Mafia in Puglia, anche questione di famiglia: minorenni negli organici dei clan e donne vicarie dei mariti. Armi nei cimiteri

DOSSIER/3 Nella relazione Dia, secondo semestre 2019, la descrizione della criminalità giovanile: “Salto di qualità nelle modalità d’impiego delle giovani leve, con l’iniziazione di ragazzini alle rapine”. Mai recisi i legami con i boss storici: contatti con gli eredi e con le compagne non solo tramite pizzini, ora ci sono mini cellulari recapitati in cella nei pacchi alimentari. Nella regione è presente il maggior numero di articolazioni della Direzione investigativa antimafia, dopo la Sicilia

Di Stefania De Cristofaro

 

BARI – Minorenni per lo Stato, ma non per la mafia che attraverso il reclutamento di ragazzini allarga la propria base, mantiene la sua forza nel territorio e continua a vivere nonostante gli arresti da un lato e i tradimenti interni dall’altro. Blitz e pentimenti non sono ancora riusciti a estirpare il cancro mafioso che si nutre di giovani leve e può contare sul supporto delle donne, pronte a raccogliere il testimone dei compagni finiti in cella, come facenti funzioni se non addirittura reggenti, sempre nel rispetto degli ordini impartiti dagli uomini. Perché è impossibile o, quanto meno difficile, riuscire a sottrarsi ai tentacoli mafiosi della famiglia. I casi di chi si oppone dicendo “no” ci sono, ma sono ancora pochi.

Troppo esigui rispetto alla realtà, quando la mafia è una questione di famiglia e i legami, sotto forma di affiliazione, vengono tramandati di padre in figlio.

 

LA CRIMINALITA’ GIOVANILE: ADOLESCENTI AVVIATI ALLE RAPINE

Sulla criminalità giovanile, la relazione sull’attività posta in essere dalla Direzione investigativa antimafia, nel secondo semestre 2019, contiene una riflessione in termini di criticità con invito ad attivare tutte le iniziative utili a combattere il fenomeno. Fenomeno “riscontrabile in tutte le macro aree pugliesi”: qui dal Salento, il tacco d’Italia, risalendo lungo la Murgia barese per arrivare al  Gargano, “si assiste alla cooptazione anche di minori per incrementare gli organici dei clan” e si registra “un salto di qualità nelle modalità d’impiego delle giovani leve”.

“In particolare, è confermata l’iniziazione, anche in età minorile, di quei soggetti il cui legame con la criminalità organizzata nasce direttamente nei contesti familiari”. Il caso riportato nella relazione Dia è quello di “alcuni rampolli del clan Strisciuglio di Bari”, considerato il gruppo egemone nel quartiere libertà del capoluogo pugliese. Per la particolare valenza sotto il profilo fenomenologico, “risultano emblematiche le valutazioni contenute in due ordinanze di custodia cautelare eseguite dalla Polizia, una a giugno e l’latra a luglio 2019 a Bitonto, nei confronti di due appartenenti al clan Cipriano, ritenuti responsabili di alcune rapine compiute in una parafarmacia e un supermercato a ottobre e novembre dell’anno precedente”. Sono state definite “interessanti” le motivazioni del giudice per le indagini preliminari del Tribunale dei minori a fondamento della decisione di sottoporre il ragazzo non ancora maggiorenne alla misura cautelare in carcere e non, invece, ai domiciliari, per il “contesto familiare dell’indagato”. Questa è la motivazione del gip: “Quanto alla misura domiciliare, è appena il caso di ricordare che il minore proviene da un contesto familiare notoriamente dedito ad attività criminali e gravato da numerosi precedenti penali, a cominciare dal padre”. Il genitore del minore, infatti, era in carcere. “In un siffatto contesto, in cui è proprio la famiglia ad alimentare, quanto meno attraverso l’esempio, i propositi criminosi del ragazzo tanto che quest’ultimo è partito per la prima rapina proprio dall’abitazione familiare, sarebbe irragionevole ipotizzare che la stessa sia in grado di contribuire all’osservanza del regime domiciliare da parte del congiunto”.

Va ricordato che nella “Relazione sull’amministrazione della giustizia, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2019, è stato ribadito che “l’intervento degli uffici giudiziari minorili è essenzialmente finalizzato a prevenire, laddove possibile, l’ingresso di un adolescente nel circuito penale e, allorquando già avvenuto, a favorirne l’agevole estromissione, il recupero e il reinserimento sociale”.

Con favore, inoltre, “devono essere guardate le misure alternative a tutte le misure di espiazione, come l’affidamento in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare con lavoro esterno, che in attuazione di un progetto di recupero, consentono un ritorno del minore alla socialità, evitando le recidive”.

LE DONNE DEL CLAN E IL RUOLO DI VICARIE DEI MARITI ARRESTATI

Parallelamente all’ingresso delle giovani leve, restano e resistono i vecchi “boss”, quelli storici. Nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto i clan egemoni, in una fase di relativo equilibrio per effetto della cosiddetta pax mafiosa, sembrano non aver mai reciso con i nomi di uomini la cui autorevolezza, nonostante i lunghi periodi di detenzione, continua a in qualche modo ad aleggiare sul territorio, anche attraverso gli eredi e le donne dei clan. Sono le mogli, le fidanzate e le compagne a subentrare agli uomini, a portare all’esterno del carcere gli ordini dei capi a controllare che quelle disposizioni vengano attuate e a tenere la contabilità degli affari, sempre su indicazione degli uomini.

Quest’ultima considerazione offre lo spunto per rilevare, a livello generale nella regione Puglia, le perduranti criticità connesse al fatto che i “boss, durante i periodi di detenzione, riescano a comunicare con l’esterno, continuando a essere informati su ciò che accade nel proprio territorio, ma soprattutto come osservato anche a proposito dei sodalizi baresi, a imporre le proprie strategie negli equilibri tra i clan e nella politica economica criminale”.

I CONTATTI FRA I BOSS IN CELLA E L’ESTERNO: MICRO TELEFONINI NASCOSTI NELLA CARNE

“I contatti avvengono attraverso l’uso delle classiche “sfoglie” e dei “pizzini”, veicolati tramite i detenuti ai quali vengono concessi permessi premio o programmi alternativi”. Non solo. Negli ultimi tempi, così come è stato segnalato dalla polizia penitenziaria, è “notevolmente incrementato l’uso dei telefoni cellulari, illecitamente introdotti durante le visite dei familiari” oppure fatti arrivare in carcere nei pacchi destinati ai detenuti, molto spesso nascosti all’interno degli alimenti. L’ultimo sequestro di telefoni cellulari di piccole dimensioni è avvenuto nel carcere di Benevento: erano nascosti nella carne.

Perquisizioni sono state eseguite anche nelle carceri di Bellizzi Irpino, in provincia di Avellino, e di Foggia, e sono stati

“trovati numerosi mini telefoni e diversi smartphone, attivati utilizzati soprattutto nelle ore notturne, con schede intestate a soggetti prestanome”.

IN PUGLIA IL MAGGIOR NUMERO DI ARTICOLAZIONI DELLA DIA DOPO LA SICILIA

La mafia foggiana è quella che ad oggi ha segni di maggiore aggressività: “Il fenomeno mafioso ha manifestato le forme più acute di violenza”, si legge nella relazione Dia. A destare preoccupazione è il “racket estorsivo, culminato nel mese di dicembre 2019, in una serie di gravi atti intimidatori ai quali hanno risposto le forze di polizia”. Il ministero dell’Interno ha disposto l’invio di “contingenti straordinari di personale”. Dall’inizio del 2020, sono arrivati in Capitanata 91 operatori di polizia, stando a quanto reso noto il 27 gennaio scorso. Fra le iniziative adottate, particolarmente significativa è stata l’attivazione della sezione operativa della Dia di Foggia, inaugurata il 15 febbraio 2020.

“La Puglia è la regione, dopo la Sicilia, in cui è presente il maggior numero di articolazioni della Direzione investigativa antimafia”.

EVOLUZIONE DEL RACKET: DALL’ESTORSIONE TRADIZIONALE A QUELLA AMBIENTALE

Sul piano generale, quello dauno è un “ambiente criminale complesso, in cui una più evoluta mafia degli affari va a coniugarsi con i familismo tipico dei clan foggiani, dove è evidente l’incapacità di darsi una configurazione gerarchica condivisa, con qualche eccezione per la mafia cerignolana, e con la propensione mutuata dal mondo agro-pastorale e dalla camorra cutoliana, a garantire con particolare efferatezza, il rispetto nei rapporti interni fra le diverse organizzazioni criminali”. Non si esclude che la “più intenza aggressività dimostrata nel periodo” del secondo semestre 2019, si “possa ricondurre proprio all’esigenza di ristabilire gli equilibri di forza da parte di quei gruppi maggiormente destabilizzati, sia sul piano operativo che decisionale, dai numerosi arresti”. Ai quali si aggiungono i provvedimenti di esecuzione di pene comminate a conclusione dei processi. I vuoti sono stati costantemente “risanati dalle giovani leve”, come si diceva prima. Non vanno, quindi, sottovalutate le potenzialità di questa realtà criminale connotata da una spiccata vocazione imprenditoriale, in cui restano chiari i segnali di strategie delittuose di più ampio respiro e con una tendenza anche a operare fuori regione, specie nel traffico degli stupefacenti e per il riciclaggio di capitali”.

Come evidenziato nelle relazioni Dia riferite ai semestri precedenti, un passaggio significativo nella crescita del tessuto mafioso, si deduce dall’evoluzione del fenomeno estorsivo “caratterizzato dal cambiamento del rapporto estorto-estorsore che, in virtù di un contesto sociale ormai assoggettato, ha favorito il passaggio dal modello tradizionale del racket fatto di minacce esplicite e dirette, a uno molto più subdolo e insidioso”. Adesso è “sufficiente la fama criminale assieme alla forza intimidatrice promanante dal vincolo associativo”. In questi casi si parla di “estorsione ambientale”.

Ne è riprova quanto accaduto nel processo “Rodolfo”: alcune vittime di estorsioni poste in essere dalle batterie della società foggiana, già reticenti e non collaborative in occasione delle indagini, hanno rifiutato di testimoniare, tanto che le imprese a loro riconducibili sono state destinatarie della misura di prevenzione dell’amministrazione giudiziaria”.

IL TRAFFICO DI STUPEFACENTI: ATTIVITA’ FONTE DI GUADAGNI E CONTRASTI INTERNI

Il traffico di sostanze stupefacenti resta l’attività illecita più remunerativa per le mafie della Puglia, un comune denominatore che, allo stesso tempo, rappresenta la causa principale dei dissapori interni. Basti pensare alle faide nel Foggiano e in modo particolare nell’area del Gargano a quelle avvenute nella Bat, agli scontri nei quartieri e nella provincia di Bari e a quelli tra le frange del Salento. Il narcotraffico, inoltre, costituisce l’ambito nel quale si stipulano accordi e alleanze di più ampio respiro, anche con organizzazioni straniere, per massimizzare i profitti. Legami sono imbastiti con l’Albania e l’area balcanica, lungo le vecchie rotte del contrabbando di sigarette.

Significativa, al riguardo, è l’operazione condotta dalla Dia il 16 ottobre 2019, quando la Guardia di Finanza ha arrestato un brindisino intercettato in acque internazionali, proveniente dai Balcani: stava per raggiungere le coste pugliese con un’imbarcazione imbottita di droga, mezza tonnellata tra marijuana e hashish.

LA DISPONIBILITA’ DI ARMI: A BARI ARSENALE NASCOSTO SCOPERTO NEL CIMITERO

Un’ulteriore operazione, condotta il 12 dicembre 2019, a Bari dalla Guardia di Finanza ha messo in risalto il ruolo centrale assunto dalla criminalità pugliese e in particolare dal clan Strisciuglio nei traffici droga e di armi dell’Adriatico. Tra gli arrestati, oltre a elementi di spicco del sodalizio barese,

“il figlio di un boss storico del contrabbando pugliese, esponente della Sacra corona unita, accusato di traffico di armi, perché deteneva due fucili d’assalto mitragliatori, nonché Kalashnikov munti di caricatori e munizionamento”.

Il legame tra le cosche baresi e quelle baresi aveva trovato riconoscimenti già nel 2014 con l’inchiesta chiamata Froth della Finanza. Nel processo scaturito dalle indagini sono stati condanni in via definitiva due uomini di Campi Salentina per associazione finalizzata al traffico internazionale di cocaina che dalla Spagna arrivava sulle coste del Salento attraverso la città di Bari.

Quanto alla disponibilità di armi, anche nel secondo semestre del 2019 ha dato conferma della presenza sia di quelle comuni che da guerra. Fra “i clan più armati, si confermano gli Strisciuglio di Bari, nei cui confronti la Corte d’Appello ha emesso una sentenza nell’ambito del processo Agorà, condannando gli imputati per la scoperta di un arsenale nascosto nel cimitero di Bari”.

 

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Info sull'autore

Stefania De Cristofaro

Giornalista per passione e professione. Nata a Napoli, brindisina d'adozione, laurea in Scienze politiche e relazione internazionali all'Università del Salento

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