità cerignolana. L’uomo è stato ritenuto uno dei componenti del commando composto da almeno dieci persone che, nel febbraio 2016, misero in atto un assalto con modalità paramilitare a un portavalori: incendio di alcuni mezzi pesanti per bloccare il furgone e poi esplosione di una raffica di colpi di Kalashnikov.

In tale contesto, “una figura emergente è quella del figlio del capoclan Capogna, il cui spessore si è evidenziato in contesti che hanno riguardato anche la provincia di Foggia e la Valle d’Ofanto, a conferma della politica di espansione realizzata dal gruppo”. E’ in questo ambito che, nella relazione Dia, viene contestualizzato l’omicidio del patriarca dei Capogna, avvenuto ad Andria il 25 luglio 2019: Vito Capogna, 62 anni, venne ucciso a poca distanza dalla sua abitazione, freddato da tre colpi di pistola calibro 7,65 sparati da un sicario a bordo di un’auto guidata da un complice. Il movente è da individuare nell’esigenza della fazione opposta dei Pesce-Pistillo, di contenerne la crescita.

Significativo il fatto che l’omicidio è avvenuto a distanza di un mese da quello del fratello del boss del clan Griner, al quale il boss dei Capogna era vicino. Il 24 giugno 2019 venne ucciso Vito Griner, fratello di Filippo, 40, mentre era a poca distanza dalla villa comunale di Andria. Griner era rimasto ai domiciliari sino al 30 aprile 2019. Il fratello Filippo, già condannato per associazione di stampo mafioso, “è affiliato alla criminalità organizzata foggiana direttamente da uno dei capi indiscussi della Sacra Corona Unita, Salvatore Rizzi, durante un comune periodo di detenzione nel carcere di Trani”. Secondo gli inquirenti, il boss dei Griner stava riorganizzando la gestione del mercato della droga, estendendosi in zone già controllate da altri ai danni, in particolare, del clan Pesce.

I due omicidi “costituiscono la conferma di come nella città di Andria si sia giunti a un punto di rottura degli assetti criminali”.

Tanto che, sempre stando alla lettura degli inquirenti, così come è stata riportata nella relazione Dia, il “capo del clan Capogna, temendo per la propria incolumità, dopo un primo trasferimento in Lombardia, si è rifugiato insieme al fratello a Tortoreto”, località in provincia di Teramo, dove entrambi sono stati arrestati dai carabinieri il 25 novembre 2019 perché trovati in possesso di pistola con relativo munizionamento.

LA FAIDA A TRINITAPOLI IN ATTO DALL’INIZIO 2019: DUE OMICIDI IN TRE MESI

Questa situazione può avere ripercussioni nei comuni della Valle dell’Ofanto, San Ferdinando di Puglia, Trinitapoli e Margherita di Savoia, dove ci sono sinergie con i clan della società foggiana e della mafia garganica. Territorio segnato di recente dalla faida di Trinitapoli, iniziata nel 2019, all’indomani della scarcerazione del capo clan Carbone-Gallone, gruppo contrapposto al clan Miccoli-De Rosa. Ci sono stati gli omicidi dei rispettivi elementi di vertice: il 20 gennaio 2019 venne colpito il clan Miccoli-De Rosa e il 14 aprile il clan Carbone-Gallone. L’escalation è stata bloccata con il blitz Nemesi che il 7 giugno 2019 ha portato a otto arresti eseguiti dagli uomini dell’Arma.

Nella faida va contestualizzato l’agguato del 26 aprile 2019 ai danni di un esponente storico della criminalità locale, rimasto gravemente ferito. Si tratta di “una figura da sempre legata alla mafia cerignolana ed elemento di racconto tra questa e quella del Nord-barese, a capo di un gruppo attivo del traffico di droga, estorsione, armi e riciclaggio”.

Anche nelle città di Canosa di Puglia e San Ferdinando di Puglia è evidente l’influenza della mafia cerignolana: i gruppi locali ne hanno importato i modelli operativi, ponendosi come suoi interlocutori pressi i sodalizi andriesi, barlettani e della provincia di Bari.

A TRANI OMICIDIO MATURATO ANCHE PER LA CONTESA DEL MERCATO DEL PESCE

A Trani permane uno stato di estrema fluidità sul quale incidono diversi fattori: da un lato, la presenza di figure storiche che restano punti di riferimento per le giovani leve, dall’altro l’influenza delle organizzazioni criminali provenienti dalle aree limitrofe, alla ricerca di nuove sinergie, nonché i tentativi da parte di nuovi gruppi di occupare vuoti di potere determinati dalle attività di contrasto.

Un riscontro emerge dalla sentenza del 13 dicembre 2019 emessa dalla Corte di Assise di Trani, per l’omicidio di Francesco Di Leo, 39 anni, gestore di una pescheria a San Ferdinando. I giudici popolari e togati hanno condannato all’ergastolo l’unico imputato, Antonio Rizzi, 41 anni, di Trani, riconoscendo le aggravanti della premeditazione e del metodo mafioso. Di Leo venne ucciso a Barletta il 3 luglio 2016: stando alle indagini dei carabinieri, il sicario sbagliò bersaglio perché la vittima doveva essere un altro pregiudicato, operante nel settore del commercio di prodotti ittici ed esponente del clan Lattanzio di Barletta, con il quale era in atto una contesa per il controllo del mercato del pesce. A supportare l’impianto accusatorio, le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia.

Le rapine e gli assalti ai portavalori rappresentano le attività più proficue per le organizzazioni criminali, sia perché consentono una rapida e cospicua disponibilità di denaro, sia per il carisma criminale che tali condotte conferiscono agli esecutori. In tale ambito, la criminalità comune si pone in un rapporto di complementarità rispetto a quella organizzata, di cui rispecchia le caratteristiche di efferatezza e pendolarità.

 

SETTORI A RISCHIO DI INFILTRAZIONE: AGRO-ALIMENTARE, PESCA, RISTORAZIONE E TURISMO

A maggior rischio di infiltrazione, anche nella Bat risultano i settori delle filiere agro-alimentare e pesca, turistico-alberghiero e ristorazione nonché delle aste giudiziarie.

Per quanto attiene, infine, alle attività di aggressione dei patrimoni riconducibili a organizzazioni mafiose, il Tribunale di Bari ha accolto la proposta del direttore della Dia e ha disposto il sequestro di beni per un valore di quasi due milioni di euro riferibile a un pregiudicato coinvolto, sin dagli inizi degli anni Novanta, in furti agli sportelli bancomat e arrestato l’ultima volta a giugno 2018 nell’operazione Odissea bancomat. L’effrazione dei distributori automatici avveniva usando materiale esplosivo.

Leggi anche:

DOSSIER/1 Covid 19, rischio di infezione mafiosa: arricchimento come nel contesto post-bellico e ricerca consenso elettorale 

DOSSIER/2 Infiltrazioni mafiose, in Puglia sciolti otto Comuni nel 2019: dal Gargano al Salento

DOSSIER/3 Mafia in Puglia, anche questione di famiglia: minorenni negli organici dei clan e donne vicarie dei mariti. Armi nei cimiteri

DOSSIER/4 Mafia in Puglia, nuovo business nel comparto agro-alimentare: vino e olio

DOSSIER/5 Mafia a Brindisi e provincia, Sacra corona unita di seconda generazione: “Scalpitante e violenta”

DOSSIER/6 Mafia nel Salento da modalità gangsteristiche a imprenditoriali: virus corruzione potente

DOSSIER/7 Mafia, a Taranto resistono i clan storici: egemonia verticistica, droga e usura

DOSSIER/8 Mafia, a Bari struttura presa in prestito dalla Camorra e capacità militare

DOSSIER/9 Foggia, Gargano e Tavoliere, la mappa dei gruppi mafiosi: omicidi, droga e infiltrazioni nei Comuni

 

Sostieni il Tacco d’Italia!

Abbiamo bisogno dei nostri lettori per continuare a pubblicare le inchieste.

Le inchieste giornalistiche costano.
Occorre molto tempo per indagare, per crearsi una rete di fonti autorevoli, per verificare documenti e testimonianze, per scrivere e riscrivere gli articoli.
E quando si pubblica, si perdono inserzionisti invece che acquistarne e, troppo spesso, ci si deve difendere da querele temerarie e intimidazioni di ogni genere.
Per questo, cara lettrice, caro lettore, mi rivolgo a te e ti chiedo di sostenere il Tacco d’Italia!
Vogliamo continuare a offrire un’informazione indipendente che, ora più che mai, è necessaria come l’ossigeno. In questo periodo di crisi globale abbiamo infatti deciso di non retrocedere e di non sospendere la nostra attività di indagine, continuando a svolgere un servizio pubblico sicuramente scomodo ma necessario per il bene comune.

Grazie
Marilù Mastrogiovanni

SOSTIENICI ADESSO CON PAYPAL

------

O TRAMITE L'IBAN

IT43I0526204000CC0021181120

------

Oppure aderisci al nostro crowdfunding

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Info sull'autore

Stefania De Cristofaro

Giornalista per passione e professione. Nata a Napoli, brindisina d'adozione, laurea in Scienze politiche e relazione internazionali all'Università del Salento

Articoli correlati

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!