Il mio lavoro non è un gioco

Manifestazione Nazionale Spettacolo, Arte e Cultura per chiedere reddito, tutele e diritti. Sabato 27 Giugno 2020, ore 14.00. Piazza Santissimi Apostoli, Roma

 

‘Esserci o non esserci,

questo fa la differenza!’

 

Invece, purtroppo, mentre scrivo ancora non so se, oggi che voi mi leggete, sarò a Roma a manifestare, come vorrei e come dovrei, oppure no.

Vivo in Italia da 21 anni ormai e non ricordo una manifestazione nazionale Spettacolo, Arte e Cultura così importante, organizzata da movimenti nati dal basso presenti in tutto il territorio. E’ un evento storico estremamente importante e, se bene nasca da una situazione a dir poco disperata, proprio per la sua unicità ha anche qualcosa di bellissimo, irripetibile e poetico.

Devo esserci, dovremmo esserci tutti: Danzator_, coreograf_, ballerin_, attor_, mim_, regist_, costumist_, scenograf_, disegnator_ luci, tecnic_del suono, drammaturgh_, compars_, macchinist_, tecnic_ audio/video, compositr_, programmator_, maschere…tutte le categorie di lavoratori dello spettacolo!

Ma anche tutte quelle persone che, semplicemente, amano la danza, il teatro, la musica, le arti circensi, le arti di strada e lo spettacolo dal vivo in generale, che credono nella cultura come bene indispensabile per un Paese e che capiscono che non potrebbero vivere senza. Insomma tutti.

Dovremmo esserci tutt_ a Roma oggi.

Siamo arrivati a fine Giugno e nessuno ha mai ricevuto i famosi 600€ di sostegno di Aprile e Maggio. Gran parte di noi non ha nemmeno ricevuto nulla per Marzo. Siamo tutti fermi da Febbraio e la recente riapertura dei teatri, in realtà, ha permesso di tornare al lavoro solo ai dipendenti dei grandi teatri stabili, tagliando fuori, a tutti gli effetti, tutte le piccole e medie realtà teatrali esistenti, impossibilitate a mettere in atto i provvedimenti, a dir poco surreali, dettati dal decreto per la riapertura dei teatri.

Un decreto che lascia basiti e sembra essere stato scritto da una task force di simpatici scansafatiche, birbanti e in vena di fare scherzi di cattivo gusto, oltre che totalmente disinteressati alle persone, cioè a noi, che abbiamo perso il lavoro, la nostra fonte di guadagno.

Sulle locandine della manifestazione nazionale dello Spettacolo, delle Arti e della Cultura è raffigurato il piano gioco del Monopoli, l’hashtag scelto per l’occasione è #ilmiolavorononèungioco.

Appunto. Non è un gioco.

E’ un lavoro. Anzi, sono tanti lavori. Tanti lavoratori che oggi restano inascoltati e bistrattati.

E non fa ridere né divertire.

Anch’io ho delle bollette, una casa, una famiglia, una vita. Certo, non ho mai vissuto nell’oro, ho fatto scelte ben diverse da quelle che si possono fare per assicurarsi una vita più agiata. Ma non ho mai dovuto chiedere nulla a nessuno.

Come tutte le altre lavoratrici e gli altri lavoratori del mondo pago i miei conti con ciò che guadagno con il mio lavoro.

Io non gioco, non mi diletto per divertimento, non danzo per hobby, il mio è un mestiere.

A chi continua a ripetermi che sono fortunata perché faccio il lavoro che amo, io rispondo: la mia non è fortuna, la mia è una scelta, che ha comportato sacrifici, sudore, studio e una vita fatta di cose semplici, con pochi guadagni, molta precarietà e poche sicurezze.

Una scelta che rifarei senza indugiare e alla quale non avrei potuto sottrarmi neanche volendo, perché faccio ciò che faccio spinta da un sentire profondo e necessario.

Non penso di essere speciale o di avere diritto a privilegi negati ad altri. Semplicemente: sono una lavoratrice e come tale voglio essere ascoltata e tutelata. Chiedo rispetto, chiedo che non mi si prenda in giro con promesse puntualmente dimenticate e finte riaperture.

Se non vengo riconosciuta come lavoratrice, lo so, la colpa è anche mia. Che non ho lottato abbastanza per i miei diritti.

L’umiltà è alla base della disciplina della danza. Ma oggi penso che, forse, affinché tutti si accorgano finalmente della nostra categoria, dovremmo iniziare, una volta per tutte, a fare delle distinzioni, per esempio tra passione e professione.

Avere passione per la danza non fa di te un professionista.

Come avere passione per l’anatomia non fa di me un dottore.

Il fatto che io faccia un lavoro che amo non dovrebbe permettere a nessuno di valutare il mio lavoro come uno svago. Non lo è.

Tra sacrifici, soddisfazioni, delusioni e sudore lavoro nel mondo del teatro da 23 anni.

Non ho mai cambiato ambiente ma, col tempo, sono diventata liquida: sono passata dallo studio e la ricerca personale, alla produzione di spettacoli; dall’interpretazione di mie creazioni, alla interpretazione di creazioni altrui; dall’insegnamento ai progetti sociali, dal palco alla programmazione e ideazione di situazioni che potessero dare sostegno alla danza di ricerca e abbattere le barriere tra spettator_ e aritst_.

Io sono tutte queste cose insieme.

Non riesco a passeggiare per le via della mia città senza immaginare danza nelle vetrine, nelle piazze, nei portoni dei palazzi di periferia, sulle spiagge. Non riesco ad entrare in una scuola senza pensare ai benefici che potrebbero avere gli studenti, di qualsiasi età e formazione, se affiancassero lo studio della danza alle altre materie in programma. Non riesco a vedere uno spettacolo fatto bene senza commuovermi e pensare che dovrebbero vederlo più persone possibili. Così come non riesco a non arrabbiarmi quando vedo teatri o rassegne che utilizzano in modo poco serio i fondi ministeriali dello spettacolo.

Nel bene e nel male il mio lavoro è parte di me e non è facilmente catalogabile. Come non lo è quello della maggior parte dei lavorator_ della danza.

Ma è indispensabile. Come quello del panettiere, del dermatologo, del netturbino o del professore.

Sarebbe ora che tutto questo venisse riconosciuto e rispettato. Forse dovremmo essere noi del mestiere a dare qualche dritta al governo su una possibile riapertura dei teatri?

Oggi chiediamo di essere convocate e convocati dal vivo.

Oggi chiediamo ascolto e rispetto.

E’ troppo? A quanto pare sì.

E’ il momento di battersi per il presente ma anche, finalmente, per tutti quei diritti che non abbiamo mai osato reclamare in passato.

Il pullman per Roma, che a causa delle restrizioni COVID ha solo la metà dei posti, costerebbe 80€ andata e ritorno e, non scherzo, molti miei colleghi non possono permetterselo. Per cui non è sicuro che si riesca ad organizzare un numero di adesioni sufficienti per avere un pullman che parta dalla Puglia. Io non posso permettermi il treno. Perché, anche se ho ripreso ad insegnare, ancora non ho idea di quando mi potranno pagare.

Ci sono tantissime colleghe ferme da mesi, tanti colleghi arrivati oramai alla disperazione, c’è chi ha deciso di lasciare casa e accettare l’ospitalità di amici, chi è dovuto tornare dai genitori dopo 20 anni, chi sta disperatamente cercando un lavoro qualsiasi per sopravvivere.

Non c’è nulla da ridere e non è divertente.

Io spero di essere a Roma mentre leggete questo mio articolo, ma state sicuri che, se così non fosse, mi potrete trovare, anche da sola, in piazza nella mia città.

Per tutelare il mio lavoro e difendere un bene prezioso per tutti: la nostra unica possibilità di intravedere un mondo diverso.

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Info sull'autore

Barbara Toma

Agitatrice, Animale da palco, Coreografa, drammaturga e mamma single salentina-olandese. In equilibrio precario, sul filo della vita, con due figlie e una sola vocazione: la danza. Non per forza sincera, ma dannatamente vera. Fuori luogo ovunque, tranne sul palco, l’unico posto dove il suo modo di agire non è controproducente.

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