Tutto da rivedere

di Barbara Toma

Marcello è uno dei tanti medici salentini impegnati nell’emergenza sanitaria. Ha una risata contagiosa e il volto costantemente illuminato da un incredibile sorriso. Grandi occhi neri e uno sguardo dolce e profondo, rafforzato da lunghe ciglia. Non somiglia affatto allo stereotipo di medico chirurgo. Anche perché sembra un ragazzino.

E’ una persona estremamente sensibile, che si dedica al proprio lavoro con passione e grande senso del dovere. Il suo interesse per il corpo umano è tale da essere andato ben oltre il punto di vista medico, sconfinando in un grande amore per la danza. Grazie al quale ci siamo incontrati.

E’ un amico prezioso, una persona estremamente solare. Di quelle con cui si può ridere di cuore anche delle più drammatiche sventure.

Ed è per questo che quanto segue mi ha davvero sconvolto.

Era più o meno la metà di Marzo, quando lo chiamai per la prima volta. Saperlo a Milano, a lavorare in ospedale, mi preoccupava. Gli chiesi come stava e, con mio grande stupore, scoppiò a piangere. Le sue lacrime dicevano più di qualsiasi parola.

E’ passato più di un mese. E’ più tranquillo ora, ma qualcosa è profondamente cambiato in lui, sembra aver perso il suo innato ottimismo.

Torno a chiedergli come sta, mi risponde che è stanco e disilluso e che tutto ha perso senso. ‘Se questo è il prezzo da pagare per godere del fascino di tutta quella produttività e attività che contraddistingue la nostra amata Milano mi dice -‘ non ne vale più la pena.

Il Policlinico di Milano, l’ospedale in cui lavora, è stato scelto da subito come centro dedicato ai pazienti Covid-19. Nel giro di qualche settimana si è riempito di malati E’ stato addirittura necessario aggiungere un container per ospitare i pazienti contagiati. Ogni giorno un reparto spariva, finché non è sparito anche il suo. Quindi, insieme ai suoi colleghi, si è offerto volontario al Pronto Soccorso, e così, dopo un accelerato corso di formazione di 2 ore, in cui venivano spiegati i parametri schematici da utilizzare, si è ritrovato immerso nella pandemia.

Marcello si definisce un semplice operaio della sanità, niente di più. Ci tiene a ribadire che ‘gli eroi’ sono altri, gli infermieri primi tra tutti. Già, lui non lavora nei reparti di terapia intensiva, ma è proprio per questo che ascoltare la sua testimonianza e scoprire come sia cambiata l’espressione sul suo volto, danno un senso della misura di ciò che sta accadendo.

Racconta di aver perso peso da subito. Mensa e bar dell’ospedale erano chiusi, non aveva tempo per organizzarsi e cucinare un pranzo ed era continuamente sotto stress.

Ha vissuto nel terrore di ammalarsi e finire la sua vita da solo, senza mai più rivedere i suoi cari

(all’inizio lui e i suoi colleghi erano dotati di protezioni solo parzialmente sicure).

La sensazione di pericolo costante e l’angoscia dei pazienti ricoverati hanno finito per portarlo a vivere in uno stato di ansia.

Difficile da immaginare, ma mi basta sentirgli dire che sentiva spesso un pesante peso al petto e che, ancora oggi, per poter dormire si serve di pillole.

Al Pronto Soccorso i pazienti COVID dimissibili, perché meno gravi, venivano sistematicamente mandati a casa, con delle raccomandazioni di comportamento, ma senza una terapia specifica da seguire.

Era questa la procedura.

Provato dalla situazione, a un certo punto il mio amico ha deciso di cambiare reparto, rispondendo alla chiamata dei colleghi infettivolgi.

Da allora passa 10 ore al giorno davanti a un computer, ad analizzare ed inserire nel database tutti i dati dei pazienti COVID, e le relative terapie seguite, sulla cui base i colleghi modificano poi le strategie terapeutiche.

Un lavoro straziante, sebbene davanti a uno schermo, perché quei dati equivalgono a storie di persone vere. Spesso si ritrova a scoprire vicende di una drammaticità inverosimile, come quella donna di 42 anni, ricoverata per insufficienza respiratoria, peggiorata a causa dello stato di agitazione causato dalla notizia della morte del padre e, a distanza di pochi giorni, anche del fratello.

Pensando a quanto già fosse difficile per me, ogni sera, sentire in radio la conta dei morti quotidiani, intuisco quanto lo abbia segnato vivere tutto il giorno studiando tragedie di questa portata, con la consapevolezza della quantità di gente che ha perso e perde la vita, colleghi compresi, e con l’incubo di poter fare la stessa fine.

Marcello al telefono era un fiume in piena, come se parlando si liberasse un po’ da un peso, ed era estremamente serio.

Ho sentito un amico deluso e arrabbiato, soprattutto con chi governa ancora impunito in Lombardia. Perché molto è dovuto all’insufficienza e alla noncuranza con cui è stata gestita la situazione in quella regione.

Intanto i medici di base, oltre a non aver ricevuto dispositivi di protezione individuale per poter visitare in sicurezza, non hanno neanche mai ricevuto istruzioni su come comportarsi, o delle linee guida sui farmaci da prescrivere. Poi le farmacie erano sprovviste di mascherine e farmaci. E, in tutto questo, il governatore Fontana continuava ad invitare tutti a restare in casa, anche se con febbre. E così è stato. Marcello stesso ha visto arrivare in ospedale persone che erano rimaste a casa anche per due settimane, nonostante la febbre molto alta, prima di decidersi a chiedere aiuto.

Molta gente è morta per questo. Perché non si è potuto agire tempestivamente.

Gli errori della politica sono tanti, molti infetti sono rimasti abbandonati a sé stessi nelle loro case e il tracciamento dei contagiati è sbagliato. Senza parlare dei tamponi: allinizio esistevano solo 2/3 laboratori per tutta la Lombardia, bisognava aspettare fino a 5 giorni, oppure rinunciare.

La sanità pubblica in Lombardia ha subito gravissimi tagli a favore della sanità privata (ricordiamo tutti quando, l’anno scorso, Giancarlo Giorgetti, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, dichiarò in TV che ‘i medici di base non servono perché tanto oggi la gente può consultare google’).

Chiedo a Marcello cosa fa per resistere a tutto questo, mi confessa di concentrarsi solo sul presente, anche perché, se pensa al futuro, non riesce a intravedere la fine di questa storia e lo opprime un senso di negatività.

Ma non vuole lasciarmi in modo negativo e aggiunge :

Nutro la speranza che ciò che sta accadendo ci porti un cambiamento radicale, che si arrivi finalmente a capire che il ritorno economico non è la cosa più importante e che bisogna adottare uno stile di vita più semplice. Sogno di svegliarmi e sentire i politici che smantellano allevamenti intensivi e agiscono concretamente per portarci verso un diverso modo di vivere la vita. Rispettoso degli equilibri della natura.

E ancora:

Sogno un Italia in cui la Cultura del cittadino torni ad essere centrale. Efondamentale avere i mezzi per capire ciò che fa bene e ciò che fa male. Poi bisogna esser e liberi di poter scegliere consapevolmente. Perché la libertà individuale è sacrosanta. Ma la libertà individuale finisce quando inizia a ledere gli altri. Questa è la regola etica di base da seguire. Altrimenti questo modo di agire diventerà un suicidio collettivo. Dove chi inquina lo fa sapendo di fare del male anche a sé stesso e ai propri figli. Non si parla di ignoranza scolastica, il problema è che la scuola forma persone prive di senso critico.

Al presente dichiara che la sua vita è tutta da rivedere.

Amico mio, questo vale per l’umanità intera: E’ TUTTO DA RIVEDERE. Non si torna più indietro.

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Info sull'autore

Barbara Toma

Agitatrice, Animale da palco, Coreografa, drammaturga e mamma single salentina-olandese. In equilibrio precario, sul filo della vita, con due figlie e una sola vocazione: la danza. Non per forza sincera, ma dannatamente vera. Fuori luogo ovunque, tranne sul palco, l’unico posto dove il suo modo di agire non è controproducente.

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