Ragazzo del sud. Ragazzo d’oro.

La storia di un ragazzo che conquistò il mondo senza avere alcun mezzo. La storia di un ragazzo del sud che, come tutti i ragazzi del sud, ha bisogno di dimostrare due volte il suo valore. Perché riuscire a competere senza mezzi è difficile. Ma rende più forti.

 

Mosca, 28 luglio 1980, 40 anni fa. Un velocista bianco vince la medaglia d’oro dei 200 metri piani alle olimpiadi. Pietro Paolo Mennea. Ultimo velocista bianco a vincere un’olimpiade. A parte il greco Kōnstantinos Kenterīs vincitore dei 200 a Sidney 2000, ma che poi si scoprì essere dopato. A settembre dell’anno precedente Mennea aveva stabilito il record del mondo sempre dei 200 metri. E l’articolo determinativo resterà per sempre accanto a quella impresa. 19 secondi e 72 centesimi, per un record che resisterà 17 anni come nessun altro nella storia della disciplina. Battuto solo da Michael Johnson alle olimpiadi di Atlanta nel 1996. Ancora oggi, nessun uomo europeo è riuscito a correre più veloce di Mennea. E sono passati 41 anni!

Dopo quella strepitosa corsa di Città del Messico nel 1979 dichiarò: “Oggi un ragazzo del sud, senza pista, ha fatto il record del mondo”. Quando lui o il suo allenatore raccontavano i suoi programmi di allenamento durante qualche conferenza, nessuno riusciva a credere che un uomo potesse reggere tali carichi di lavoro. Lui li reggeva. E bevendo solo acqua naturale, nemmeno gassata, perché il suo preparatore, il mitico professore Vittori, non voleva. A Mosca ’80 non doveva nemmeno andarci, per il boicottaggio contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Ebbe quasi una crisi isterica quando, prima della finale, sorteggiarono le corsie e a lui toccò la ottava, la più esterna. Non si vince partendo in quella corsia. E infatti non corse per metà della gara. All’ingresso del rettilineo finale era penultimo. Lontano dai favoriti, il britannico Wells ed il jamaicano Quarrie. Li raggiunse e li passò dando vita a quella che la stampa britannica ha definito la più emozionante rimonta della storia dello sport.

I formidabili atleti americani non erano a Mosca, sempre a causa del boicotaggio. Lui li battè tutti ripetutamente nei meeting successivi alle olimpiadi. Per suggellare il suo primato. Con una ferocia agonistica che non lasciava scampo. A rivedere le sue corse oggi quei risultati sembrano impossibili. Un oro e due bronzi olimpici. Unico atleta della storia ad essersi qualificato per una finale dei 200 metri in quattro olimpiadi diverse. Un bronzo e un argento ai campionati mondiali che, è bene ricordare, vennero istituiti solo nel 1983 quando Mennea era a fine carriera. Tre ori, due argenti e un bronzo europei. E una miriade di altri titoli tra universiadi, giochi del Mediterraneo e campionati italiani. Questi risultati sembrano impossibili per un atleta bianco alto solo un metro e ottanta centimetri che sfidava i giganti neri della velocità mondiale. Madre Natura non lo aveva dotato di grande fisico. Ma la sua grinta, il suo coraggio, la capacità di soffrire e la sua fame lo facevano essere il più forte.

Cinque lauree, una carriera extra sportiva che lo ha portato ad essere avvocato, europarlamentare, docente universitario. Non cercava la simpatia del pubblico. Non elemosinava visibilità e non si prostrava ai piedi dei potenti della politica sportiva. Correva. Sin da quando a Barletta, giovane adolescente, sfidava e batteva Porsche e Alfa Romeo sui 50 metri e con i soldi guadagnati si comprava un panino e il biglietto per il cinema.

E’ tutta qui la storia di Pietro Paolo. Ragazzo del sud, senza pista. Che, come tutti i ragazzi del sud, ha bisogno di dimostrare due volte il suo valore. Perché riuscire a competere senza mezzi è difficile. Ma rende più forti. Come molti ragazzi pugliesi di talento, non accettava facilmente i compromessi: Giuseppe Di Vittorio, Aldo Moro, don Tonino Bello, solo per citarne alcuni. Una volta lo presentarono a Cassius Clay come l’uomo più veloce del mondo. Il pugile stupito gli disse: “Ma tu sei bianco” e Menna rispose: “Si, ma sono nero dentro”.

In un’intervista prima di morire raccontò: “Ogni tanto c’è qualcuno nel parco che mi chiede: e tu che fai? Vorrei avere abbastanza fiato per rispondere: ho già fatto. 5482 giorni di allenamento, 528 gare, un oro e due bronzi olimpici, più il resto che è tanto. A 60 anni non ho rimpianti Rifarei tutto, anzi di più. E mi allenerei otto ore al giorno. La fatica non è mai sprecata. Soffri, ma sogni”.

Campione come pochi al mondo. Ragazzo del sud, senza pista. Che soffre, ma sogna. Che ancora corre. Che ancora regala emozioni. Grazie.

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Info sull'autore

Francesco Ria

Ricercatore in una prestigiosa Università americana. Come il sottomarino sovietico di "Caccia a Ottobre Rosso" usa cambiare improvvisamente e senza motivo direzione. Di solito polemico solo per passare il tempo.

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