Covid19, scarcerato ergastolano di Taranto: uccise poliziotto medaglia d’oro al merito civile

Francesco Barivelo era detenuto a Sulmona: è ai domiciliari per le disposizioni anti Covid 19. E’ stato condannato al “fine pena mai” per l’omicidio di Carmelo Magli, originario di Francavilla Fontana, nel ‘94. L’agente della penitenziaria aveva 24 anni, a lui è intitolato il carcere del capoluogo jonico. La figlia Lucia: “Ho il cuore che mi si contorce”. Il Sappe si appella al Capo dello Stato

 

Di Stefania De Cristofaro

 

TARANTO – A casa lo aspettavano moglie e figlie, una aveva la febbre. Il corpo senza vita di Carmelo Magli venne trovato sulla strada provinciale per San Giorgio Jonico, quella che l’agente penitenziario percorreva ogni giorno finito il turno di lavoro. Ammazzato. Ucciso a colpi di pistola e mitraglietta skorpion nel 1994. Aveva 24 anni: lo Stato gli ha riconosciuto la medaglia d’oro al merito civile, alla memoria. Nelle scorse settimane, 26 anni dopo, lo Stato ha scarcerato uno dei killer, Francesco Barivelo, condannato all’ergastolo, in applicazione delle disposizioni relative al contenimento del contagio da Covid 19 nelle carceri italiane, perché il detenuto è in precarie condizioni di salute.

 

La scarcerazione e l’emergenza sanitaria

Barivelo, 45 anni, è uno dei 376 detenuti italiani scarcerati da quando è iniziata l’emergenza sanitaria. La patologia di cui soffre lo pone “in una situazione di grave rischio”. L’ennesimo caso di fronte al quale ci si domanda che fine abbia fatto la giustizia. Se esista ancora la certezza della pena, la punizione dei colpevoli e se il sistema funzioni davvero. Perché se un uomo che si è macchiato di sangue per aver tolto la vita a un altro, può ritornare a casa, dalla sua di famiglia, quando c’è chi ha perso un marito, un padre e la felicità per sempre, allora qualche domanda bisogna farla. E qualcuno deve rispondere. La famiglia di Carmelo Magli ha diritto ad averle. 

 

Il dolore della figlia Lucia che oggi ha 27 anni

Il post di Lucia Magli

Lucia Magli ha 27 anni: è la figlia del poliziotto, è rimasta orfana del papà che aveva un anno appena. Ha affidato a un post sulla sua pagina Facebook il dolore misto a rabbia: “Non è mai successo che io mi esponessi su questo social con una cosa così personale. Faccio fatica a parlarne con le persone che mi sono vicine, figurati a parlarne su un social con più di 1000 amici. Ma qualcosa va detta e va detta a più persone. Perché voglio capire”, ha scritto.

“Ho 27 anni e da tutta la mia vita vivo senza sapere cosa significa avere un padre, non ce l’ho e non l’ho mai avuto, perché 26 anni fa lo hanno ucciso, me lo hanno portato via”, si legge nel post. “Sono stati dei criminali, gente senza scrupoli che ha deciso di rovinare la vita di una famiglia per sempre. Ora, dopo così tanto tempo, mi ritrovo questa notizia….“Scarcerato” “A piede libero” “Ritorna a casa”. Con tutta la fatica del mondo, con il cuore che mi si contorce e le lacrime che scendono giù, mi chiedo solo perché? Che significa questo? Come è possibile?”, chiede la ragazza.

“Non voglio dare la colpa a nessuno, non voglio attaccare le istituzioni, non voglio pensare che viviamo in un paese ingiusto, voglio solo capire cosa sta succedendo”

“Sono sempre stata dalla parte dei diritti umani, del pensare che anche chi ha sbagliato è degno di vivere la vita che si merita, ma così è troppo. Che diritto ha questa persona di vivere in libertà quando mi ha privato di mio padre, ha tolto a me, mia madre e mia sorella la possibilità di essere felici”. Tutto cancellato quella maledetta sera. “Perché vi assicuro, certe cicatrici rimangono a vita e in ogni giorno, in ogni momento felice e in ogni contesto la mancanza si sente e nessuno mai potrà ricoprire questo dolore. Questo però non conta di fronte alla libertà di questo individuo, che sembra avere molti più diritti di tanta gente perbene.
Io e la mia famiglia vogliamo delle spiegazioni perché questo ci sembra davvero troppo e, anche se mio padre non me lo ridarà più nessuno, meritiamo che la giustizia riconosca il giusto posto dei colpevoli”.

 

L’omicidio e la condanna all’ergastolo

Carcere di Taranto

I fatti, quelli documentati nel fascicolo del processo relativo all’omicidio di Carmelo Magli, raccontano di una condanna al “fine pena mai” inflitta dalla Corte d’Assise di Lecce nel 1995 a carico di Barivelo, riconosciuto come uno dei due killer in azione la notte del 18 novembre 1994. L’accusa di omicidio viene mossa in concorso con Osvaldo Mappa, poi diventato collaboratore di giustizia. Mappa diventa bersaglio di un agguato di stampo mafioso il 2 aprile 2008. Muore dieci giorni dopo.

Magli, originario di Francavilla Fontana, prestava servizio nella Casa circondariale di Taranto. Quella sera aveva terminato il turno 16/24. La figlia più piccola era a letto con la febbre. Pochi minuti dopo la mezzanotte, imbocca la strada provinciale San Giorgio Jonico. “Dopo neanche un chilometro due uomini a bordo di una moto di grossa cilindrata sparano contro l’auto di Magli che finisce fuori strada”: la ricostruzione dell’omicidio è riportata sul sito internet del Sappe, il sindacato autonomo della polizia penitenziaria, che ha denunciato per primo la scarcerazione di Barivelo.

 

Il movente e la criminalità organizzata tarantina

Il corpo crivellato di colpi viene ritrovato sulla strada, l’indomani mattina, da una pattuglia della polizia stradale. “L’omicidio di Carmelo Magli maturò durante il processo “Ellesponto” alla criminalità organizzata pugliese, come atto di intimidazione verso le forze di polizia”, si legge sempre sul sito del Sappe. Era stato deciso che sarebbe stato ucciso il primo agente uscito dall’istituto a fine turno. Carmelo Magli, fu il primo quella sera.

Secondo quanto accertato a conclusione del processo, il clan voleva impartire una lezione ai poliziotti ritenuti colpevoli di non garantire una detenzione dorata agli affiliati ristretti nel carcere di Taranto. I clan di Taranto fecero una scelta differente rispetto a quanto decisero di fare i mafiosi siciliani durante il maxiprocesso a Cosa nostra: questi ultimi optarono per il basso profilo, in attesa della sentenza, mentre i primi  fecero azioni eclatanti, di fatto dichiarando guerra allo Stato.

Mai chiarito chi fu il mandante. Processualmente, invece, sono stati accertate le responsabilità: Barivelo impugnava una pistola, mentre Mappa la skorpion.

 

Il detenuto e il matrimonio in carcere

Barivelo, dopo la condanna al carcere a vita, si è sposato. Sempre in carcere, a Sulmona. Il matrimonio è stato celebrato nel 2010 e dopo il rito civile, il detenuto ha potuto beneficiare di un permesso straordinario della durata di quattro ore da trascorrere assieme alla sposa.

Permessi premi per buona condotta sono stati riconosciuti a Barivelo nel corso degli anni. Assieme a quelli legati a una particolare patologia, la stessa che è stata alla base della scarcerazione per le misure anti contagio da Covid 19.

 

Il poliziotto vittima del dovere e medaglia d’oro al merito civile

All’agente Carmelo Magli, è intitolata la casa circondariale di Taranto. Magli, poi, con decreto del Ministero dell’Interno, è stato riconosciuto “Vittima del Dovere”, ai sensi della Legge 466/1980. E il 19 settembre 2017 è stato insignito della Medaglia d’Oro al Merito Civile alla Memoria. Con la seguente motivazione: “In servizio presso la Casa Circondariale di Taranto, con il proprio integerrimo comportamento ha confermato l’assoluta fedeltà agli Organi Istituzionali, nonostante la situazione particolarmente difficile esistente nel carcere, per la presenza di molti detenuti appartenenti a importanti cosche mafiose pugliesi e calabresi, che cercavano di condizionare lo svolgimento dei compiti di vigilanza”, si legge.
“Mentre faceva ritorno alla propria abitazione con la propria autovettura, al termine di un turno di servizio, rimaneva vittima di un agguato perpetrato da un commando appartenente a un’associazione a delinquere di stampo mafioso, perdendo tragicamente la vita. Splendido esempio di straordinario senso del dovere e di elevate virtù civiche, spinti fino all’estremo sacrificio”.

 

L’indignazione del Sappe e l’appello al Capo dello Stato

Donato Capece, Segretario Generale del Sappe (Sindacato Autonomo della Polizia Penitenziaria)

Ma di fronte alla scarcerazione del sicario di Carmelo Magli, che senso ha quella medaglia? Dov’è il riconoscimento dell’assoluta fedeltà agli organi istituzionali? Che fine hanno fatto i valori civili?

“Ci indigna sapere che Francesco Barivelo è di fatto in una situazione di libertà”

Dice Donato Capece, segretario generale del Sappe. “Altro che certezza della pena. Lo Stato abdica al suo primario compito di assicurare la giusta pena a chi uccide. È una vergogna che un assassino sia a piede libero. Le scelte in materia penitenziaria di questo governo sono gravi e offensive delle vittime della criminalità e dei loro parenti, che piangeranno sempre i familiari uccisi”.

“Mi appello al Capo dello Stato, Sergio Mattarella, affinché chi si è reso responsabile di crimini efferati ed è stato giudicato colpevole e condannato all’ergastolo sconti la sua pena in galera”. Barivelo, invece, è a casa. Mentre moglie e figlie di Magli sono state ferite nuovamente al cuore.

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