Confessioni religiose. Parte 5.

Al sud la religione ha ancora un valore sociale e politico forte. Spesso questo genera mostri, come me. Vent’anni di tormenti religiosi raccontati apertamente. Un viaggio a puntate in una mente malata.

 

Parte 1. L’incongruenza finale. https://www.iltaccoditalia.info/2020/05/11/confessioni-religiose-parte-1/

Parte 2. Riflessioni sull’esclusività italiana. https://www.iltaccoditalia.info/2020/05/18/confessioni-religiose-parte-2/

Parte 3. The last chierichietto. https://www.iltaccoditalia.info/2020/05/25/

Parte 4. Preghiamo per il lavoro. https://www.iltaccoditalia.info/2020/06/01/confessioni-religione-parte-4/

 

Parte 5. Ritorno al presente.

Siamo arrivati al presente. Raccontare il passato è facile. Guardarsi allo specchio oggi non lo è. Perché ciò che si pensa serve a costruire il pensiero, ma è già obsoleto un istante dopo. Giusto, sbagliato, si esplora, si torna indietro, si va avanti. Questo sto imparando dal metodo scientifico. Ogni idea, ogni dato, ogni ipotesi, devono essere provati. E anche quando siamo certi che una teoria sia inconfutabile, ci sarà sempre qualcuno, nella stanza accanto o dall’altra parte del mondo, che farà un altro test e proverà a dimostrare il contrario. E magari ci riuscirà. Avere ragione vuol dire avere la possibilità di spiegare agli altri, ma non si impara nulla che già non si sapesse. Sbagliare è imparare.

Cosa c’entra questo con la religione? Forse nulla. Questo, però, è dove sono ora. Continuo a pensare a dio. Certo di stare sbagliando, ma con la speranza di riuscire ad imparare qualcosa. Non credo esista un essere con la barba bianca seduto nell’alto dei cieli. No. Questo sarebbe offensivo persino se dio esistesse. Non credo che esista una creatura onnipotente, onniveggente, onnipresente e onniqualsiasicosa. Sarebbe troppo semplice, sarebbe troppo umano. E di conseguenza sarebbe sbagliato e fallace. Riconosco a dio lo spazio che inizia là dove finiscono le nostre conoscenze. L’ignoto. E con esso la paura che ne consegue. Gli antichi non sapevano spiegarsi tuoni, fulmini, vulcani, mareggiate. Di sicuro, secondo loro, doveva esserci qualche divinità a governare quelle forze mostruose e sconosciute. Poi abbiamo iniziato a studiare questi fenomeni e abbiamo capito che non era un dio a muoverle. Il passo successivo è stato pensare che fosse un dio a volere che queste forze si muovessero. E qui c’è poco da argomentare. Non è possibile intuire perché una divinità voglia scatenare terremoti e uragani. Ma non siamo più nel campo della logica e della razionalità. E non mi piace dialogare senza regole.

Meglio tornare a ciò che conosciamo. E che cresce ogni giorno di più. Sappiamo molto della nostra storia di abitanti di un insignificante pianeta nell’Universo. Sappiamo come si creano le stelle, i mondi. Sappiamo cosa accade quando una stella e i mondi muoiono e come da questi fenomeni catastrofici si possa generare nuova vita. Sappiamo come l’Universo vive, respira, come si sia evoluto e abbiamo modelli per prevedere come evolverà. Non sappiamo perché sia nato. Non sappiamo cosa l’abbia originato. Questo è l’ultimo spazio rimasto a dio. E non credo sia uno spazio da poco. Anzi. Ridurre dio ad uno strumento umano attaccato alle miserie umane è umiliante, per dio intendo. Chi prega dio per ringraziarlo per una guarigione o del pane che sta per mangiare, secondo me lo insulta. Dio non ha una dimensione umana. Se esiste, esiste in ciò che ancora non sappiamo. E quindi non è possibile comprenderlo, definirlo, pensarlo. La preghiera più bella, secondo me, è quella di provare a confutare ogni giorno la stessa esistenza di dio. Se è vero che siamo suoi figli e sue creature, immagino che un dio sarebbe contento di vederci giocare con i doni che ci ha dato. L’intelligenza, l’esercizio del dubbio, i sentimenti, le debolezze. Con umiltà. Riconoscendo i nostri limiti, ma imponendoci di raggiungerli e, forse, superarli.

Sfidando dio lo si rende più forte. Accettarlo passivamente, come la religione ha imposto per millenni, invece, rende noi e la sua idea più deboli. Abbassare il culto alle miserie umane, poi, rende il tutto ridicolo e insignificante. Non giudicatemi se non vado in chiesa. Dio non mi giudica per questo. E credo sia contento dei miei sforzi nel cercare di comprendere i miei limiti umani. Ritengo, anche, che sia assolutamente disgustato da ogni forma di bigotteria e di umanizzazione della divinità. Credo sia tutto in queste considerazioni il mio odio per la religione. E di conseguenza nel bestemmiare, non come offesa a dio, ma come ribellione a ciò che ci hanno fatto imparare riguardo dio. Che è sbagliato.

E’ bello e interessante confrontarsi e riflettere su cosa possa esistere in ciò che non conosciamo. Sono passi importanti verso le frontiere del sapere. Sono momenti di avvicinamento a ciò che di spirituale c’è in ognuno di noi. Invece, le religioni mortificano questo sentimento umano. Soprattutto la religione cattolica. Non farsi domande, avere fede, accettare ciò che viene imposto. Altrimenti si è eretici e condannati. Questi, semplificando e banalizzando, sono i canoni della religione cattolica che mi hanno insegnato quando frequentavo la chiesa (non parlo delle altre religioni che non conosco, ma immagino non ci siano molte differenze. A parte, forse, il buddhismo). Non accetto questo e cerco di vivere libero, almeno nel pensiero. E questo mi da un po’ di serenità. Se fino a qualche anno fa la mia avversione era talmente forte che avrei voluto dare fuoco a tutti i simboli religiosi del mondo, ora me ne importa meno. Compatisco e invidio un po’ chi riesce ad avere fede e a riconoscersi in una religione. Lo compatisco nel senso etimologico del termine, cioè di soffrire insieme. Soffrire per la prigione del pensiero a cui è condannato chi vive una religione e che non è diversa dalle prigioni sociali nelle quali tutti noi siamo rinchiusi quando lavoriamo, quando scriviamo sui social, quando viviamo la vita di tutti i giorni. Invidia, invece, per chi ha fede e probabilmente riesce a vedere e a percepire qualche cosa che io non riesco a vedere e a percepire.

Non credo esista un paradiso o un inferno. Non c’è nulla dopo la morte. Meglio non sprecare questa vita perché è l’unica che abbiamo. Abbiamo creato la vita ultraterrena solo perché fa comodo pensare di avere una seconda opportunità. Ma non c’è. Grande atto di superbia. Grande atto contro dio pensare che ci sia una seconda opportunità. Se dio esiste, ci ha messi al mondo per vivere bene. Non certo per pensare che la prossima vita sarà meglio. Il paradiso è quello che creiamo con le nostre mani in questo mondo.

 

Fine. Per ora.

 

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Info sull'autore

Francesco Ria

Ricercatore in una prestigiosa Università americana. Come il sottomarino sovietico di "Caccia a Ottobre Rosso" usa cambiare improvvisamente e senza motivo direzione. Di solito polemico solo per passare il tempo.

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