A proposito del tatto

di Barbara Toma

A proposito del tatto.

Con – tatto.

Per me toccare un altro corpo è sempre stato qualcosa di immenso, un gesto sacro, al quale dedicare la massima attenzione. Non si può toccare con leggerezza, bisogna farlo con consapevolezza, rispettando il corpo a cui ci si avvicina e mettendosi in ascolto.

L’ ultimo abbraccio importante che ho dato, prima di tutto questo, lo ricordo bene: era un abbraccio sprezzante del pericolo, che ho scelto di dare nonostante chi avevo di fronte fosse appena arrivato da Milano e fosse restìo ad avvicinarsi. Era un abbraccio ad un fratello che aveva appena perso il padre. Sono scesa dall’auto e ci siamo stretti uno contro l’altro. Senza parole.

Poi basta. Nemmeno la mia zietta del cuore ho abbracciato l’ultima volta. 

Che il nostro amore è fatto soprattutto di sguardi. Di presenza. 

A marzo scrivevo nel mio diario:

“Dopo questa frenata improvvisa probabilmente non potremo più toccarci e, giuro, la cosa non mi dispiace affatto. Anzi. Il pensiero di un cambio coreografia collettivo mi alletta.”

Ciò che facciamo (o non facciamo) ci cambia e mi piace immaginare che nuove forme di comunicazione non verbale ci possano portare a un inedito rapporto tra noi, magari più rispettoso, più gentile, più attento. 

Il linguaggio dei gesti è così radicato, in particolare nella nostra cultura mediterranea, che tutto fino ad ora è accaduto in modo totalmente spontaneo e inconsapevole; ma la nostra percezione del tocco cambierà grazie al covid19?

Iniziare a porre attenzione all’atto di toccarsi potrebbe essere rivoluzionario nella nostra società. 

Con tatto e senza tatto.

Chiunque abbia fatto del corpo in movimento il suo mestiere ha imparato ad avere una consapevolezza e una percezione dello spazio e dei movimenti totalmente diversi da quelli delle altre persone.

Per esempio: io riesco a visualizzare le linee che il mio corpo in movimento lascia nello spazio e anche il disegno che esse creano insieme. E non ho alcun problema a mantenere la distanza di un metro dagli altri in modo molto naturale (d’altronde è uno degli esercizi più basilari del teatro).

Ho allenato i miei occhi a riconoscere la bellezza dei gesti, anche dei più piccoli, a volte impercettibili, e a dar loro importanza.

Ma per la collettività è una nuova sfida, imparare tutto questo. Abituarsi a mantenere le distanze, convivere con l’assenza del tocco.

Benché sia triste è bene soffermarsi anche sui lati positivi che questa assenza potrebbe portare con sé. Non sarebbe bello abituarci a salutare come gli indiani, giungendo le mani al petto e accennando un inchino? 

E se poi questa assenza ci portasse a sbarazzarci, una volte per tutte, di questa facilità con cui tutti, fino a ieri, pensavano di poter entrare in contatto con un altro corpo?

(Ah, se ci fosse stato il divieto di toccarsi quando le mie figlie erano neonate. Che fastidio tutte quelle mani che si avvicinavano senza chiedere permesso!).

Così come questo arresto improvviso di tutto ci ha permesso di soffermarci sull’importanza del rispetto della natura, così come avremmo potuto approfittare dell’isolamento per ritrovare noi stessi, nello stesso modo questa fase 2 potrebbe aiutarci a ridare un senso all’ascolto e al contatto.

Lo so, sono un’eterna romantica e mi piace pensare sempre al positivo.

Nonostante le immagini di mascherine e guanti monouso abbandonati ovunque nella natura, nonostante i terrificanti video dei chilometri di file di auto di gente che, il primo giorno della fase 2, come prima cosa, è corsa a prendere del cibo spazzatura al Mcdrive. Nonostante tutti questi segnali che probabilmente il mondo non è cambiato e non cambierà in meglio, io continuo a sognare. E immagino un mondo più centrato e scevro da comportamenti volgari e pornografici (nel senso negativo della parola).

Il tatto è il primo tra i sensi a svilupparsi; per i bambini è fondamentale per un completo nutrimento emotivo, grazie ad esso si sentono amati e coccolati, in grado di sviluppare una salda autostima. 

Toccare ha a che fare con la coscienza di noi stessi e la percezione del mondo intorno a noi. Ci fornisce il senso della profondità, dello spessore e della forma delle cose. 

Il tatto porta sollievo anche al dolore fisico ed emotivo. Grazie ad esso il  corpo rilascia numerosi neurotrasmettitori, tra cui le endorfine (dotate di proprietà analgesiche ed euforizzanti) e l’ossitocina (considerata l’ormone dell’amore), che aiutano ad abbassare i livelli di cortisolo (ormone dello stress), riducendo lo stress ed attenuando il disagio provocato dalle situazioni di tensione e affaticamento psico-fisico.

Insomma il tatto fa parte dei bisogni vitali. Non possiamo vivere senza. 

Ed è proprio per questo suo essere elemento vitale della nostra esistenza che dovremmo trattarlo con cura. Proprio come dovremmo fare con gli alberi, con il mare, con tutto ciò che è vitale.

Mi manca il mio lavoro, fatto di carne e sudore, fatto di presenza, di silenzi e di respiri condivisi. Lavoro che mi ha sempre permesso di toccare le persone, i loro corpi ma, soprattutto, le loro anime.

Ma quel volgare, inconsapevole e irrispettoso toccare quotidiano della vita prima di tutto questo, no, non mi manca affatto. 

Gli abbracci ipocriti, le strette di mano convenevoli, le pacche sul culo, le carezze piene di batteri, i baci distratti dati per abitudine o, peggio,  per educazione.

Di quelli faccio volentieri a meno.

Certo, ora che ho finalmente rivisto alcune delle persone che amo e che non vedevo da tanto, ho anche la certezza che mi mancano da morire i pochi abbracci che usavo dispensare con il contagocce. Ma sono disposta a continuare a sacrificarli ancora un per un po’, pensando a quanto sarà bello, poi, tornare ad abbracciarsi consapevoli di quanto sia importante poterlo fare.

Visto che la vita non è ciò che ci accade, ma come noi scegliamo di reagire, mi concentro su ciò che ogni esperienza può insegnarci. Perché non siano vani nessuno dei sacrifici e nessuna delle sofferenze. 

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Info sull'autore

Barbara Toma

Agitatrice, Animale da palco, Coreografa, drammaturga e mamma single salentina-olandese. In equilibrio precario, sul filo della vita, con due figlie e una sola vocazione: la danza. Non per forza sincera, ma dannatamente vera. Fuori luogo ovunque, tranne sul palco, l’unico posto dove il suo modo di agire non è controproducente.

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