Clan Sambito, a Taranto traffico di droga sotto copertura: contatti nel mercato della frutta. Cessioni anche alla troupe del film

DOSSIER/5 Il capo del gruppo, Antonio Sambito, sfruttava la qualifica di coordinatore degli operatori ecologici della municipalizzata Amiu e organizzava forniture e consegne quando raggiungeva il sito Me.Ta. Fornitori dalla Calabria. Prezzo all’ingrosso: da 1.300 euro al chilo per l’hashish a 35mila euro per la cocaina. Ricostruita anche la consegna di fumo chiesta dal regista Rubini.

 

Di Stefania De Cristofaro

 

 

TARANTO – Sotto copertura, Antonio Sambito, ritenuto a capo dell’omonimo clan di stampo mafioso a Taranto, riusciva ad organizzare e gestire il traffico di droga: secondo l’accusa, sfruttava la qualifica di coordinatore degli operatori ecologici all’interno dell’Amiu, la società del Comune per la raccolta dei rifiuti, e quando raggiungeva per lavoro il mercato ortofrutticolo Me.Ta, imbastiva contatti per forniture e consegne di cocaina e hashish.

Cessioni a piccole dosi, anche ad alcuni componenti della troupe cinematografica impegnata nelle riprese del film “Il grande spirito”, girato nel capoluogo a fine 2017. Fumo pure per il regista Sergio Rubini, secondo quanto emerge dagli atti dell’inchiesta della Dda.

 

LA CESSIONE DI HASHISH AD ALCUNI COMPONENTI DELLA TROUPE DEL FILM

Nell’ordinanza di arresto ottenuta dal pm Milto Stefano De Nozza e firmata dal gip Edoardo D’Ambrosio, è stata ricostruita la cessione di “quattro palline di cocaina e di sei grammi di marijuana”, per in valore di 50 euro, a soggetti “non identificati, tutti facenti parte della casa di produzione cinematografica” impegnata nelle riprese del film “Il grande spirito”, per la regia di Sergio Rubini. L’inchiesta Tabula Rasa ha svelato che il clan Sambito gestiva in regime di monopolio l’attività di guardiania dei mezzi impiegati dalla società Fandango, così come quella di reclutamento delle comparse. E si occupava persino di chiudere le strade destinate a diventare location per le riprese, in sostituzione della Polizia locale.

“Nel corso delle riprese cinematografiche, il 5 dicembre 2017”, c’è un contatto tra Claudio Pugliese e un “soggetto della produzione” (del quale sono indicate le generalità, ma non risulta indagato), il quale chiede di “reperire stupefacente, del tipo hashish per il regista e tal proposito consegna la somma di 30 euro”. É bene precisare che nessuna contestazione è stata mossa nei confronti di Rubini, uno dei più importanti e apprezzati registi del cinema made in Italy. Il suo nome compare nell’informativa della Finanza per spiegare il capo d’imputazione contraddistinto dal numero 14, vale a dire lo spaccio in concorso, contestato a Claudio Pugliese, cognato di Antonio Sambito, e ad Angelo Lupoli. Pugliese è finito in carcere, mentre per Lupoli il gip ha disposto l’obbligo di presentazione.

Pugliese, dopo aver ricevuto la telefonata, a sua volta contatta due persone, tra cui Angelo Lupoli (per il quale il gip ha disposto l’obbligo di presentazione), con l’auto dei quali contattava uno spacciatore della zona per avere “almeno cinque grammi di hashish”.

Pugliese, intercettato nella sua auto, chiama una persona e dice:

“Che Sergio Rubini vuole il fumo, mi ha chiamato Andrea e mi ha dato venti euro per il fumo”.

Il suo interlocutore:

“Possiamo andare da Carmelo, il figlio di Ciro il bandito”, è il biglietto da visita che viene dato.

“Mi ha dato 30 euro, dobbiamo andare a vedere dove sta il fumo”, dice Pugliese a Lupoli. I contatti permettono di arrivare a uno spacciatore che ha “fumo forte”. Pugliese: “Fammi fare bella figura eh!”. Lo spacciatore: “Gli do un bel, in bel cinque misura di fumo forte, questo assai l’ho pagato, a venti lo sto dando, anzi ai clienti lo sto facendo a 15”. Pugliese ribadisce: “Vedi che… Rubini proprio!”. Lo spacciatore: “Eh lo so”. Di nuovo Pugliese: “Ha detto che vuole fumare”. L’altro: “Tengo il fumo forte”. Pugliese ancora: “É buono e io quello voglio! Che lo devo portare, che un domani questo chiede la cento euro, perché questo mo, in poche parole, la vuole provare”. L’altro dice: “Piglia pure un 50 grammi, levagli 120 euro e io abbusco una bella studicaria per me”.

Nessun dubbio per il gip, rispetto alla contestazione, tenuto conto degli indizi raccolti dai militari della Guardia di Finanza: “É dato evincere che Claudio Pugliese, con il contributo materiale e morale di Angelo Lupoli, si procurano e cedono ad alcuni membri della troupe cinematografica (alla quale prestavano assistenza), le sostanze stupefacenti.

Dalle ambientali ascoltate sempre in auto, “sarebbe emerso che anche nei giorni successivi, “Pugliese e Lupoli avrebbero spacciato hashish e cocaina a dipendenti della produzione cinematografica impegnati nella città di Taranto”.

 

IL TRAFFICO DI SOSTANZE STUPEFACENTI

Il narcotraffico era la maggior fonte di realizzazione di proventi illeciti per l’associazione di stampo mafioso, guidata oltre che da Antonio Sambito, alias Bubù, dal fratello Cataldo, detto U’ Ringo. Tandem perfetto, stando a quanto scoperto nell’inchiesta Tabula Rasa, l’ultima della Direzione distrettuale antimafia, sulla città di Taranto, partendo dagli accertamenti condotti dalla Guardia di Finanza. Il gruppo si occupava degli approvvigionamenti all’ingrosso della droga, “utilizzando corrieri che facevano giungere i quantitativi presso il mercato della frutta chiamato Me.Ta, in località Lido Azzurro”, si legge nell’informativa consegnata al pubblico ministero e riportata nell’ordinanza di custodia.

Nel mercato Antonio Sambito, “si recava costantemente per sovrintendere alle attività degli operatori ecologici dell’Amiu”. Essendo coordinatore della squadra, era “libero di muoversi in ambito cittadino e quando raggiungeva il mercato assumeva contatti con vari soggetti, alcuni dei quali rimasti senza nome, con i quali organizzava forniture e consegne”, di cocaina e hashish soprattutto.

Nel settore degli stupefacenti “lavorava anche Claudio Pugliese”, cognato di Antonio Sambito: mentre Cataldo Sambito coadiuvava il fratello sovrintendendo alla ricezione e alla consegna della droga, Pugliese “avvalendosi della collaborazione di Giuseppe Masella, alias Peppe à Carota, si occupava materialmente della ricezione dello stupefacente e della consegna ai destinatari, piuttosto che ad altri consociati che a loro volta attendevano allo spaccio, quali Giuseppe Gentile, alias Pippetto, e Giovanni Giuliani, detto Porcellino”. Quest’ultimo per la vendita di hashish poteva contare su altre due persone, indicate solo con il nome, Marco e Franco. Masella interrompe i rapporti con i fratelli Sambito in seguito a un litigio e si dedica all’attività lavorativa di saldatore, alle dipendenze di un’impresa del posto.

Nella ricostruzione dell’accusa, “rilevante appare anche la figura di Barbara Pugliese, compagna del dominus Antonio Sambito e sorella di Claudio Pugliese”: “fungeva – si legge – da cassiera del sodalizio, tant’è che a lei che il fratello consegna le somme di denaro provento dello spaccio. Denaro che Sambito investe per pagare nuove forniture di stupefacenti. La donna non è destinataria di alcuna misura restrittiva. E’ rimasto non identificato un uomo che aveva il compito di custodire le partite di stupefacenti e che, stando a quanto verificato dai finanzieri, risiede a Taranto.

Quanto allo spaccio sul territorio, le cessioni in dosi oppure di interi “panetti” erano affidate a Giuseppe Gentile, per l’hashish, mentre Giovanni Giuliani, risulta “addetto alla cocaina, non disdegnano di porsi come spacciatore di fumo, quando viene a conoscenza che l’altro impiega molto tempo a smerciare i quantitativi affidati.

 

LE INTERCETTAZIONI: “COMBÀ, CON QUESTO PUOI FUMARE 7-8 MESI”

Tra le intercettazioni trascritte e riportate nel provvedimento di custodia cautelare, c’è quella del 20 febbraio 2017, ascoltata in ambientale, nell’auto di Claudio Pugliese, mentre si reca al cimitero di San Brunone di Taranto, per aprire la cappella gentilizia della confraternita per la quale funge da custode: “Combà, na prendi, con questo puoi fumare sette-otto mesi”, dice rivolgendosi a un collega di lavoro.

E questi ribatte: “Ma che sei malato? A chi la devi dare questa?. Pugliese:

“La devo portare, 30 chili di questa. Mo la devo andare a lasciare, ma mica è solo questo. E’ assai il danno, che hai paura?”.

Non sono stati definiti con certezza né il luogo della consegna, né il destinatario.

 

IL COSTO DELL’HASHISH: “ALL’INGROSSO, 130 EURO AL CHILO; AL DETTAGLIO 160-170 EURO”

Nella giornata del 4 marzo, sono state registrate una serie di telefonate e di incontri tra Giuseppe Gentile e Claudio Pugliese, connessi alla “consegna della droga: i due fanno conteggi relativi alla fornitura. Gentile dice: “Io mo ti porto il quaderno da casa”. Pugliese:

“Gli hai dato 39mila euro”. E ancora: “A 13 ho detto”.

Secondo il gip gli elementi raccolti dai finanzieri “consentono di ritenere fondata, alla stregua del criterio della gravità indiziaria, l’ipotesi investigativa, dato che sia Pugliese che Gentile fanno evidentemente riferimento a una fornitura di hashish, anche con linguaggio esplicito”. Entrambi “confermano la quantità della sostanza ceduta, i riferimenti espressi al peso, vale a dire 30 chilogrammi, e il costo complessivo dell’operazione, pari a 39mila euro, in base al prezzo all’ingrosso di 130 euro per ogni panetta di 100 grammi e quindi 1.300 al chilo”. Prezzo al dettaglio – così come scrive il gip – pari a “160-170 euro al chilogrammo, praticato da Gentile”.

Anche in questo caso “il coinvolgimento dei fratelli Cataldo e Antonio Sambito risulta provato: il primo dà disposizioni preliminari a Pugliese, circa la destinazione di una parte del carico a Gentile, inoltre quest’ultimo a lui fa riferimento quando si lamenta con Pugliese di non essere stato avvisato con congruo anticipo dell’ingente fornitura”. “Antonio Sambito, invece, è direttamente coinvolto nella determinazione del prezzo della fornitura e nella sollecitazione del relativo pagamento”.

 

IL COSTO DELLA COCAINA: “ALL’INGROSSO 35MILA EURO AL CHILO; AL DETTAGLIO 50MILA” 

Le conversazioni intercettate hanno dimostrato anche forniture di cocaina, la cosiddetta “bianca”, svelandone i costi, con base pari a 35mila euro al chilo, variabile a seconda della qualità e dello stock chiesto, sino ad arrivare a 50mila euro al chilo, per la vendita al dettaglio.

Il 14 maggio 2017, Giuliani si reca al mercato Me.ta, per incontrare Antonio Sambito: il colloquio consente di apprendere che “Porcellino (Giovanni Giuliani, ndr) chiede a Sambito 200 grammi di cocaina per soddisfare una richiesta urgente di un cliente e che avrebbe pagato per contanti la somma di diecimila euro”. Ma Sambito non dava l’ok. In un’altra circostanza, Giuliani si lamenta per essere nuovamente rimasto sprovvisto di cocaina e sollecita una nuova consegna, “apprendendo che era un arrivo da fornitori della Calabria”. Volendo, poi, dirimere qualsiasi dubbio sulla sua solvibilità dei pagamenti, sottolinea che, sino a quel momento, aveva consegnato a Claudio Pugliese la somma di 90mila euro:

“Lo sai quanto gli ho dato? 90mila euro”.

Stando alla contabilità tenuta dai finanzieri, “con quella somma avrebbero acquistato almeno tre chili di cocaina”. Lo stesso Giuliani rimarca che, nel caso fortuito in cui avesse avuto difficoltà nel reperire il denaro in contanti, “Sambito si sarebbe potuto rivalere sui beni di sua proprietà”, indicati in un’auto e in locali commerciali. “Male male, ti prendi la macchina e poi tengo locali. Tu con emi i soldi non li devi pensare, qual è il problema”.

I fratelli Sambito, secondo quanto scrive il gip, avevano collaudato un “rapporto fondato sulla subfornitura in conto vendita, ossi a credito”, potendo contare su Giovanni Giuliani.

 

IL RISCHIO IN CASO DI ARRESTO E SUCCESSIVA CONDANNA: “VENTI ANNI IN CARCERE”

Entrambi dimostrano di essere perfettamente a conoscenza del rischio che corrono in termini di arresto e successiva condanna, con l’accusa di traffico di stupefacenti:Là vai a prendere 20 anni di 74”, dice Giuliani a Sambito, commentando una perquisizione seguita dagli agenti della questura di Taranto in alcune palazzine. Il “74” è riferito al reato di cui all’articolo 74 del Dpr 309/90, posto alla base della contestazione. Temevano che oltre all’impiego di un elicottero, fossero stati usati i droni:

“Quelli hanno cose sofisticate”.

 

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Stefania De Cristofaro

Giornalista per passione e professione. Nata a Napoli, brindisina d'adozione, laurea in Scienze politiche e relazione internazionali all'Università del Salento

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