Prima di George Floyd, fu Ernest Sayon

Staten Island, NY – Il 29 aprile 1994, il 22enne afroamericano fu ammazzato da agenti di polizia durante un arresto avvenuto fuori dai palazzi di Park Hill con modalità fortemente simili a quelle con cui il poliziotto Derek Chauvin ha ucciso George Floyd, pochi giorni fa, a Minneapolis.

 

Ernest Sayon, liberiano, era nato a Brooklyn il 9 settembre 1971. Viveva con la sua compagna a Park Hill e aveva due figli. Era stato arrestato il 21 ottobre 1992 per possesso di stupefacenti e resistenza, condannato e messo in libertà vigilata per tre anni.

La sera del 29 aprile, Sayon muore nelle mani della polizia. La rivista Advance, il giorno dopo, riporta quanto segue:

“Un 22enne di Clifton è deceduto, la scorsa notte, dopo uno scontro con alcuni agenti”.

La polizia riferisce che l’uomo ha subito un trauma cranico per aver lottato con un ufficiale, ma alcuni residenti del quartiere dicono che Sayon è stato picchiato (New York Times, 30 aprile 1994)

Tee Grey, un 36enne di Clifton, raccontò di aver visto “Sayon camminare e di aver udito, a un tratto, un fragore come fosse lo scoppio di un petardo”.

Anche gli agenti (che erano sul posto per una retata antidroga) hanno sentito l’esplosione. Uno di loro ha estratto la pistola, ha fatto un giro di controllo e ha incontrato Sayon e un’altra persona. Donald Brown – il poliziotto, anch’egli di colore – ha intimato ai due di fermarsi. Secondo la polizia, Sayon ha fatto resistenza e ne è nata una colluttazione. (The New York Times, 30 aprile 1994)

Ma Grey smentì:

“Un poliziotto inseguì Sayon, lo ammanettò e iniziò a picchiarlo con la pistola”.

Anche Wanda Emptage ha confermato di aver visto più agenti picchiare il 22enne. Bloccato dalla polizia alle 18.00, Sayon fu dichiarato morto alle 19.00 al “Bayley Seton Hospital”. La causa della morte non venne stabilita. (New York Times, 30 aprile 1994)

Gli ufficiali direttamente collegati all’incidente – Donald Brown, 31 anni; Sgt. John Mahoney, 36 anni e l’ufficiale Gregg Gerson, 25 anni – furono temporaneamente assegnati al servizio amministrativo.

John Miller, vice commissario, ha ricordato che, tempo addietro, Ernest Sayon era stato arrestato e rilasciato su cauzione per sparatoria (The New York Times, 30 aprile 1994)

L’evento innescò una marcia di protesta da parte dei residenti, convinti di essere tutti potenziali vittime della brutalità degli agenti.

La polizia ha schierato 120 ufficiali in tenuta antisommossa, tra cui unità di Brooklyn, Bronx e Manhattan. Non ci sono stati scontri, ma le tensioni sono aumentate. Si sono uditi otto colpi di pistola e sono stati perquisiti i tetti della zona (New York Times, 30 aprile 1994)

Il 10 maggio, il medico legale Charles Hirsh dichiarò che Sayon era morto a causa di “asfissia per compressione del torace e del collo mentre era ammanettato e steso a terra” e che non aveva ricevuto alcun colpo diretto alla testa. I risultati della perizia trasformavano ufficialmente il caso in omicidio e confermavano che Sayon, inoltre, non era sotto effetto di alcol o droghe al momento della morte.

“Voglio giustizia, la voglio adesso” furono le prime parole di Masita, la madre di Ernest. Nei giorni che seguirono la sua morte, ci furono quasi una dozzina di arresti. I manifestanti si radunarono presso il quartier generale della polizia di New York chiedendo un’indagine imparziale.

Un grand jury fu convocato a partire dal 23 maggio 1994, ma solo 2 o 3 giurati su 23 erano di colore.

Il medico legale ha stabilito che la morte di Sayon è stata un omicidio, un termine medico che significa che Sayon è morto almeno in parte a causa delle azioni di un’altra persona. Ma il risultato, che di solito viene portato davanti a una giuria, non si traduce automaticamente in accuse penali (The New York Times, 11 maggio 1994)

I tre ufficiali rinunciarono all’immunità dicendosi sicuri di aver agito correttamente. La corte iniziò ad ascoltare dozzine di testimoni. In quei giorni, Advance titolava e si chiedeva: “la polizia era giustificata all’uso della forza o ha tolto la vita a un uomo?”.

Tabby Ames, 20 anni, di Clifton, disse di essere un testimone oculare e di aver visto diversi ufficiali colpire Sayon anche dopo averlo ammanettato. Aggiunse, inoltre, di aver visto l’agente John Searls, in piedi, mentre diceva agli altri poliziotti di fermarsi: “basta, basta, mettetelo nel furgone” avrebbe ripetuto Searls.

Hector Medina, 22 anni, ha riferito che dalla sua finestra su Park Hill Avenue, aveva visto gli ufficiali picchiare Sayon e caricarlo su un furgone. Hanno percorso la via e si sono fermati come per rimuoverlo dal veicolo. “Era come se stessero cercando di vedere se fosse vivo”.  (The New York Times, 1° maggio 1994). Un alto funzionario della polizia ha respinto le accuse secondo cui ci vollero  fino a 17 minuti per portare Sayon al “Bayley Seton Hospital”. Negò anche che gli agenti si fossero fermati lungo il tragitto. Il funzionario, che ha mantenuto l’anonimato, ha affermato che le trasmissioni radio della polizia indicavano che gli agenti si erano fermati solo brevemente per verificare le condizioni del trasportato. Il viaggio durò solo quattro minuti. (The New York Times, 6 maggio 1994)

Il quotidiano newyorkese raccolse anche la testimonianza di un autista di ambulanza che aveva cercato di assistere Sayon che giaceva sanguinante sul marciapiede. I poliziotti, racconta, gli avevano intimato di starne alla larga.

L’autista ha consegnato la sua versione dell’incidente agli investigatori del Civilian Complaint Review Board (Ccrb) – Consiglio di revisione dei reclami civili dei cittadini che esamina le accuse di cattiva condotta della polizia. Due investigatori, parlando a condizione di anonimato, hanno affermato che l’autista ha sostenuto che gli era stato impedito di curare Sayon. Il servizio medico di emergenza ha riferito che un’ambulanza fu inviata sulla scena alle 18.01. Per la polizia, l’intervento fu respinto solo perché Sayon era già stato portato via. Ma i due membri del Consiglio hanno dichiarato che un’altra ambulanza aveva risposto pochi minuti prima all’appello, mentre Sayon giaceva immobile a terra. In ogni caso Sayon arrivò in ospedale in un furgone della polizia e morì un’ora dopo circa. (The New York Times, 4 maggio 1994)

Larry Webb – 33 anni, di Brooklyn – confermò alla giuria che stava camminando con Sayon e Louis Rodriguez quando, lungo Park Hill esplose un petardo alle loro spalle. “C’era molta attività di polizia nell’area”. Quando gli agenti avvicinarono i tre uomini, Rodriguez – secondo la testimonianza di Webb – fu ammanettato e un altro ufficiale – Donald Brown – interrogò Sayon.

Secondo il racconto di Webb, l’agente puntava una pistola dietro la testa di Sayon mentre lo stesso esclamava: “Non ho fatto niente. Non ho niente addosso”. In quel momento, Brown lo colpì in testa con l’arma e Sayon finì a terra, dove giaceva con un ginocchio sul petto, girato e ammanettato.

All’inizio di giugno del 1994, un memorandum del Civilian Complaint Review Board indicava che gli ufficiali coinvolti nella morte di Sayon non avevano l’autorità legale per effettuare l’arresto. Allo stesso tempo, la polizia sostenne che i tre ufficiali usarono la forza “necessaria” per sottomettere un 22enne che pesava 240 chili e che aveva una precedente condanna per droga.

Seguì una lunga estate di ritardi, con la giuria che non si riunì per mesi. Furono ascoltati circa 80 testimoni, molti dei quali sostennero di aver visto la polizia picchiare e soffocare il giovane residente a Park Hill.

Dopo sei mesi, l’inchiesta si concluse. La giuria sollevò gli agenti di polizia legati alla morte di Sayon da qualsiasi illecito criminale. Il procuratore distrettuale di Staten Island, William L. Murphy, affermò che la giuria riteneva che gli agenti avessero agito in modo appropriato contro “un uomo molto pericoloso in una situazione molto pericolosa”. Il giorno successivo Brown dichiarò: “rifarei tutto, so di non aver fatto nulla di male”.

Anche un gruppo di tre membri del Ccrb, successivamente, riabilitò gli ufficiali di Staten Island in relazione alla morte di Sayon. Idem il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti che liquidò la faccenda.

All’inizio del 1995, l’agente Brown tornò a sorvegliare lo stesso quartiere dove morì Sayon.

I can’t breathe

L’assassinio di Minneapolis ha riaperto le ferite mai sanate di Staten Island. Domenica 31 maggio 2020, i manifestanti per George Floyd si sono radunati fuori dagli appartamenti Park Hill – dove Sayon è morto più di 26 anni fa – e hanno ripercorso quegli stessi passi. Più di 100 persone hanno inneggiato al Black Lives Matter e scandito gli slogan mani in alto, non sparare e niente giustizia, niente pace, mentre i residenti esprimevano sostegno dalle finestre delle case e gli automobilisti suonavano il clacson per incoraggiarli. Anche numerosi ufficiali del New York Police Department (Nypd) hanno sfilato al fianco dei manifestanti.

Intanto, in quel pomeriggio, diventava virale il  video del 21enne Justin Williamson che parlava direttamente agli agenti invocando una loro attestazione di solidarietà alla protesta non violenta.

https://twitter.com/alexismarzo/status/1267201596301197312

Come show some love to us (“venite a dimostrarci un po’ di amore”) diceva al megafono.

E così è stato: pochi secondi dopo, Kenneth Corey, comandante del Distretto di New York, è andato a stringere la mano ai manifestanti e li ha elogiati.

“Dobbiamo dare tutto il merito ai giovani che hanno organizzato queste marce, che hanno sottolineato la necessità di protestare pacificamente, che sono venuti, come hanno detto, ‘in pace e amore’ e che sono impegnati a costruire un dialogo costruttivo. Anche noi siamo indignati per la morte di George Floyd, una morte completamente inutile, evitabile e assolutamente criminale. Che Staten Island sia un esempio da seguire per gli altri: lasciamo che si incontrino i leader di ogni estrazione sociale in modo che possiamo continuare a sentirci come membri di un’unica comunità. Abbiamo costruito così tante relazioni qui a Staten Island negli ultimi anni. Dobbiamo continuare a rafforzarle. Lavorando insieme, possiamo trovare una via d’uscita e creare una Staten Island migliore per tutti”.

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