Inchiesta Asl di Lecce: “Posto di lavoro per il marito della funzionaria e falsa invalidità”

DOSSIER/3 – Nuove accuse nei confronti di Carmen Genovasi, in carcere dall’8 giugno: “Oltre al denaro, anche l’assunzione di Giovanni Rodia da parte di Pietro Ivan Bonetti, presso Ampliaudio, per due mesi e il riconoscimento di una falsa invalidità per problemi all’udito”. Il gip: “Richiesta per far maturare al coniuge l’indennità di disoccupazione, con stipendio di almeno 900 euro per il primo mese senza che svolgesse alcuna attività”. Le intercettazioni: “Che coppia che siamo, io sono una potenza”

 

Di Stefania De Cristofaro

 

 

LECCE – Lei, Carmen Genovasi, funzionaria della Asl di Lecce, è in carcere per corruzione dall’8 giugno scorso.

Lui, Giovanni Rodia, il marito, è indagato a piede libero nell’inchiesta Buste Pulite: coinvolto perché i militari della Finanza hanno scoperto che la moglie ha chiesto l’assunzione del coniuge presso Ampliaudio, rivolgendosi a Ivan Pietro Bonetti, il legale rappresentante della società, finito ai domiciliari in qualità di “privato corruttore”. E l’ha ottenuta per tre mesi, con pagamento di 900 euro per il primo periodo, anche se Rodia non ha mai svolto alcuna attività.

 

LE ALTRE UTILITÀ CONTESTATE ALLA RESPONSABILE AMMINISTRATIVA DELL’UFFICIO ASSISTENZA PROTESICA

Nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce, Giovanni Gallo,  su richiesta della pm Roberta Licci, c’è un ulteriore episodio qualificato come corruttivo in relazione ad “utilità ottenute da Genovasi”: il posto di lavoro, temporaneo, per il marito. Rodia, in effetti, stando alla documentazione raccolta dai finanzieri del Pef (Nucleo di polizia economico finanziaria) risulta essere stato assunto dalla società Ampliaudio il 20 gennaio 2020. Contratto sino al 20 marzo successivo, chiesto dalla funzionaria “allo specifico fine di far maturare al coniuge l’indennità di disoccupazione, con contestuale corresponsione dello stipendio in favore di Rodia, pari ad almeno 900 euro, per la prima mensilità e circa 300 euro per la seconda”. Secondo la ricostruzione contestata, gli importi sono stati “versati senza che Rodia svolgesse di fatto – su precisa indicazione di Genovasi – alcuna attività”.

La conferma ai sospetti investigativi è arrivata non appena i finanzieri hanno acquisito i dati delle banche dell’Anagrafe tributaria, tramite visure Inps. L’istituto di previdenza non stava riconoscendo a Giovanni Rodia l’indennità di disoccupazione.

“Lo sblocco di tale problematica amministrativa da parte dell’ente previdenziale rendevano incompatibile questa indennità con l’assunzione lavorativa, motivo per il quale Genovasi ha chiesto il licenziamento del marito a Bonetti, sia per non perdere la contribuzione sociale, sia perché il coniuge aveva in corso una causa contro il precedente datore”, si legge nell’informativa dei militari, riportata nel provvedimento di arresto, nella parte relativa ai rapporti tra la funzionaria e Bonetti.

LE INTERCETTAZIONI: “QUELLA SI SOGNA CERTE COSE PER IL MARITO. L’ALTRA VOLTA SI È PRESO I SOLDI E AVE MARIA”

Le conversazioni intercettate sia sull’utenza di Genovasi che di Bonetti hanno “documentato come l’assunzione sia stata esplicitamente chiesta dalla donna al fine di agevolare il marito nell’iter di autorizzazione per l’erogazione dei sussidi di disoccupazione ad opera dell’Inps”. Il “disegno – si legge –   emerge chiaramente dalla conversazione del 14 febbraio 2020, dopo che Bonetti si reca da Genovasi”.

“Bonetti ha assunto Rodia, senza chiedere reali prestazioni lavorative, per il tempo necessario a maturare l’indennità di disoccupazione”. “Dopo aver chiarito che, in tal caso, il problema non era quantitativo di denaro consegnato o da consegnare, Bonetti lamenta le assurde richieste di Genovasi che, ad assunzione registrata, gli aveva detto che il marito non aveva più bisogno di essere assunto”.

Il tratto della telefonata ritenuta di rilievo è quello delle 13,51, quando Bonetti parla con un suo collaboratore di quanto è appena successo e dice:

“Guarda, cioè io non lo so, quella si sogna certe cose per il marito”.

L’interlocutore interviene per chiedere: “Non gli sono bastati?”. La risposta: “No, no, non è quello il problema, ci mancherebbe eh!. Prima di aveva detto per suo marito, ora dice non può lavorare più. E come? Prima me lo fai assumere e poi non vuole lavorare, nah. Non ci possono credere. Non è che dici ‘sai, chissà che cosa’, non può, non vuole lavorare. Oggi, quando viene il consulente del lavoro, io cosa gli devo dire?”. Il collaboratore:

“Guarda che le persone sono pazze”.

In effetti, le intercettazioni hanno confermato che della problematica viene investito il consulente del lavoro di Bonetti, il quale spiegava che “era stato registrato un contratto per due mesi e che il licenziamento anticipato di Rodia avrebbe comportato la perdita di alcune agevolazioni fiscali alla società Ampliaudio, a meno che il lavoratore non avesse presentato le dimissioni volontarie”. Quando i due parlano tra loro, il consulente dice a Bonetti: “Non basta che uno gli fa un favore, però non è che uno neanche si deve dimettere”.

La funzionaria della Asl “in seguito non reiterava tale richiesta, anche su consiglio di esperti del settore che le garantivano che l’indennità mensile di disoccupazione del marito, si sarebbe potuta interrompere per due mesi e poi riprendere”. Dalle intercettazioni è “risultato che Bonetti ha versato almeno una busta paga pari a 900 euro, per prestazioni lavorative fittizie a Rodia e che questa somma non è mai stata restituita”.

Il 25 marzo, dopo aver chiesto conferma dell’avvenuta scadenza del rapporto di lavoro con Rodia, Bonetti “raccomanda al consulente di effettuare i calcoli della busta paga al più preso, tenendo bene a mente che indicare un piccolo importo”. “Almeno da dargli due-trecento euro, non di più”. La motivazione:

“Perché l’altra volta, non sai? Dopo gli accordi, ti saluto, Ave Maria, si è preso i soldi, mi segui?”

Il 7 aprile, non trovando la mail dell’invio della busta paga di Rodia, Bonetti rappresenta al suo consulente del lavoro che quella mattina ha già scaricato il cedolino del mese precedente, pari a 900 euro, ma non trova quella di marzo.

Nella lettura dell’accusa, così come contestata nel provvedimento di arresto, la “cosa importante era consegnare l’assegno bancario con l’importo riportato nella busta paga”. Di conseguenza, “confermando così che avrebbe corrisposto altro denaro a Rodia, nonostante questi non avesse lavorato nella sua azienda”.

IL GIP: “CONCORSO DEL MARITO DELLA FUNZIONARIA NEL REATO DI CORRUZIONE”

La conclusione a cui è arrivato il gip è che “risulta evidente che l’assunzione di Rodia, da parte di Bonetti, si inserisce nell’ambito di uno dei tanti favori richiesti da Genovasi a vari imprenditori, da lei favoriti nella gestione e autorizzazione delle pratiche di erogazione di supporti protesici a carico della Asl di Lecce”. L’utilità per Genovasi – spiega il giudice per le indagini preliminari – va ricercata non solo nella fittizia assunzione, ma anche nella corresponsione di alcuni stipendi da parte di Bonetti in favore di Rodia che non ha prestato alcuna attività lavorativa”.

Le circostanze, quindi, hanno portato il giudice a contestare il “concorso di Rodia nel reato di corruzione”, andando oltre la tesi della pm perché nella richiesta della misura non c’è questa contestazione. “Rodia ha accettato di essere assunto fittiziamente e di ricevere lo stipendio non dovuto, attraversi l’interessamento della moglie, funzionario pubblico, nei confronti dell’imprenditore”

L’ACCUSA DI FALSO IDEOLOGICO: FALSA IPOACUSIA DEL MARITO DELLA FUNZIONARIA

All’accusa di corruzione, il gip ha aggiunto quella di “falso ideologico in atto pubblico, continuato, in concorso” a moglie e marito perché “con più azione esecutive di un medesimo disegno criminoso, attestavano falsamente una ipoacusia di Rodia, di grado tale da determinare la invalidità civile”.

I due “formavano un falso verbale di riconoscimento dell’invalidità, previa induzione in errore della commissione preposta, con conseguente inserimento di Rodia nelle lista delle categorie protette di cui alla legge 68/99 da parte del centro dell’impiego”.

La conferma arriva, anche in questo caso, da una telefonata: quella del 27 febbraio 2020, quando “Rodia comunica alla moglie di essere stato inserito nelle liste protette e le dice cosa, poco prima gli aveva riferito l’addetto del Centro per l’Impiego e cioè che, dopo la registrazione, l’impiegato era uscito dall’ufficio per consegnargli la documentazione e lo stava chiamando e lui aveva risposto ‘ti sento anche poco’”. In tal modo “confermando il presunto deficit uditivo.

MOGLIE E MARITO AL TELEFONO: “CHE COPPIA CHE SIAMO, IO SONO UNA POTENZA”

Per l’accusa, i coniugi “sono riusciti nel loro intento, ossia iscrivere Rodia nelle liste protette del Centro per l’Impiego, tanto che Genovasi diceva:

“Che coppia che siamo, è inutile guarda, l’italiano lo devi prendere per … Grande Gianni!”.

L’iscrizione del marito, viene poi comunicata dalla donna all’amica avvocato che stava seguendo la causa di Rodia contro il datore di lavoro precedente. “L’entusiasmo di Genovasi era tale che si auto-lodava per essere riuscita a ottenere l’iscrizione del marito nella lista: “Che potenza che sono. Me lo dico da sola. Non hai visto la mail? Sono una potenza! Io nelle mie competenze arrivo”.

Il gip, in questo caso, ha fatto un passo indietro rispetto al pm perché il quadro descritto non è stato considerato “idoneo a far integrare i gravi indizi di colpevolezza” rispetto alla falsità dei verbali della commissione preposta al riconoscimento della invalidità e al conseguente inserimento di Rodia nella categoria protette. I fatti, per il gip, “meritano un approfondimento investigativo in ordine alla effettività delle patologie e in ordine al ruolo della commissione che le ha esaminate”.

 

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Info sull'autore

Stefania De Cristofaro

Giornalista per passione e professione. Nata a Napoli, brindisina d'adozione, laurea in Scienze politiche e relazione internazionali all'Università del Salento

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