Rosaria

di Thomas Pistoia

Sono scesi nelle strade, le hanno riempite, le hanno bloccate.
Stanchi di essere sfruttati e di buttare veleno nei campi per una miseria, si sono sollevati. Hanno drizzato le schiene curve sulla sarchiatura e hanno brandito zappe e forconi.
I caporali sono fuggiti, si sono nascosti nelle masserie dei padroni.
I padroni. La colpa è tutta loro. Ingordi, avidi, senza scrupoli, aiutati dai politici che, a differenza di chi lavora, non hanno spina dorsale e davanti al denaro tengono sempre la testa bassa.

sciopero

Basta, non si lavora. Perché non è lavoro. Lavoro è faticare per guadagnarsi il pane. Faticare e buscarsi il compenso giusto, che ripaghi di ogni goccia di sudore, di ogni stilla di sangue, piovuta dalla fronte e dalle mani, lì, nella terra. Invece così loro non buscano niente, solo la fame. Non c’è nessuna tutela, se protesti ti mandano via, “tanto un altro lo troviamo”. Se sei femmina, di lavori devi farne due e il secondo lo devi fare senza vestiti.
La donna fa questi pensieri, mentre giungono da lontano le urla e i rumori della ribellione. E’ preoccupata. Tempo fa, in altri paesi, ci sono stati scontri furiosi e qualche manifestante ci ha lasciato la pelle.
Suo figlio è un bracciante. E’ così giovane, così pieno di speranza, forse di illusioni. Questa mattina è uscito, camminando con i pugni stretti, come quando si va incontro a un avversario col desiderio di abbatterlo.
Come fermarlo? Come si fa a fermare qualcuno che ha ragione?
Si è infilato nella marea di carnagione scura, perché, in un modo o nell’altro, chi lavora la terra, qui, ha quasi sempre la pelle bruna; si è fatto ingoiare dalla marcia che punta alle case dei padroni.
La donna conosce bene la fame e la patisce con la sua gente. Conosce la guerra e la speranza in un mondo migliore. Ma non cambia mai niente, subire la sopraffazione per alcuni è un postulato, un destino basato sull’inganno, la povertà e lo sfruttamento.

Per circa un’ora sembra che tutto resti tranquillo. Da lontano viene come un brusìo, la manifestazione si limita alla protesta. Poi, all’improvviso, il rumore cresce, diventa urla, diventa caos.
La donna si affaccia sull’uscio, inquieta. Vive fuori dal paese, ai margini della campagna, in una delle casupole assegnatele dai caporali. Comincia a camminare quasi meccanicamente, guidata dalla paura. Più cresce il rumore, più teme per suo figlio, che ora si trova lì, nei tumulti. Il passo si fa svelto, ansioso. Lungo la provinciale c’è un gruppo di braccianti. Con una scala, sono saliti in cima a uno dei pali che costeggia la via e stanno tagliando i suoi fili con delle cesoie. Vandalismo, per interrompere le comunicazioni. Non è la prima volta. Ha sentito parlare di gruppi di teste calde che trasformano gli scioperi in vere e proprie battaglie. All’improvviso sembra che quelli si accorgano di lei, si allarmano e la indicano. Scendono frettolosamente, abbandonano la scala sul ciglio della strada e si danno alla fuga nei campi. La donna capisce l’equivoco quando sente il rumore dei motori. La camionetta dei carabinieri giunge alle sue spalle e la sorpassa, puntando decisa verso il paese. Lei non può fare altro che affrettarsi, prosegue il suo cammino mentre il passo le diventa una corsa scomposta sugli zoccoli. Dopo qualche minuto le urla si fanno più forti, si percepisce il movimento della folla, come una forza invisibile, come energia incontrollabile che si propaga per le strade.

La donna raggiunge i confini dell’insurrezione. I braccianti stanno impedendo il cammino a un gruppo di persone. Non devono andare a lavorare, nessuno deve lavorare. Lei sta facendo il percorso inverso, la lasciano passare, perché va verso il centro dei disordini. E’ sicura che suo figlio sia laggiù. Vuole trovarlo e portarselo via. Non sa cosa gli dirà per convincerlo. Non sa come riuscirà a spiegargli che ha ragione, che tutti i braccianti hanno ragione, ma non ne vale la pena, sta rischiando l’unica vita che ha per qualcosa che non cambierà mai; esisteranno sempre padroni, caporali e schiavi, forse cambieranno i nomi, la provenienza, il colore della pelle, ma ci saranno sempre bestie ingorde pronte a schiacciare sotto i propri piedi i più deboli.

Spari. I carabinieri stanno sparando!

La donna si getta in una corsa disperata, chiamando a gran voce il nome del ragazzo, cercandolo disperatamente con lo sguardo, in mezzo alla folla che corre ora in avanti, per travolgere i militari con una sassaiola, ora indietro, disperdendosi, quando questi fanno fuoco dalla stalla in cui si sono rifugiati. Dai balconi delle case più grandi e più ricche compaiono i padroni. Anche loro imbracciano fucili e sparano. Sparano ad altezza d’uomo.
I braccianti hanno fame di pane e dignità. Ottengono invece pallottole. Via Coltura è diventata un inferno.
In uno dei momenti in cui la folla indietreggia, la strada si svuota e lascia intravedere tre corpi sul terreno. La donna va controcorrente, si fa largo chiamando suo figlio e finalmente resta da sola, deve vedere, deve essere sicura che il suo ragazzo non sia tra quei caduti. Due si muovono ancora, ma sono gravemente feriti. Un uomo e un giovane. Il terzo ha un buco nella testa e gli occhi aperti, fissi, puntati verso il cielo. Dio! Non è suo figlio, ma potrebbe esserlo, ha più o meno quella stessa età. Il suo cuore di madre lo piange ugualmente, lo piange anche se quel sangue che macchia la strada non viene dal suo grembo. Perché, dentro le vene, il sangue degli ultimi appartiene a un’unica, immensa madre: la povertà. La donna cala una mano su quegli occhi fanciulli e li chiude in un ultimo gesto pietoso. La folla, nel frattempo, con un rombo di marea sta tornando indietro.
Uno dei padroni, da lassù, dal suo balcone, spara.

La donna si è voltata indietro, verso la gente che arriva, sta chiamando di nuovo suo figlio, ma il nome, il nome che pronuncia le resta a metà nella gola.
Non sembra neanche provare dolore. Si inginocchia, allunga un braccio, come a cercare aiuto, ma la folla, tra gli spari, la ignora e prosegue la sua corsa contro gli odiati padroni.
La battaglia dura ancora qualche ora. Poi l’eccidio di Parabita ha finalmente termine. Qualcuno solleva la donna e la mette su una barella, ma lei non se ne rende conto, non sente più niente.
Rosaria muore all’ospedale di Nardò, di mercoledì pomeriggio, mentre suo figlio le tiene la mano.
E’ il 23 giugno del 1920.
Là fuori, il sole tramonta.

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor. Ha collaborato con Astorina per alcune storie di Diabolik.

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