Rubini, Procacci e la mafia di prossimità

L’orrore di una mafia “amica” che a chiamata… risponde. Accade a Taranto e in molti paesi della Puglia

 

Di Marilù Mastrogiovanni

 

La mafia che viene fuori dall’inchiesta “Tabula rasa” è una mafia di prossimità.

La mafia “amica”, che a chiamata… risponde.

La mafia che ti trova lavoro, funge da agenzia di collocamento, salvo poi trattenere una congrua percentuale sullo stipendio. E’ la mafia che transenna le strade al posto della polizia locale, che gestisce i parcheggi e la guardianìa, che tesse una rete di relazioni tra il mercato della frutta e il cimitero, che si infiltra nell’azienda municipalizzata per la raccolta dei rifiuti, che alla bisogna ti porta a domicilio la “pallina” di cocaina o di “fumo”.

Che ti fa il prezzo buono, così poi ritorni e ne compri di più.

Che ci tiene al cliente, ci tiene che sia soddisfatto, ci tiene a trattarlo bene, ci tiene che tutti rimangano contenti.

E’ la mafia “Mr. Wolf”, che nel film di Quentin Tarantino Pulp fiction, “risolve problemi”.

E’ la mafia “agenzia di servizi”.

La mafia come “agenzia di servizi”, la “mafia di prossimità” è una definizione che proponiamo qui, frutto della nostra analisi giornalistica di decine di indagini della magistratura e di altrettante indagini fatte col metodo giornalistico dello studiare le carte e trovare riscontri nella realtà. Questa è una definizione che irrita molto i pubblici amministratori, perché la mafia di prossimità è prossima ai cittadini alle imprese e soprattutto è funzionale alle amministrazioni pubbliche.

Non a caso le decine di querele che ho ricevuto in questi ultimi tre anni arrivano dal mondo della politica.

Di questo volto amico della sacra corona unita come agenzia di servizi qui sulle pagine del Tacco abbiamo scritto tanto, e anche teorizzato parecchio, intravvedendo tra le righe delle ordinanze di custodia cautelare di operazioni come “Diarchia”, “Tam Tam”, “Coltura”, e poi “Tornado” e “Contatto”, una evoluzione dei rapporti tra le reti criminali e i territori.

Sono rapporti densi di interessenze, di reciproci vantaggi. La mafia di prossimità non trova in questi piccoli servizi grande guadagno, ma sono servizi di prossimità che servono alla mafia per creare consenso, radicarsi sul territorio, gestire pacchetti di voti, e in cambio vincere bandi pubblici, poi assicurarsi di poter piazzare senza contraccolpi grosse partite di droga. Arriva dalla Calabria la droga e viene venduta anche porta a porta. Il grosso del business è sempre quello.

Questa mafia di prossimità occupa i posti lasciati vuoti dallo Stato: in “Tabula rasa” il capo del clan Sambito viene assunto dalla municipalizzata (e fa carriera in pochi anni bruciando le tappe) perché nessun richiede il suo certificato penale. Eppure tutti sanno chi è.

Le transenne per circoscrivere l’area in cui si svolgono le riprese del film di Sergio Rubini prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci, vengono posizionate dal clan. Eppure tutti sanno che lì si sta girando un film e che per farlo, sono obbligatorie le autorizzazioni per occupazione di suolo pubblico, la presentazione di un piano di emergenza e antincendio, è necessario comunicare alla questura, ai Vigili del fuoco e ai vigili urbani il timing preciso delle attività.

A Taranto, invece, basta la parola:

“Vabbe’ non ti preoccupare di chiedere o non chiedere. Andiamo e giriamo, capito? Non c’è problema, là”.

A Taranto, il cognato di Antonio Sambito, boss dell’omonimo clan, si mette a disposizione:

“Sono a vostra completa disposizione, se è qualche cosa basta chiamare questo numero”.

E basta chiamare quel numero per scegliere le location dove fare le riprese.

Eppure la Puglia vanta una delle più apprezzate “Film Commission” in Italia, che è nata proprio con l’obiettivo di attrarre produzioni cinematografiche per distribuire valore sul territorio: ma la “Production guide” messa a disposizione dall’ente pubblico non è competitiva ed efficiente quanto il clan Sambito.

Che porta a domicilio anche cocaina e “fumo” per diversi dipendenti della produzione cinematografica. Incluso il regista Sergio Rubini, che vuole il “fumo” (tanto emerge dalle intercettazioni di un intermediario), quello che solo la mafia ha.

Su queste pagine da molti anni sosteniamo l’urgenza e la necessità di liberalizzare la vendita delle droghe cosiddette “leggere”, anche per uso ludico (personalmente sono per la liberalizzazione di tutte le droghe, ma in questa sede non voglio spingermi oltre).

Normare la vendita, significa sottrarre lauti guadagni alle mafie.

Questa inchiesta della DDA di Lecce – pm Nilto De Nozza, gip Edoardo D’ambrosio – lo dimostra plasticamente.

Un’inchiesta controcorrente e coraggiosa, che scontenta tutti, perché qui non ci sono cittadini da liberare dal giogo della mafia, non ci sono vittime e non ci sono carnefici.

Qui sono tutti complici e tutti contenti. Ognuno, in questo film dell’orrore, recita diligentemente la sua parte e trova il suo personale tornaconto.

Rubini non è indagato. Neanche Domenico Procacci, titolare della casa di produzione Fandango. Ma quanto puzza di mafia questo loro prodotto culturale, figlio di una terra che quotidianamente scende a patti con la SCU, la riconosce, la cerca, la vuole e gli va benissimo così.

 

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Marilù Mastrogiovanni

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