“Leccesi”

di Luigi Cazzato

 

Falsi e cortesi, dice il detto.

Popolo dunque gentile e affabile che nasconderebbe un vuoto simile a quello che sostiene la splendida facciata della Basilica di Santa Croce. Quando giri l’angolo è sempre un abbaglio degli occhi.

Con noi è inutile perdere tempo a fare domande circostanziate, non capirete mai se è un sì oppure un no. Il forestiero, che disgraziatamente sprovvisto di navigatore si dovesse perdere nel dedalo delle nostre vie, saprà che deve svoltare non alla prima, non alla seconda, forse alla terza traversa ma poi dovrà richiedere. Perché le vie dei leccesi che portano alla risposta sono arzigogolate come i fregi dolci e stucchevoli dei nostri altari.

Se il nostro dialetto ha conservato tutte le vocali, una per una, soprattutto la “u”, lo deve ai bizantini, che hanno difeso questi luoghi dall’orda longobarda fino all’ultimo minuto possibile. Dell’Abazia di Casole, i suoi poeti greci e la biblioteca celebre in tutto il Mediterraneo medievale, è rimasta solo una facciata diroccata inglobata in una masseria otrantina. Questi dotti orientali non hanno potuto fermare i domenicani con il loro alfabeto latino e occhialuto contro quello greco e barbuto.

Il “signuria” che rivolgono i leccesi non è solo un vezzo elegante ereditato dai signori latifondisti e parassiti, è anche il rispetto misto a paura del bracciante al cospetto del padrone. Difficile stabilire per noi il confine fra ospitalità sincera e doveroso compito da svolgere secondo il codice non scritto dell’accoglienza. Fa da contraltare l’ufaneria ereditata, sembra, dagli spagnoli che con gorgiera al collo e mano sulla spada hanno scorrazzato nella penisola per quasi due secoli. Insomma, l’autostima dei leccesi non è bassa se espressa individualmente e specie nei giorni di Tramontana. Molto più bassa se si tratta di far valere i diritti comuni, massimamente quando spira lo Scirocco, direbbe un illuminista francese, che ci colpisce per primi e fiacca il masaniello più focoso.

Siamo poeti più che prosatori. Ci piace cantare e suonare più che recitare. E se recitiamo, il nostro è un teatro tragico. Mio bisnonno, mangiapreti e, mi dicono, abile narratore della Grande Guerra, faceva Turco di cognome e ne aveva anche la faccia. Oltre alla sfortuna di abitare accanto alla chiesa. Tanto pesante è stata la repressione dei preti che facciamo della bestemmia l’arte dell’eloquio, delle parole sconce un condimento quotidiano. A proposito, gli osti leccesi non ti porteranno mai il conto finché non glielo chiedi, né si permetteranno di farti notare che è tempo di liberare il tavolo. A pagare poi c’è sempre tempo. Salvo cu tte sciudaca (giudicarti) se non lo fai. Circondati dal mare, siamo più contadini che pescatori per colpa dei turchi. Ma a volte erano solo mutate di cielo “mamma, non li turchi!” Altre volte erano i monti di Albania. E lo sono ancora, nelle giornate terse, quando viene provato agli occhi che il Mediterraneo è il mare della vicinanza.

Non è difficile sorprenderci sulle barche a parlare più di “foje reste e zanguni” (le ciorielle selvatiche) che di ricci e polpi. Mia nonna diceva sempre: “mare vidi e fusci, taverna vidi e trasi”. Come torri saracene, siamo sentinelle sospettose e curiose al contempo. Pietre sul mare che appena possono rotolano via verso l’entroterra rosso, arso dal sole e indurito dal lungo buio del sud del sud.

Dimenticati dalla Storia scritta altrove, c’è voluto il veleno dello stesso ragno che ci pizzicava a darci l’inchiostro per farcela scrivere di proprio pugno. La nostra ora è dunque arrivata ma dura solo un quarto del tempo prescritto. E bisogna aspettare che la lancetta ritorni sul quadrante meridiano per vivere come fan tutti.

Leggi anche l’articolo sulla baresità: “Baresi”

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