Il Giudice Falcone e il senso del dovere in tempo di pandemia

di Maria Francesca Mariano*

“La mafia sbanda/la mafia scolora/la mafia scommette/la mafia giura/ che l’esistenza non esiste/ che la cultura non c’è/ che l’uomo non è amico dell’uomo/ La mafia è il cavallo nero dell’Apocalisse/ che porta in sella un relitto mortale/ la mafia accusa i suoi morti/ La mafia li commemora/ con ciclopici funerali/ così è stato per te Giovanni/ trasportato a braccia da quelli/ che ti avevano ucciso”.

scriveva la poetessa Alda Merini per l’omicidio del giudice Giovanni Falcone avvenuto a Capaci il 23 maggio 1992.

Quando il tritolo esplose sull’autostrada A29 che congiunge l’aeroporto di Palermo alla città, Giovanni Falcone era alla guida dell’auto in cui sedeva la moglie, la collega Francesca Morvillo, seguito dalla scorta. Quel tritolo squarciò il cuore delle Istituzioni con uno strappo violentissimo e parve la realizzazione profetica dal pensiero espresso più volte dal Giudice:

“Prima ti delegittimano, poi ti isolano, poi ti uccidono”.

Su chi fosse Giovanni Falcone, quale fosse il suo impegno nella gestione dell’amministrazione della giustizia, si è detto e scritto davvero tanto.

Forse si tace che quella morte avvenne nel centro di una catena di omicidi di mafia, che tendevano ad impedire alle menti più intuitive del tempo di comprendere che esistevano associazioni per delinquere diverse da quelle comuni, caratterizzate da un vincolo solidaristico interno più forte dei legami di sangue e su di essi prevalente, più ferreo di ogni storia amicale, fondato sull’omertà, sul silenzio assoluto, sul rispetto delle regole stabilite in una scala verticistica che saliva molto in alto, troppo in alto. Il primo pentito di mafia, collaboratore di giustizia, fu Tommaso Buscetta, e, nel confronto con Giovanni Falcone, permise allo Stato di capire quale struttura dinamica avesse questa diversa consorteria criminale, cosa fosse un uomo d’onore, nel senso bieco del termine, creando quelle smagliature che aprirono la porta dalla quale lo Stato entrò. Buscetta parlò perché, incontrando il Giudice Falcone, per la prima volta, incontrò lo Stato e conobbe la dignità dell’onore, nel senso puro del termine.

Ma anche Falcone capì che il successo delle mafie era dovuto al fatto di proporsi come modelli vincenti. Infatti affermò che lo Stato ce l’avrebbe fatta solo quando esso stesso sarebbe diventato un modello vincente, e questo certamente non accade quando “i mafiosi fanno il loro mestiere da un lato, i magistrati fanno più o meno bene il loro dall’altro e, alla resa dei conti, palpabile, l’inefficienza dello Stato”. L’analisi di Falcone era un’analisi realistica e severa dell’enormità del fenomeno di cui aveva colto l’esistenza e sul quale indagava incessantemente, fino al primo maxi processo contro Cosa Nostra per 475 imputati. Nella sentenza di quella Corte d’Assise si lesse per la prima volta che esisteva un’associazione per delinquere di stampo mafioso e cosa fosse lo stampo mafioso oggi trasfuso nell’art. 416 bis del codice penale. Questi sono gli arresti dell’evoluzione giuridica per noi ormai scontati, ma quando Falcone agiva, agiva per costruire un metodo, un pensiero, una strategia efficiente contraria e opposto a quella mafiosa. “Si muore generalmente perché si è soli” diceva il Giudice e quanta solitudine abbia attraversato il suo percorso lo sapeva solo il suo collega e amico Paolo Borsellino, che ebbe la sua stessa sorte, e con cui vi era una condivisione culturale rimasta alla storia. Si tratta dell’isolamento che patisce normalmente il Giusto, che è diverso dagli altri solo perché cammina sulla sua strada senza cercare scorciatoie.

Falcone aveva paura come ogni uomo, perché sapeva che coloro su cui indagava non si sarebbero fermati davanti a niente e avrebbero cercato di bloccarlo, e rifletteva sulla paura, dicendo: “L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza”. Convivere con la paura che pone ogni situazione ad alto rischio, controllandola e battendola. Falcone ha fatto ieri quello che oggi, in tempi di pandemia di coronavirus, hanno fatto i medici, infermieri, gli operatori sanitari: hanno semplicemente fatto il loro dovere, nello svolgimento del loro lavoro. Insieme al popolo invisibile degli operai della catena alimentare, che mai si sono fermati per sfamare la gente, le cassiere dei supermercati, immobili sulle loro sedie con file interminabili di gente davanti a pochi centimetri di distanza, i corrieri, i fattorini, i postini, i tassisti, i volontari che hanno portato cibo a persone in difficoltà o in quarantena e agli animali abbandonati o rimasti senza padrone.

Quello che accomuna Giovanni Falcone a costoro è la stessa traccia: fare il massimo che si possa fare nella propria situazione e nel proprio compito. C’è modo e modo di lavorare: c’è un modo di lavorare efficiente, preciso, quasi contabile, che dà quello che è richiesto, ma nulla di più; e ad ogni richiesta ultronea schiva, protesta, batte i piedi a terra, alza la voce, piagnucola, e magari ricorre a strategie di ferie, di congedi, di esoneri.

C’è un modo di lavorare che si dona, che non si nasconde, non fugge, non retrocede, è fiero e intrasigente, dà oltre il necessario e pretende da sé sempre di più: questo modello è il modello Falcone che oggi, nell’anno del coronavirus, è il modello dei medici attivi, di quelli morti in corsia appresso ai loro pazienti e di tutte le altre categorie che hanno retto il circuito sociale sfidando la paura e trasformando la necessità di esserci in puro coraggio. “È tutto un teatro” commentava Falcone con riguardo agli agenti che lo scortavano armati di tutto punto:

Quando la mafia lo deciderà mi ammazzerà lo stesso”.

Ho sempre pensato lo stesso pensiero. Spirito di servizio, ubbidienza allo Stato, smaterializzato dalle persone che lo rappresentano in questo o in quel momento storico, ma come idea di Stato, di ordine legale, che garantisce la parità dei diritti a tutti i cittadini liberandoli dal sopruso e dalla sopraffazione criminale di chi, come la mafia, crede di poter imporre il controllo del territorio con l’uso indiscriminato della violenza.

Nel mio testo teatrale “Falcone e Borsellino – storia di un dialogo” andato per anni in tournèe in tutta Italia (tuttavia mai rappresentato a Galatina), Paolo Borsellino, dopo la morte di Giovanni Falcone, si esprime così: “Ora io vorrei sapere. Vorrei avere tanta vita davanti per scovare chi è stato e trascinarlo in ceppi davanti alla Corte d’Assise per il giorno del giudizio. Ma chi troverei? Gli esecutori materiali, quelli che hanno portato l’esplosivo, che hanno tracciato il percorso, che hanno premuto il detonatore. Quella è gente senza pensiero e senza spirito, soldati smarriti nel buio. Io vorrei vedere i volti curati e seri di quelli che hanno impartito l’ordine di morte, vorrei conoscere il sentiero della strategia della strage, vorrei essere di fronte a chi crede che il problema si elimini con l’assassinio di chi rappresenta l’ostacolo e chi sia colui che vede un ostacolo in un giudice che serve lo Stato e fa il suo dovere”, una riflessione che ormai è entrata nel pensiero di chi usa pensare. L’immaginario collettivo identifica il Giudice Giovanni Falcone con questa sua espressione:

“A questa città vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”.

E altri uomini sono qui adesso. E altri uomini siamo noi. L’eredità viva di Giovanni Falcone, che nessun tritolo ha dissolto, è l’idea della giustizia lavorata, studiata, creata con dedizione e studio incessante, priva di cedimenti, indifferente alle corruzioni, schiva degli incarichi istituzionali per lusingare e ottenere il contraccambio, pura, coltivata fino all’estremo del sacrificio necessario. Nessun attentato può uccidere un’idea, anzi può trasformarla in un imperativo categorico facendola fruttare oltremisura. E questo dipende da noi che siamo rimasti.

*magistrata

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