Non chiamarmi “bambina mia”

di Thomas Pistoia

Non chiamarmi “bambina mia”. Non ti permettere.
Non sono né bambina, né tua.
Faccio il mio lavoro con coscienza. Sono una tua collega. Spesso sono tua sottoposta, tua dipendente, spesso tu sei il mio capo ed è raro il contrario. E spesso questa gerarchia non rispecchia i meriti, né professionalmente, né economicamente.
Più di una volta è accaduto che tu abbia raccolto i frutti del mio lavoro indebitamente, e a tutti è sembrato normale, nessuno si è scandalizzato.
Usi il termine “bambina mia” nello stesso modo in cui voi uomini usate termini più volgari, senza nemmeno curarvi di nascondere i riferimenti sessuali. Lo vedo da come mi guardi, da come, sul lavoro, vorresti farmi capire di essere in grado di “mettermi a posto”. Già, perché alla fine ragioni con quello e forse nemmeno te ne accorgi. Una donna, per te, ha la sua collocazione ideale soltanto sotto la scrivania, o in alternativa in un qualunque altro posto, purché con le gambe aperte. Ovviamente, se di bella presenza, altrimenti viene più semplicemente derisa.
Sai, invece, qual è la verità? Sei solo un porco. E vali poco, vali meno di niente.

Sul lavoro sono più brava di te, ti surclasso, non mi vedi neanche da lontano. Io riesco a fare quello che fai tu. Lo faccio meglio. Non riesci ad eguagliarmi.
Per questo, non devi chiamarmi “bambina mia”.
Non parliamo poi di quando ti faccio incazzare. Non parliamo di quando, nel difendermi, ti sconfiggo. Allora i termini diventano immediatamente più pesanti. Divento una troia, una zoccola, una puttana. Il veleno che ti faccio buttare con la mia sola competenza, col solo mio impegno a far bene il mio lavoro, ti fa andare in bestia e riesci a sfogarti solo apostrofandomi così.
Oh, uomo, so bene cosa mi faresti, se potessi! Non fatico a immaginare le scene da kamasutra nelle quali mi coinvolgeresti. A parole. Perché, te lo ripeto, sei poco e vali meno di niente. Quando te ne accorgi poi, usi la violenza: quella verbale, finché non degeneri. Dopo arrivano le botte, le armi, gli acidi e il fuoco, la morte. E allora in quel caso, troppo spesso, vinci tu. Ma solo in quel caso.
Però non mi fai paura lo stesso e non devi chiamarmi “bambina mia”, non devi farlo mai, specie sul lavoro. Sono una professionista, mi devi chiamare signora, anzi, se ho un titolo, devi usare anche quello: professoressa, dottoressa, avvocata, direttora, devi imparare a memoria i femminili di tutti i mestieri. E devi rispettarmi. Sempre.

Non sono né bambina, né tua.

Non obbedisco, non a te, soprattutto se mi chiedi di non seguire le regole. Ecco, ecco cosa sono, ora te lo dico cosa sono: una persona onesta. E, tra i mestieri che so fare, c’è anche quello di far rispettare la legge.
Posso essere UNA giudice. “Giudice” è un termine epiceno, significa che è promiscuo, senza genere, perché é così che dovrebbe essere la giustizia, unica e senza distinzioni. Posso essere una magistratA, per questa parola il femminile esiste, ma sai, non ha importanza, perché per te sarei comunque “bambina mia”. Ti sentiresti comunque capo, superiore, tu, con la tua banducola, con la tua piccola mafia da ufficio, le scrivanie come mandamenti, i tuoi picciotti e i tuoi lacchè.
Ma se sono una magistrata e tu commetti un illecito, ti denuncio, ti perseguo, perché è il mio mestiere, è il mio dovere, è quello che so fare meglio.
Potranno capitare due cose, alternativamente, o addirittura nello stesso momento. Potrò diventare mio malgrado famosa, perché in questo paese chi svolge il proprio compito con buona coscienza diventa, stranamente, un eroe, nel mio caso un’eroina. Oppure potrà fare più notizia il tuo arresto, perché, paradossalmente, se la legge viene fatta rispettare da una donna, viene dato più rilievo al crimine del maschio.

Ma non fa niente, non mi importa. Se scoperchio il tuo vasetto di Pandora, te ne vai in galera.
Anche se c’è il rischio che un giorno tu ti possa in qualche modo vendicare, questo pensiero non mi ferma, perché sono una cittadina perbene e tu non mi fai paura.
Non chiamarmi “bambina mia”. Non farlo mai.
Sei troppo piccolo per potertelo permettere.

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor. Ha collaborato con Astorina per alcune storie di Diabolik.

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