La paranza dei ragazzi di Brindisi

Giampiero Carvone, figlio di un rione di periferia, il Perrino di Brindisi, giustiziato a 19 anni. Killer sconosciuto. Omertà totale. Processo immediato per sei ragazzi, parenti fra loro, a conclusione dell’indagine parallela sulla tentata estorsione al padre della vittima e l’esplosione di colpi di fucile dietro la chiesa, alla presenza di bambini. Il questore: “Efferatezza tipica di contesti para mafiosi. Liturgia scenica il giorno dei funerali”

 

Di Stefania De Cristofaro

 

 

 BRINDISI – Davanti alla sua tomba, oltre ai fiori freschi e alle piantine, ci sono peluche, cuori, e il modellino di una Vespa di colore rosso. La sua moto. Ha ripreso a esserci il viavai di familiari e di amici. Giampiero Carvone aveva 19 anni, era il primo di tre figli: ucciso da ragazzi della sua età, della sua città e probabilmente del suo stesso rione, il Perrino, periferia di Brindisi che sembra sonnecchiare di giorno e risvegliarsi la notte. Nella notte fra il 9 e il 10 settembre dello scorso anno viene freddato sotto la sua abitazione, in via Tevere, con un colpo di pistola calibro 7,65 alla testa, sparato da qualcuno che resta ancora senza nome.

“Giustiziato per aver rubato un’auto, in un contesto criminale familiare”.

Un furto avvenuto la mattina precedente, il movente dell’omicidio.

 

Amici dinanzi alla tomba di Giampiero Cardone: ex voto con peluche, bigliettini, e fiori

L’OMICIDIO E IL CONTESTO SOCIO-CULTURALE

L’uccisione di Giampiero Carvone è la storia di uno sgarro da lavare con il sangue in un contesto socio culturale difficile. Storia di degrado e devianza giovanile in periferia che emerge dalla lettura degli atti dell’inchiesta condotta dalla Squadra Mobile di Brindisi, diretta dal vice questore Rita Sverdigliozzi. Le indagini hanno portato al giudizio immediato, sulla base dell’ “evidenza della prova”, per sei brindisini, accusati – a diverso titolo – di tentata estorsione, porto e detenzione di un fucile a canne mozze e spari in luogo pubblico. Prima udienza a giugno. Ma il nome del killer non c’è.

Non c’è neppure la pistola usata per l’omicidio e neanche il fucile: le perquisizioni non hanno consentito di trovare le armi.

 

GLI IMPUTATI

Sono imputati Giuseppe Lonoce, 37 anni; Stefano Coluccello, 28, colui che usava l’auto poi rubata (parente acquisito di Lonoce); Aldo Bruno Carone, 22; Eupremio Carone, 21 (sono fratelli);

Alessandro Coluccello, 32 (fratello di Stefano Coluccello) e Giuseppe Sergio, 21 (nipote dei fratelli Coluccello).

 

Il tatuaggio del padre Piero Carvone

NESSUNA COLLABORAZIONE

Ma non c’è stata collaborazione né da parte loro, né dei familiari del giovane, figlio di quell’asfalto dominato dai palazzoni che i residenti del Perrino chiamano “Le Torri”.

Svettano sugli altri condomini popolari e sulla chiesa. Il papà di Giampiero, Piero, si è fatto tatuare il viso del figlio sulla gamba destra: “Amore di papà, tu sei morto da stella, io sono morto sulla terra. Per sempre insieme”. Ha postato la foto

sui social. Appena può va al cimitero. Ha sistemato un paio di sedie apri e chiudi davanti alla lapide. Chi l’ha ucciso? Chi ha sparato?

 

 

LA VITTIMA E IL MURO DI OMERTA’

“Tanto quello dovrà rimanere sulla sedie a rotelle”.

Parole di rabbia pronunciate da uno zio del giovane, subito dopo aver appreso della morte. “Quello” resta senza nome. Nessuno degli amici ha consegnato alla polizia elementi concreti e utili per risalire all’autore o agli autori dell’omicidio che restano “ignoti”.

Ma poi, l’amicizia esiste? Quella vera?. E la famiglia, che valore ha in queste zone che sembrano terre di nessuno?

Domande legittime di fronte all’inchiostro dell’inchiesta che racconta l’omertà che resiste nonostante la morte di un ragazzo che solo un anno prima aveva festeggiato la maggiore età. Carvone si era diplomato all’istituto De Marco di Brindisi, non lavorava, e in tv e sui social seguiva il documentario “Es17”, su un boss della sua età che si chiamava Emanuele Sibilio. Aveva 19 anni, era il capo della “paranza dei bambini di Napoli”.

Non nascondeva, Carvone, che gli piacevano i soldi. Sono rimasti su Facebook i post, gli ultimi:

“Amo i soldi perché so benissimo che non mi tradiranno mai, hanno una doppia faccia proprio come le persone, ma non si vendono, loro si comprano”.

Giampiero Carvone

Qualcuno dei suoi amici o della cerchia delle sue conoscenze lo ha tradito in passato? Al Perrino ci si conosce tutti (o quasi). Possibile che nessuno abbia saputo, anche de relato, cosa sia successo quella maledetta notte di settembre? Per quale motivo nessuno ha parlato? “Qui non ci sono infami”, dicono dalle strade del quartiere. “Non ce ne stanno di canarini”, aggiungono quelli che si vedono in giro,  con la ripresa delle attività economiche, autorizzate nella cosiddetta fase 2, dopo il lockdown per il Coronavirus. I canarini sono quelli che cantano, che parlano, che raccontano. Sono gli amici delle forze dell’ordine. E diventano nemici. “Certo che lo conoscevo Giampiero”, dice un altro a passeggio con il cane. “Ma non so chi sia stato a ucciderlo e perché”, dice frettolosamente prima di cambiare strada. Sembra un ritornello. Una melodia che stona con la morte di un ragazzo che sì,

qualche colpa ce l’aveva. Aveva rubato un’auto per mettere assieme un po’ di soldi. Non era un santo. Forse non era neppure il primo furto.

 

LA PISTOLA DELLA VITTIMA

Carvone aveva anche la disponibilità di una pistola, una calibro 7,65, lo stesso dell’arma con cui è stato ucciso. Ma anche la pistola di Carvone non è stata trovata. E’ certo che l’abbia avuta perché ai poliziotti ne ha parlato il padre: “Era una di quelle giornate in cui a Brindisi si festeggia il santo patrono e mio figlio mi ha mostrato una pistola”, si legge nel verbale. “Alla domanda di chi fosse, disse che era loro come per dire che era sua e dei suoi amici”.

E’ mai stata usata? L’ha presa qualcuno? Dov’è?

 

IL FURTO DELL’AUTO: MOVENTE DELL’OMICIDIO

Il furto che gli è costato la vita risale al 9 settembre 2019: una donna denuncia il furto della Lancia Delta intestata al suocero, ma in uso al marito. L’aveva parcheggiata in Largo Amedeo Avogadro la notte, al mattino non l’aveva trovata. Salvo, poi ricevere la telefonata di una parente: “Trovata nei pressi del cimitero”. Tra la “scoperta del furto e il rinvenimento dell’auto risultano trascorsi meno di trenta minuti”, si legge nella relazione degli agenti. La Lancia era danneggiata: sportello e nottolino d’accensione manomessi, paraurti anteriore, antinebbia e radiatore rotti. L’inizio della fine, per il giovane Carvone perché la sua è stata definita una “morte annunciata” nei provvedimenti di arresto ottenuti dal pm sulla base degli

elementi raccolti dagli agenti del vicequestora Rita Sverdigliozzi.

 

Il padre Piero Carvone con la foto del figlio

LA TENTATA ESTORSIONE AL PADRE DELLA VITTIMA

Due settimane dopo l’omicidio, vengono arrestati quattro brindisini: Giuseppe Lonoce, 37 anni; Stefano Colucello, 28, utilizzatore dell’auto rubata; Aldo Bruno Carone ed Eupremio Carone, 22 e 21 anni. Sono accusati di “tentata estorsione pluriaggravata in concorso”. Nella ricostruzione dei fatti, i brindisini il 9 settembre, dopo aver saputo che autore del furto era stato Giampiero Carvone si presentano a casa sua. Tra le 16 e le 16,30 “sfondano con un calcio il portone del condominio” e raggiugono l’appartamento. Qui “costringono Piero Carvone, padre del ragazzo, a dare loro denaro in maniera corrispondente al valore dei danni riportati dall’auto o a far riparare la vettura”. Lonoce è indicato dall’accusa come autore della minaccia, spalleggiato dagli altri. E lo stesso Lonoce, stando a quanto si legge nel capo d’imputazione, dice a Carvone padre di seguirlo in strada per regolarizzare la vicenda “con le mani”. 

In strada i due non si vedono perché interviene Giampiero Carvone: “Garantiva al gruppo che avrebbe rubato un veicolo di uguale tipo per reperire i pezzi di ricambio utili, mentre il padre si offriva di portare personalmente il veicolo da un carrozziere”.

Di quel furto sapevano tutti o molti al Perrino. Ne era a conoscenza, tra gli altri, Danilo Pugliese, brindisino con precedenti penali, autorizzato ad andare a pesca al mattino. Pugliese, è bene precisarlo, è assolutamente estraneo all’inchiesta. Il suo nome compare nelle ordinanze di custodia cautelare essendo il cognato di Stefano Coluccello. Ci sono  le dichiarazioni di Pugliese nell’elenco delle fonti di prova, perché è lui stesso che “incontrando gli agenti nel quartiere, il 10 settembre, commenta i fatti che sono avvenuti la notte. Cosa dice Pugliese, fratello dell’ex “puma” della Scu, Marco Pugliese? Sostiene di “aver dato lezioni al ragazzo, anche alla presenza del padre e precisa che per trovare i responsabili, la polizia avrebbe dovuto indagare nell’ambiente degli amici di Carvone”. Gli amici, già. Ma dove sono in questa storia i veri amici di Carvone?

Pugliese “fa poi riferimento al furto della Lancia Delta fatto da Giampiero Carvone il 9 settembre e danneggiata”. “Io Giampiero l’ho preso in braccio, sono arrabbiatissimo per la sua morte, ammazzerei chi l’ha ucciso perché anche se era una grande peste non era giusto che morisse così. Aveva 19 anni e aveva una vita davanti, il padre era come lui da ragazzo, poi è cresciuto, ha messo la testa a posto e si è fatto una famiglia”, fa mettere a verbale.

“Io ho dovuto dare schiaffoni a Giampiero,

l’ho portato al mare con me. Piero era disperato, un milione di volte mi ha detto di aiutare il figlio a tornare sulla retta via, ma non ne voleva sapere”, si legge alla fine.

 

La panchina è il punto in cui esplosero colpi di fucile in aria

LA MINACCIA DI MORTE DAVANTI AI BAMBINI: “PAGAMI LA MACCHINA, SENNO’ DI SPARO IN TESTA”

Quello stesso giorno succede dell’altro, così come raccontano gli atti di indagine: Giuseppe Sergio, Giuseppe Lonoce e Stefano Colucello sono accusati di detenzione illegale di arma comune da sparo, di alternazione della stessa e sparo pluriaggravato, in relazione all’uso di un fucile a canne mozze per minacciare di morte due ragazzi alle spalle della chiesa del quartiere Perrino, Cuore Immacolata di Maria. Due giovani ritenuti legati a Giampiero Carvone. Attorno alle 21,20 “nella piazzetta che si trova tra via Bradano e via Adige, alla presenza di bambini che giocavano”, viene esploso almeno un colpo di fucile. Benché ora di cena, ci sono anche ragazzini e bimbi in quella piazza, come spesso accade nelle belle serate di fine estate. Coluccello si rivolge a uno dei ragazzi e dice:

“Cugì, da te non me lo aspettavano, mi dovete pagare la macchina, altrimenti vi sparo in testa”.

Cerca anche di colpirlo con un pugno.

Sergio e Lonoce, sempre stando a questa ricostruzione, prendono il fucile dal sedile dell’auto, uno dei due, probabilmente Lonoce, rivolge l’arma in aria e fa fuoco. Loro scappano e a piedi fugge Lonoce, sotto i portici di via Tevere.

 

I COLPI DI PISTOLA MORTALI E LE TELEFONATE A VUOTO DELLA MADRE

La chiazza di sangue dinanzi all’abitazione di Giampiero Cardone

Dov’è Giampiero Carvone? Stando alle dichiarazioni rese dai genitori, a quell’ora era a casa: “Stava mangiando una pizzella in cucina”. Esce poco dopo e rientra a distanza di qualche minuto e riferisce “quanto accaduto nella piazzetta al momento degli spari che anche noi abbiamo sentito”. Cosa succede dopo? Carvone esce di nuovo: “Sto andando a prendere un amico”. Dell’amico fa il nome alla madre e al padre che gli dicono di non uscire. Non li ascolta. Esce con la sua Vespa di colore rosso e torna con l’amico. La Vespa viene parcheggiata sotto casa, i due se ne vanno a piedi.

A casa Carvone sentono altri spari. Sono tre. L’orologio segna venti minuti alle due di notte. Il padre è sul balcone a fumare una sigaretta. La madre prende il telefonino e chiama il figlio. Una, due, tre volte. Riprova. Squilla a vuoto. Giampiero Carvone non risponde. E’ già a terra, in una pozza di sangue sul marciapiede sotto casa: ha un buco in testa. Una pallottola.

“Ho sentito gli spari, ho guardato in basso e ho visto volare per terra il corpo di mio figlio”, dice ai poliziotti il padre.

Scende le scale gridando e cerca disperatamente aiuto Piero Carvone. Il rione Perrino diventa improvvisamente silenzioso sino all’arrivo a sirene spiegate dell’ambulanza del 118. Ma per il ragazzo non c’è molto da sperare. La ferita alla testa è profonda: viene portato subito in Rianimazione, i medici tentano di strapparlo

alla morte. La barella esce. C’è un corpo nascosto da un lenzuolo. Giampiero Carvone è morto. L’orologio segna le 5.40.

 

LA PERICOLOSITA’ SOCIALE DEGLI IMPUTATI: LE INTERCETTAZIONI

La disponibilità di armi e lo scenario complessivo in cui matura l’omicidio sono “certamente elementi che procurano rilevante allarme sociale e inducono a ritenere che gli indagati possano commettere ulteriori fatti di inaudita violenza”, scrive la giudice per le indagini preliminari del Tribunale di  Brindisi, Stefania De Angelis, nel provvedimento di arresto. Lonoce finisce in carcere, i fratelli Carone ai domiciliari così come Stefano Coluccello. Ma non è tutto.

Le indagini della Mobile portano a scoprire che il 15 ottobre, “Stefano Coluccello riceve in casa il fratello Alessandro e il nipote Giuseppe Sergio ai quali consegna una pistola, mentre le munizioni vengono trasferite altrove”. La disponibilità di una pistola viene a galla dalle intercettazioni ambientali, disposte con decreto di urgenza emesso dal pm il 25 settembre e poi convalidato dalla gip.

Alessandro chiede al fratello: “La pistola, a do sta, mi serve, a do la misa (dove sta, dove l’hai messa)?”. L’altro gliela consegna: “Lassamila ntra li mani, uhe vidi ca ti spari” (lasciamela, fai attenzione che ti spari). E Sergio: “Si sta scatta, sta sienti?”. Questa è la chiave di lettura data dall’accusa: “Stefano Coluccello diceva che le munizioni erano state portate da Bruno ed è possibile che si faccia riferimento ad Aldo Bruno Carone, insieme alla pistola, mentre Sergio ne rivendicava la proprietà”. Alla fine del discorso, una raccomandazione data da Stefano Coluccello: “Cu no la lassi da fori, sotto l’acqua sa, all’usu tua” (Non la lasciare fuori, come fai di solito).

C’è dell’altro, ritenuto di rilievo ai fini dell’inchiesta: “Nel corso della conversazione, Alessandro Colucello, impugnando la pistola dice al fratello: ‘Uhè Ste’, qua lu pigghia quandu sparai, intra la panza”. Frase come precisato dalla gip è “pronunciata a voce molto bassa e in presenza di rumori di fondo”, motivo per il quale il file audio è stato trasmesso alla polizia scientifica di Roma. Per Stefano e Alessandro Coluccello e per Giuseppe Sergio, il  pm ha chiesto e ottenuto, l’arreso in carcere per detenzione e porto illegale di arma comune da sparo. Ma armi, come si diceva, non sono state trovate. E per gli imputati

non ci sono mai state: parlavano di un attrezzo agricolo, solitamente usato in campagna, stando a quanto riferito durante l’interrogatorio di garanzia.

 

IL GIP: “SI PRESUPPONE LA CONOSCENZA DA PARTE DELL’AVVOCATO DEGLI AUTORI DELL’OMICIDIO”

Nell’ambito di un contesto di questo tipo, in cui le indagini della Mobile sono costrette a fare i conti con il muro di gomma dell’omertà dei residenti del rione Perrino, si inquadra l’ultima pronuncia del gip del Tribunale di Brindisi, Stefania De Angelis che chiama in causa anche un avvocato difensore, sotto il profilo della conoscenza degli “autori dell’omicidio”.

Il gip ha rigettato l’istanza con cui la penalista Daniela D’Amuri chiedeva la sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere, con quella degli arresti domiciliari per Giuseppe Sergio. Il gip ha motivato così, dopo il parere negativo del pm: “Non è intervenuto alcun elemento fattuale nuovo tale da modificare l’originario quadro gravemente indiziario a carico di Sergio e da fare ritenere cessate o attenuate le esigenze cautelari”. E dopo aver ricordato la “gravità dei fatti contestati”, ha sottolineato che “l’affermazione secondo la quale i responsabili dell’omicidio sarebbero liberi, mentre sarebbe in carcere i presunti autori di delitti di lieve impatto socio-criminale (come asserito dalla difesa), da un lato presuppone la conoscenza da parte dello stesso difensore degli autori dell’omicidio e dall’altro, contiene una valutazione non condivisa da questo giudice sulla entità dei reati contestati ad Alessandro Coluccello, Stefano Coluccello, Giuseppe Sergio, Giuseppe Lonoce, Eupremio Carone e Aldo Carone e sul gravissimo contesto familiare criminale”. Il gip ha ricordato che proprio tale “contesto sanziona con un colpo di pistola in testa il furto di un veicolo, procurando la morte di un ragazzo di 19 anni”.

Nulla peraltro, sempre per il gip, è cambiato in presenza dell’emergenza sanitaria che, “sebbene particolarmente allarmante, non giustifica di per sé e in casi come quello in case, la revoca o la sostituzione delle misure cautelari, dovendosi necessariamente operare un bilanciamento tra il diritto alla salute dei detenuti e la pericolosità sociale degli stessi”. In caso contrario, ci sarebbe una scarcerazione generalizzata.

La penalista D’Amuri, attende la pronuncia della Cassazione e intanto respinge il convincimento della gip: “Non so da quali elementi deduca che io sia a conoscenza dei nomi degli autori dell’omicidio”, dice. “Quel che so, è che in un periodo in cui si discute dei mafiosi scarcerati, da ultimo il carceriere del piccolo Giuseppe Di Matteo (il bimbo, figlio del pentito Santino, sciolto nell’acido, ndr), ci sono incensurati che restano in cella sulla base di meri indizi”. Indizi che però il Riesame ha confermato e che sono oggetto del ricorso in Cassazione. “Sono solo supposizioni – sostiene l’avvocato – alcune imbastite su intercettazioni oggetto di perizia. Il nostro consulente ha escluso che i rumori in sottofondo, nella conversazione ambientale, siano quelli di una pistola e dello scarrellamento, essendo riuscito a isolare in maniera distinta una sola voce che è quella della conduttrice tv Barbara D’Urso”.

Gli imputati restano in custodia.

I familiari continuano a tacere, i residenti pure mentre gli agenti della Mobile proseguono nelle indagini. Bisogna arrivare al killer.

 

IL QUESTORE DI BRINDISI

“L’omicidio Carvone è senza dubbio uno degli avvenimenti più gravi occorsi a Brindisi negli ultimi anni”.

La perdita di una vita così giovane e le modalità esecutive devono farci interrogare sul contesto, fortemente degradato, in cui il fatto di sangue si è consumato”, dice il questore di Brindisi, Ferdinando Rossi. “L’attività investigativa è ancora in atto, ma quel che appare certa è la piccola caratura delinquenziale della vittima e, quindi, l’insussistenza di un movente legato a forme di macro criminalità. Le cause che lo hanno determinato sono certamente incongrue rispetto alla efferatezza con cui è stato realizzato, tipica di contesti para mafiosi”, sostiene il capo della polizia di Brindisi.

Il Questore di Brindisi, Ferdinando Rossi

“Ho seguito il grande impegno investigativo della Squadra mobile e della Procura della Repubblica, che sin da subito hanno cercato in ogni modo di assicurare i responsabili alla giustizia e l’incedere deciso, ma annaspante delle indagini in un ambiente in cui vi è stata una scarsissima collaborazione”, prosegue. Il silenzio che si scontra con i numeri presenti, tutti giovanissimi, in chiesta e sul piazzale, il giorno del funerale. “Ricordo quella partecipazione, ma credo sia stato un qualcosa di fine a se stesso ed estremamente vuoto di contenuti rispondente ad una liturgia scenica, ma non finalizzato ad una testimonianza di cambiamento”, dice il questore. Non si è percepito l’odore della legalità.

Rossi a questo punto pone una domanda: “Quante delle persone presenti quel pomeriggio avrebbero potuto e potrebbero ancora con una testimonianza? Una testimonianza fornita in forma diretta od indiretta per dare una svolta alle indagini e inchiodare il responsabile materiale del vile assassinio alle proprie responsabilità”.

La Vicequestora di Brindisi Rita Sverdigliozzi

“Ho rivissuto, per il tramite degli investigatori della Squadra mobile, gli affanni provati in indagini su omicidi legati alla criminalità comune e organizzata, in contesti in cui talvolta si negava l’evidenza pur di non offrire collaborazione agli inquirenti”, ricorda Rossi. “Il degrado, non solo ambientale, risulta ben cristallizzato nelle evidenze investigative che hanno portato l’autorità inquirente a richiedere ed ottenere misure coercitive a carico di numerosi soggetti coinvolti in accadimenti che si sono realizzati in uno spazio temporale antecedente al grave fatto di sangue”.

Si tratta di motivazioni risibili

che hanno condotto ad azioni violente. Azioni che avrebbero potuto recare nocumento a persone del tutto estranee ai fatti”, sottolinea il questore.

 

L’AUSPICIO

“Mi auguro che prima o poi venga dato un nome a chi ha materialmente premuto il grilletto e che un fatto così grave possa essere ricostruito in un’aula di tribunale in tutte le sue sfaccettature. La realizzazione di una verità processuale non dovrà far spegnere i riflettori sulla vicenda, ma essere da sprone per tutti coloro i quali, ad ogni livello, possono fare qualcosa per sconfiggere il degrado ambientale e morale delle nostre periferie”. Giampiero Carvone attende giustizia.

Post source : Giuseppe Lonoce

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