Copertura Parchi minerari Urgente bloccare il PM 2,5

Mentre l’attenzione era giustamente polarizzata sul coronavirus, l’ILVA ha continuato a inquinare. Risultano in forte aumento le emissioni di benzene e di polveri sottili sia entro lo stabilimento sia nel quartiere Tamburi di Taranto

 

Di Daniela Spera*

 

La copertura dei parchi minerali dello stabilimento siderurgico di Taranto non é la soluzione al problema inquinamento. A ricordarlo è l’associazione Peacelink in una recente nota diramata in un momento storico in cui sono di colpo diventati invisibili tutti i malati di tumore che pure a Taranto continuano silenziosamente a lottare per la vita. 

A Taranto la copertura dei parchi minerali ILVA non ha ridotto le polveri sottili PM2,5. La copertura trattiene infatti solo le polveri grossolane. Ciò dimostra che la copertura non annulla la minaccia alla salute costituita dalle polveri sottili di origine industriale, molto più tossiche rispetto alle polveri sottili da traffico. Tali polveri sottili, anche a concentrazioni inferiori rispetto ai limiti di legge, continuano a rappresentare nel quartiere Tamburi un rischio sanitario non accettabile, producendo un eccesso di mortalità rispetto all’atteso.”

E questo era ampiamente prevedibile dal momento che le fonti emissive dell’Ilva, come ormai noto, sono innumerevoli e derivano dalle varie fasi del processo produttivo svolte soprattutto nell’area a caldo. Per questo ho sempre ritenuto che l’unica possibile soluzione sia la chiusura di tutte le fonti inquinanti. Una posizione in netta antitesi con chi invece ha sempre portato avanti una linea più soft, basata sul raggiungimento dell’ambientalizzazione dell’Ilva, obiettivo non solo irrealizzabile per lo stato critico degli impianti, ormai obsoleti, ma per questo anche antieconomico, per qualunque gestore. Infatti, nessun efficace intervento è stato previsto nel piano ambientale proposto da Arcelor Mittal per il contenimento delle emissioni diffuse e fuggitive che appunto sfuggono a ogni controllo.

Qualsiasi ipotesi di ecocompatibilità può essere considerata solo a patto di fermare l’attività produttiva, con eventuale ripartenza, una volta ultimata la messa a norma degli impianti. E proprio a questa conclusione era giunta la dott.ssa Patrizia Todisco (giudice per le indagini preliminari) che nel 2012, per tutelare la salute dei cittadini, al termine dell’incidente probatorio, con una ordinanza imponeva il sequestro e la fermata degli impianti inquinanti. Questo, prima che il governo intervenisse, emanando il primo decreto Salva-Ilva che, di fatto, annullava la decisione del gip.

Ilva Taranto

Per la prima volta, la magistratura é intervenuta, anche per fare chiarezza sulla natura e nocività delle emissioni dell’Ilva. La perizia chimico-ambientale, disposta dal Giudice Todisco, aveva infatti concluso che le fonti emissive pericolose per la salute dei cittadini di Taranto erano plurime, facendo comprendere quanto fosse complessa l’attuazione di interventi tecnologici risolutivi. Il primo quesito al quale i periti (proff. M. Sanna, R. Monguzzi, N. Santili, R. Felici) erano chiamati a rispondere era ’se dallo stabilimento ILVA s.p.a. si diffondano gas, vapori, sostanze aeriformi e sostanze solide (polveri ecc.), contenenti sostanze pericolose per la salute dei lavoratori operanti all’interno degli impianti e per la popolazione del vicino centro abitato di Taranto e, eventualmente, di altri viciniori, con particolare, ma non esclusivo, riguardo a Benzo(a)pirene, IPA di varia natura e composizione nonché Diossine, PCB, Polveri di minerali ed altro”. La risposta affermativa degli esperti non lasciava spazio ad equivoci. Non solo. Al terzo quesito che chiedeva se all’interno dello stabilimento ILVA di Taranto siano osservate tutte le misure idonee ad evitare la dispersione incontrollata di fumi e polveri nocive alla salute dei lavoratori e di terzi” gli esperti oltre a confermare l’assenza di misure atte a contenere le emissioni chiarivano che

Infatti numerose e varie sono le emissioni non convogliate che si originano dai diversi impianti dello stabilimento ILVA”.

E questo ho potuto constatarlo di persona, in qualità di consulente di parte, nel corso dell’incidente probatorio. Da allora nulla è cambiato. Dunque il problema non erano e non sono solo i parchi minerali o le emissioni convogliate, per intenderci quelle emesse dai camini, ma quelle per le quali non vi è alcun controllo, in quanto restano sospese in atmosfera per molto tempo. Le emissioni diffuse e fuggitive, sono costituite da particolato molto fine che è formato da una miscela complessa di particelle solide e liquide di sostanze organiche e inorganiche sospese in aria. Il particolato è suddiviso in base al diametro delle particelle: il PM10 con diametro inferiore a 10 µm, in grado di penetrare nel tratto superiore dell’apparato respiratorio; il PM2.5 con diametro inferiore a 2.5 µm, in grado di raggiungere i polmoni ed i bronchi secondari. Le particelle fini permangono a lungo in atmosfera e possono, quindi, essere trasportate anche a grande distanza dal punto di emissione veicolando sulla loro superficie altri inquinanti quali metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici.

La nocività sulla salute umana dipende sia dalla composizione chimica che dalla dimensione delle particelle: quelle di diametro superiore a 10 µm si fermano nelle mucose rinofaringee generando irritazioni e allergie; quelle di diametro compreso tra 5 e 10 µm raggiungono la trachea e i bronchi; quelle con diametro inferiore a 5 µm possono penetrare fino agli alveoli polmonari ed interferire con il naturale scambio di gas all’interno dei polmoni. Una esposizione cronica al particolato contribuisce al rischio di sviluppare patologie respiratorie e cardiovascolari e ad aumentare il rischio di tumore polmonare. Nel 2013 l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro ha classificato il particolato come cancerogeno di classe 1.

La copertura dei parchi minerali dell’Ilva può solo bloccare le polveri più grossolane e lo spolverio proveniente dal cumulo di materiale depositato che, soprattutto in passato, è stato causa di un forte imbrattamento delle pareti esterne delle case del rione Tamburi e del suo cimitero, tipicamente colorati di rosso (minerali di ferro).

In più occasioni, anche in passato, ho ammonito sulla necessità di non sottovalutare le polveri sottili nel loro complesso, evitando anche di soffermarsi solo sulle singole sostanze inquinanti, essendo le polveri veicolo di miscele di esse.

Oggi Peacelink conferma quanto sia prioritario il contenimento delle polveri Pm2,5 per la tutela della salute dei cittadini di Taranto. Di seguito riporto una parte del comunicato dell’associazione che, occorre ricordarlo, in passato, si è fortemente battuta affinché venisse realizzata la copertura dei parchi minerali:

‘Mentre l’attenzione era giustamente polarizzata sul coronavirus, l’ILVA ha continuato a inquinare. Risultano infatti in forte aumento le emissioni di benzene e di polveri sottili sia entro lo stabilimento sia nel quartiere Tamburi di Taranto. Tutto questo non lo diciamo noi: lo dicono i dati di aprile. Tali dati sono stati registrati dalle centraline Arpa e Ispra collocate dentro e fuori dallo stabilimento. Il raffronto dei dati di aprile 2020 è stato effettuato con i dati di aprile 2019. Cosa emerge in questo raffronto? Ad aprile 2020 il benzene risulta in aumento del +81% (media delle centraline di Via Orsini e Via Machiavelli nel quartiere Tamburi) rispetto all’anno precedente. Ancora peggiore è il dato della centralina Meteo Parchi (interna all’ILVA), nonostante il lockdown: +213% rispetto ad aprile dell’anno scorso. Questo, a nostro parere, dimostra che vi è stato un forte aumento emissivo all’interno dell’ILVA (registrato dalle centraline poste dentro il perimetro della fabbrica) che è giunto sul quartiere Tamburi in forma attutita ma elevata, facendo registrare un significativo peggioramento della qualità dell’aria

Insegna quartiere Tamburi Taranto

Per chi non lo sapesse,  il benzene è cancerogeno ed è classificato nel gruppo 1 dalla IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro dell’OMS). Che vi sia stato un peggioramento della qualità dell’aria connesso alle emissioni dell’ILVA è confermato, a nostro parere, anche dalle polveri sottili (PM2.5) che risultano in incremento del +78% nella centralina interna ILVA sita nell’area Meteo Parchi. Tale incremento rispetto al mese di aprile dell’anno scorso si è riverberato sul quartiere Tamburi dove si è registrato un +38% di PM2,5 in via Orsini. Come si può notare è un chiaro indicatore dell’origine dell’inquinamento il fatto che l’incremento risulti superiore all’interno del perimetro dello stabilimento e inferiore nel quartiere Tamburi. I dati delle centraline infatti “tracciano” l’origine se letti attentamente in questo modo.

In conclusione – elaborando i dati ufficiali delle centraline interne ed esterne allo stabilimento – emerge ad aprile un peggioramento della situazione emissiva all’interno dell’ILVA che ha fatto registrate un forte incremento di benzene e polveri sottili rispetto ad aprile 2019 e che si è riverberato sul quartiere Tamburi in forma più o meno dimezzata ma comunque significativamente superiore al corrispondente dato dell’anno scorso. E’ importante notare che l’incremento inferiore dell’inquinamento nel quartiere Tamburi – rispetto al dato registrato dentro lo stabilimento – è determinato dal “fattore distanza”, non dalla copertura dei parchi minerali. Ossia nell’emissione della massa degli inquinanti, essi si sono diluiti in ragione della distanza percorsa, riducendo proporzionalmente la loro concentrazione, giungendo tuttavia a superare notevolmente il dato dell’aprile 2019.

Dobbiamo purtroppo segnalare come la copertura dei parchi minerali ILVA – che ha ridotto l’imbrattamento visibile – non abbia avuto alcun effetto significativo sull’abbattimento delle polveri invisibili, ossia le polveri sottili PM2,5. La copertura trattiene infatti solo le polveri grossolane che per gravimetria ricadono al suolo, mentre le polveri sottili rimangono invisibili nell’aria, “galleggiando” senza poggiarsi al suolo. Ciò pone in evidenza come la minaccia alla salute, costituita dalle polveri sottili, richiederebbe investimenti che non sono stati ancora effettuati, continuando a esporre la popolazione del quartiere Tamburi a un rischio sanitario non accettabile. Auspichiamo che la giusta attenzione al coronavirus si estenda all’impatto sanitario dell’inquinamento industriale, attraverso un monitoraggio mensile e rendicontato ai cittadini, così come avviene per il coronavirus’.

 

*Farmacista e attivista per l’ambiente, Comitato Legamjonici

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