L’infibulazione di Destà

di Thomas Pistoia

Mio padre e mia madre mi ripetevano che sarebbe andato tutto bene. Da due settimane il villaggio era attraversato da una tensione elettrica, altre famiglie, come la mia, si apprestavano a vivere il cerimoniale più importante dell’anno. Noi bambine, già  da giorni, eravamo al centro di un clima festoso. Soltanto mia sorella maggiore sembrava non partecipare. Sì, a volte mi sorrideva e mi accarezzava i capelli, ma più spesso mi osservava con sguardo triste. Nella mia ingenuità  pensai stesse provando una specie di invidia, anche se non aveva granché senso, dato che, soltanto qualche anno prima, la festeggiata era stata lei. Io, alla sua cerimonia, non avevo potuto assistere, mi mandarono dai miei nonni, in un altro villaggio. Tornai giorni dopo. La trovai cambiata. La mamma mi disse che non avrebbe più giocato con me. Grazie alla cerimonia era diventata grande e presto avrebbe avuto un marito. A dir la verità, a me non sembrava più grande, caso mai soltanto molto più triste, come caduta in preda a un dolore perenne. Oggi so perché.

Il giorno del mio cerimoniale, papà  e mamma mi condussero nel centro del villaggio. C’erano altre bambine con i loro genitori. Mia madre era molto eccitata, orgogliosa. Per mio padre era tutto molto più normale, anzi, sembrava quasi disinteressato, annoiato, come quando ci si trova in un luogo perché non se ne può proprio fare a meno, perché é previsto dal ruolo che rivestiamo. Per lui, quella, non era nient’altro che una formalità, l’obbedienza dovuta a una tradizione. Capii più tardi che la parte che gli competeva direttamente sarebbe arrivata tempo dopo.

Fu quando noi bambine ci ritrovammo tutte radunate, che cominciai a percepire come un’inquietudine, un senso di pericolo. Cercai con lo sguardo mia madre, la intravidi nel gruppo di genitori che ci circondava. Cantava e batteva le mani insieme alle altre donne. Qualcuno venne a dipingerci la faccia. Lo prevedeva il cerimoniale. Strisce bianche che dovevano rappresentare la nostra purezza. Ci invitavano a sorridere, ma, mi resi conto, nessuna di noi lo faceva, anche le altre bambine sembravano in preda a quella crescente sensazione di paura che stavo provando. Era lo stesso terrore dell’animale che viene portato al macello.

Io fui la prima.
Mia madre si staccò dal coro e venne a prendermi per mano. Mi fidai, non avrei potuto fare altrimenti. Le altre madri ripresero a cantare e a battere le mani, ma nelle mie orecchie, nella mia testa, il loro canto era diventato un rumore fastidioso, ossessivo, asfissiante. Chiesi a mia madre di farle smettere, ma lei non mi diede ascolto. Ci raggiunse mia zia e tutte e tre ci ritrovammo di fronte a quella donna anziana. Mi dissero che dovevo distendermi. Il cuore cominciò a battermi forte, lo sentivo fin dentro le tempie. Non staccai gli occhi dalle mani della vecchia. Frugavano dentro a un vecchio fodero, armeggiavano.
Dissi a mia madre che la festa non mi piaceva, anzi, che non mi era mai piaciuta, volevo andar via, volevo tornare a casa, la chiamai, mamma torniamo a casa, ma qualcuno mi stava legando i polsi e il canto delle madri mi stava quasi intontendo, ormai era come un brutto lamento, mamma cosa fa quella donna? Cosa c’é dentro quella sua borsa? La zia nel frattempo mi stava intrecciando le gambe con uno spago colorato, non riuscivo più a muoverle, la mamma mi teneva il capo tra le sue ginocchia, una mano mi premeva sul petto, l’altra sulla fronte, e cantavano, cantavano anche loro quella litania insopportabile, la vecchia si avvicinò, sembrava che non avesse nulla con sé, ma ad un tratto, ad un tratto la vidi, la teneva tra le dita, all’epoca non sapevo cosa fosse, non lo sapevo ma ne avevo orrore ugualmente, volete sapere voi come la chiamate, la chiamate lametta, lametta, lametta la chiamate, quella del barbiere, quella che taglia da entrambi i lati, la vecchia la teneva al centro con le dita e io cominciai a urlare, oh, urlai già allora, già  in quel momento, urlai con tutta la forza che avevo, con tutto il corpo, urlai come non avrei mai più urlato

nella mia vita

Con l’altra mano, con l’altra mano la vecchia frugò nella mia piccola vagina, afferrò in una sola volta clitoride e labbra, sollevò tutto, li affacciò al mondo, poi la lametta, la lametta, la lametta, la lametta mio dio, dio, dio, dio delle donne, la lametta nel sangue tagliò, tagliò, non vidi più niente, più niente, urlavo, urlavo e basta, mentre il sangue appiccicoso mi fiottava sulle gambe, poi la vecchia

mi cucì

Coi fili. Il mio popolo cuce le donne coi fili. Le strappa. Poi le rammenda.
Negli anni ho chiesto a molte persone, a mio padre, a mia madre, ai parenti, agli anziani del villaggio, ho chiesto da dove deriva questa tradizione. Chi, quale dio o religione, in passato, abbia deciso che le donne devono sopportare questa amputazione.

non lo so

Mi hanno risposto tutti così. Non lo so.

Oh, ma voi, voi… non crediate di essere migliori! Voi usate strumenti diversi, a volte meno evidenti, ma le vostre donne sono lacerate, dentro e fuori, almeno quanto me.
Quella cicatrice, tra dolori atroci, lo portai addosso per qualche anno. Poi vennero gli stranieri e fecero la guerra.
Mio padre svolse finalmente il suo ruolo. Mi fece sposare uno di loro. Era alto, bianco… Era perfino gentile. Mi chiamava con una parola della sua lingua di cui non conoscevo il significato: “animalino”.
Eppure, il mio nome, fu la prima cosa che chiese, quando mio padre gli propose il matrimonio.
– Come ti chiami? – disse.
– Mi chiamo Destà  – risposi.
Ma lui, il mio nome, con me, non lo usò mai.
Dopo le nozze, mia madre sciolse il rammendo con un altro taglio, perché, mi disse, dovevo lasciarlo entrare.
Io chiusi gli occhi.
Avevo dodici anni.
Lui entrò

e mi fece male

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor. Ha collaborato con Astorina per alcune storie di Diabolik.

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