Non respiro

Accadono cose importanti, che ci segneranno per molto tempo a venire, anche se la stampa italiana non ne parla molto.

Sono giorni di rivolta, il video della morte in diretta dell’afroamericano George Floyd, morto asfissiato sotto la presa crudele di un poliziotto, in pieno giorno, su un marciapiede della città di Minneapolis, ha scatenato una guerriglia urbana di dimensioni inaspettate.

L’ennesimo omicidio di un afroamericano per mano di un poliziotto ha risollevato un problema culturale importante negli Stati Uniti (e nel mondo): il problema del razzismo. I manifestanti hanno messo la città di Minneapolis a ferro e fuoco, sono riusciti ad entrare nel commissariato degli ex agenti coinvolti nella morte di Floyd e hanno dato alle fiamme l’edificio. Intanto le immagini dell’assassinio sono diventate virali e la loro brutalità ha scatenato l’indignazione del mondo. Le proteste contro il razzismo si sono allargate a macchia d’olio. Prima in diverse città degli Stati Uniti, compresa New York, le cui strade, da oltre una settimana, sono invase dalle rivolte dei cittadini. Poi nel resto del mondo. Flashmob in molte città europee, graffiti raffiguranti George Floyd sui treni in Belgio e sulle mura di Roma e Parigi. Centinaia di video dedicati a lui su youtube, profili social in blackout per 24 ore e perfino una coreografia dedicata a lui dalla Royal Opera House.

“I CAN’T BREATH”

Questa la frase simbolo della protesta contro una cultura razzista e imperialista che ha radici molto profonde e difficili da sradicare.

Intanto io, qui, lontano da tutto, torno pian piano a muovermi nella mia piccola città. Noto un certo sollievo nelle persone. Qui non si registrano nuovi casi di contagi Covid-19 da un mese, la paura sembra essere venuta meno, sono tutti più rilassati, per ora (cosa accadrà dopo l’arrivo, nelle ultime 48 ore, di ventimila persone qui in Puglia?). Eppure, con o senza mascherina, anche a me, confinata qui giù, manca il respiro.

La mia ragazza alla pari si chiede ad alta voce come sia possibile che, in un Paese così multietnico, ci sia ancora così tanto razzismo. Mentre un’amica, che lavora con i bambini, mi racconta che sui libri di testo delle scuole elementari c’è quasi sempre un racconto che parla di un bambino africano, il più delle volte in modo banale e melenso. Ha notato, inoltre, che questo scritto spesso viene assegnato come testo di lettura proprio a studenti afro-italiani

Mi chiedono di scrivere un pezzo sulla mia esperienza di lavoro, in questi ultimi anni, con gruppi misti di autoctoni e ragazzi rifugiati o richiedenti asilo ospiti del GUS. Devo correggere il testo: pare che in Italia non si possa più usare il termine “rifugiato”, ma nemmeno “richiedente asilo”. Sono solo dei beneficiari. Mi rifiuto di usare il termine “migrante”, perché chi fugge non è un migrante, ma un rifugiato. Perché scappa da morte certa in cerca di un posto dove vivere. In cerca di rifugio, appunto. Abbiamo leggi che denigrano e rifiutano persone in cerca di aiuto e tolgono finanziamenti a centri che svolgono un lavoro stupendo, di accoglienza, di inclusione. Chissà se potrò tornare presto a fare il mio lavoro, a portare ragazzi con diverse storie a conoscersi, a danzare insieme, a fidarsi l’uno dell’altro.

E sogno ad occhi aperti. Sogno una scuola pubblica che propone percorsi di inclusione sociale, danza e teatro tutto l’anno, a tutte le età, inseriti nel programma didattico.

Mi manca il respiro.

Apro i giornali. Leggo dell’ennesima bambina uccisa in Palestina. Aveva solo 4 anni, un proiettile l’ha colpita mentre giocava davanti a casa. Nessuno si è preoccupato di cercare il colpevole, nessuno ha dato giustizia alla sua morte. E’ morta perché era palestinese.

Leggo dell’ennesima donna ridotta in fin di vita qui, in Italia. Un normale articolo di cronaca parla di come sia stata presa a pugni dal marito usando la solita frase agghiacciante: “Dopo una lite in famiglia”. É in fin di vita perché donna.

Leggo di George Floyd, morto con il ginocchio di un poliziotto sul collo, soffocato mentre diceva ‘I can’t breath’ ‘non riesco a respirare’. E’ morto perché era afroamericano.

Mi manca il respiro.

Chiudo tutto e mi metto a cucinare. Ho di nuovo la dispensa vuota, devo fare la spesa. Non lavoro da febbraio e non ho idea di quando tornerò a guadagnare davvero. Penso al futuro. Il mio, come a quello di milioni di italiani.

Mi manca il respiro.

La vita di un essere umano è sacra. Chiunque esso sia. Quella di George ha scatenato una rivolta mondiale. E allora l’indignazione e la rivolta di questi giorni mi danno speranza. E in un attimo torno a sognare.

HO BISOGNO DI SOGNARE PER TORNARE A RESPIRARE.

Sogno che anche i cittadini Italiani, tutti,  finalmente si ribellino. Sogno che anche qui, come altrove nel mondo, una notizia di cronaca scateni l’inferno nelle piazze. Sogno che la gente si riversi nelle strade incazzata. Per l’ennesimo barcone affondato. Per il razzismo e la schiavitù nei nostri campi di pomodori. Per la tratta di esseri umani e la prostituzione forzata. Per un altro femminicidio tutto italiano. Per il diritto di vivere una vita degna. Per il diritto di inseguire i propri sogni.

“Fino a che tutti non sono liberi, nessuno è libero”
Martin Luther King

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