Confessioni religiose. Parte 3.

chierichietti

Al sud la religione ha ancora un valore sociale e politico forte. Spesso questo genera mostri, come me. Vent’anni di tormenti religiosi raccontati apertamente. Un viaggio a puntate in una mente malata.

 

Parte 1. L’incongruenza finale. https://www.iltaccoditalia.info/2020/05/11/confessioni-religiose-parte-1/

Parte 2. Riflessioni sull’esclusività italiana. https://www.iltaccoditalia.info/2020/05/18/confessioni-religiose-parte-2/

 

Parte 3. The last chierichietto.

Come tanti figli dei paesi del sud, andavo a messa con la nonna. Che spesso, nel pomeriggio, mi portava anche in una cappella vicino casa per recitare il rosario. Fino a 5-6 anni il tempo della messa era una tortura. Non sapevo di cosa parlassero, dovevo stare seduto immobile e i 45 minuti della celebrazione erano una rottura spaziale. Dopo i sei anni, iniziando a saper leggere, almeno potevo passare il tempo scrutando il foglietto con la liturgia che viene distribuito ogni domenica. Qualche anno più tardi iniziai i corsi di catechismo e avevo la possibilità di frequentare anche l’oratorio la domenica mattina. Allora la messa divenne solo l’attesa prima di poter andare a giocare a biliardino. Fino a che non diventai grande abbastanza per poter fare il chierichetto. Indossare quella veste bianca e rossa mi faceva sentire importante. Sedere accanto al prete sull’altare era come essere al centro della vita sociale del paese. Poi c’erano i funerali. Le campane a morto era come suonassero a festa per noi bambini perché potevamo andare ad indossare la tonaca, accompagnare il sacerdote a casa del defunto, riaccompagnarlo in chiesa, poi al cimitero e ancora indietro in parrocchia. Il premio erano mille lire. Poi arrivò un nuovo parroco il quale, devo dire con decisione assolutamente condivisibile, come ricompensa per il servizio svolto, invece della mancetta preferiva portarci a mangiare un gelato.

Tralascio le esperienze di prima comunione e cresima che in molti attendevano con ansia solo per i regali e per le celebrazioni in stile matrimonio. Arrivato ai primi anni delle superiori, si aprirono le porte dell’azione cattolica. Non più quella dei ragazzi dove si pregava e si giocava a biliardino, ma quella dei giovani, dove i percorsi e le discussioni diventavano più spirituali e profonde. Soprattutto, si iniziava ad avere un certo interesse anche per l’altro sesso. Ah! Ne ho viste di coppiette imboscarsi nei locali dell’oratorio. Ragazze e ragazzi di buona famiglia che assolutamente ci tenevano a salvaguardare l’onore e il buon nome. Ma nelle oscure stanze dell’oratorio si era protetti persino dai pettegolezzi: e giù a limonare. Non come quei senza dio del partito comunista, poi PDS, che si riunivano nelle sezioni del partito, per fare sesso tra di loro e fumare droga. Ora, chiunque abbia vissuto un minimo di esperienza politica lo sa: provate a flirtare una donna comunista e vedete se non vi passa la voglia di provarci per i successivi 20 anni. Femministe e incazzate, la danno solo a chi sa citare Il Capitale di Marx a memoria e a chi dichiara di considerare la ceretta uno strumento del potere capitalista per denigrare la figura della donna. Ognuno è libero di fare ciò che vuole, ovvio, ma mi faceva molto sorridere come le ragazze e i ragazzi comunisti godessero di pessima reputazione nonostante il loro fare molto morigerato. Le ragazze e i ragazzi dell’oratorio, invece, venivano considerati dei santi dall’opinione pubblica, nonostante spesso si dimostrassero di più larghe vedute. Ripeto, nessun giudizio, solo una riflessione su come la vita dei paesi sia strana.

Ero molto convinto della mia religiosità. Non perdevo una messa, una riunione di azione cattolica. Ogni sera i vespri con gli altri giovani. Campi scuola l’estate ed ero persino convinto di poter dialogare con Gesù. Ma quando mi parlavano di “rispetto per la gerarchia ecclesiastica” davo di matto. Non riuscivo a fare andare d’accordo, nella mia testa, il Vangelo con il Vaticano. Proprio non ce la facevo. E venivo guardato come un eretico. E forse anche per questo le ragazze di azione cattolica mi evitavano accuratamente.

Un episodio mi colpì particolarmente. C’era un ragazzo con un po’ di problemi fisici che frequentava l’oratorio. Chiamiamolo, con nome di fantasia, Luciano. A me faceva piacere passare del tempo con lui, per quanto possibile. E continuai a farlo anche quando decisi di non frequentare più la parrocchia. All’epoca, Pasquetta e Ferragosto si cercava di passarli insieme, andando in qualche pineta con panini e chitarre. I più grandi, di solito i responsabili dei gruppi giovani, avevano già la patente e accompagnavano anche noi sbarbatelli. Una sera, dopo aver recitato i vespri, tra una ventina di ragazzi si discuteva di cosa organizzare per l’imminente Pasquetta: “Andiamo lì, partiamo a quest’ora, portiamo questo, compriamo quest’altro”. Ad un tratto, improvvisamente, uno dei responsabili iniziò a sbraitare: “Basta! Non facciamo più niente. Cancelliamo tutto, sono stanco e non mi va di organizzare”. Con molti ragazzi ci guardammo basiti, ma c’era poco da discutere, chi aveva la macchina comandava in queste situazioni. Passò mezz’ora e il responsabile ci convocò di nuovo in cerchio vicino a lui: “Scusate per la mia reazione di prima, ma ho visto Luciano avvicinarsi e mi sono detto: se questo viene con noi poi chi se lo carica per tutto il giorno? Ora se ne è andato e possiamo organizzare tranquillamente”.

Rimasi sconvolto. Triste. Deluso. Non partecipai a quella Pasquetta. Nè alle successive. Avevo 17 anni e decisi di non andare più in chiesa fino a che non avessi chiarito con me stesso come stessero veramente le cose in questa strana cosa della religione. Che ci invita a seguire insegnamenti divini, ma è fatta di uomini che sbagliano. E propone di imparare ad amare dio seguendo e condividendo esperienze con gli stessi uomini che sbagliano. Una grande confusione. Sentivo le campane la domenica mattina ed era sgradevole non partecipare alla messa. Ma mi imposi di non farlo. Perché non volevo comportarmi da ipocrita: sarei tornato a frequentare la religione, eventualmente, solo con convinzione, e non per abitudine o per semplice esigenza di socializzare. Poi arrivò l’università, corso di laurea in fisica.

Continua…

biliardino

Sostieni il Tacco d’Italia!

Abbiamo bisogno dei nostri lettori per continuare a pubblicare le inchieste.

Le inchieste giornalistiche costano.
Occorre molto tempo per indagare, per crearsi una rete di fonti autorevoli, per verificare documenti e testimonianze, per scrivere e riscrivere gli articoli.
E quando si pubblica, si perdono inserzionisti invece che acquistarne e, troppo spesso, ci si deve difendere da querele temerarie e intimidazioni di ogni genere.
Per questo, cara lettrice, caro lettore, mi rivolgo a te e ti chiedo di sostenere il Tacco d’Italia!
Vogliamo continuare a offrire un’informazione indipendente che, ora più che mai, è necessaria come l’ossigeno. In questo periodo di crisi globale abbiamo infatti deciso di non retrocedere e di non sospendere la nostra attività di indagine, continuando a svolgere un servizio pubblico sicuramente scomodo ma necessario per il bene comune.

Grazie
Marilù Mastrogiovanni

SOSTIENICI ADESSO CON PAYPAL

------

O TRAMITE L'IBAN

IT43I0526204000CC0021181120

------

Oppure aderisci al nostro crowdfunding

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Info sull'autore

Francesco Ria

Ricercatore in una prestigiosa Università americana. Come il sottomarino sovietico di "Caccia a Ottobre Rosso" usa cambiare improvvisamente e senza motivo direzione. Di solito polemico solo per passare il tempo.

Articoli correlati

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!